La com­ples­si­tà co­me sfi­da

Editoriale – «Archi» 4/2020

«Da dove proviene la certezza di questo modo di pensare così poco sensibile alla cecità e ai disastri che esso provoca?» (Edgar Morin, 2011).

Data di pubblicazione
29-07-2020

Negli ultimi tre secoli l’influenza delle attività umane sul clima è cresciuta in modo esponenziale: l’aumento delle emissioni di gas serra dopo la Rivoluzione industriale ha provocato il surriscaldamento della Terra mettendo in pericolo l’ecosistema, indispensabile per la sopravvivenza dell’homo sapiens.

La scoperta del riscaldamento climatico risale alla fine dell’Ottocento, eppure, dopo numerosi studi scientifici e successivi protocolli sostanzialmente ignorati nel corso del Novecento, l’allarme lanciato nel 2015 dalla Conferenza sul clima di Parigi è stato un avvertimento inequivocabile: soltanto rispettando questo accordo la nostra civiltà potrebbe «gestire l’inevitabile ed evitare l’ingestibile». Il tempo della prevenzione è ormai esaurito, occorre attuare i provvedimenti indispensabili per mitigare i danni limitando l’incremento della temperatura media globale a 2 °C in modo da riuscire a evitare uno scenario catastrofico entro il 2050: scioglimento dei ghiacci, innalzamento del livello dei mari, aumento degli eventi climatici estremi, inondazioni di interi territori urbanizzati che muterebbero la geografia del pianeta, deforestazione, distruzione della biodiversità, desertificazione, siccità, carestie, milioni di profughi ambientali.

Dopo un ritardo di decenni e con il maggiore quantitativo di emissioni di CO2 registrato nel 2019 (circa 42 miliardi di tonnellate, il valore più elevato degli ultimi tre milioni di anni) urge l’applicazione di politiche concrete per invertire la rotta. Tuttavia, è evidente che i forti interessi che sarebbero penalizzati dalla riconversione del modello economico globale continueranno a negare il fenomeno in corso, ostacolando decisioni politiche basilari e incoraggiando la disinformazione. Quella che è l’emergenza del XXI secolo richiede anche una svolta radicale degli stili di vita individuali e quindi risulta imprescindibile sensibilizzare l’opinione pubblica perché diventi consapevole dei rischi che le mancate risposte implicano per le future generazioni.

L’Unione Europea ha proposto il Green Deal come risposta alla crisi economica-sanitaria del Covid-19, le cui misure permetterebbero la graduale trasformazione del sistema economico comunitario all’insegna dell’equilibrio socio-ambientale. Come spiegano gli articoli di questo numero, anche la Svizzera è impegnata attivamente su questo fronte, ambito in cui le nostre professioni svolgono un ruolo determinante nella ricerca di soluzioni per un habitat sostenibile: energie rinnovabili, impiantistica e ottimizzazione dei consumi, stoccaggio energetico, riqualificazione edilizia, adeguamento di normative e procedure, sono solo alcuni dei temi trattati nei contenuti del numero. Quella della riduzione dell’impatto ambientale è inoltre una questione globale che va fronteggiata anche a livello locale attraverso progetti realistici che promuovano l’economia circolare. Non a caso nell’ultimo trentennio si è affermata in diverse regioni del mondo una tendenza progettuale «ecocentrica», eterogenea e trasversale, una rivoluzione silenziosa che a diverse scale si occupa di dare risposte compatibili ai bisogni degli abitanti, spesso con modalità partecipative e in stretto rapporto con le problematiche ambientali del contesto, tutelando e valorizzando le sue peculiarità. È questo il campo di riferimento delle opere illustrate da Archi.

Come suggerisce il recente dibattito epistemologico, l’era geologica attuale – l’Antropocene – in cui l’uomo sovrapponendosi alla natura ha generato cambiamenti sconvolgenti, esige un paradigma cognitivo in grado di affrontare una crisi epocale. Morin ha infatti teorizzato il concetto di complessità auspicando una nuova logica che investa la forma mentis della modernità, il modo di intendere la realtà e l’organizzazione dei saperi. Bisogna prendere atto che ogni scelta si iscrive nel contesto del pianeta che abitiamo: un organismo che è un unico sistema in cui tutto è interdipendente. Per agire in modo efficace occorre un’etica non antropocentrica che rifiuti il «pensiero semplificante», arginando una visione settoriale imposta dalla scienza classica alla conoscenza. La sfida è pressante: aprirsi a una interdisciplinarietà simbiotica, favorendo il dialogo e l’articolazione di contraddizioni e conflitti, implica l’abbandono di ogni aspirazione a certezze oggettive e definitive. Significa anche riflettere sui limiti del proprio lavoro specialistico per delineare un orizzonte di senso condiviso in cui la vita sia ancora possibile.

In questo numero:

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