Ap­pun­ti per una Sto­ria dell’ar­chi­tet­tu­ra do­me­sti­ca po­st-Co­vid

Il confinamento ha portato progettisti e studiosi a interrogarsi: quali saranno gli spazi dell'architettura domestica post-pandemia? Partendo dalla premessa che i cambiamenti di paradigma prendono sempre le mosse da modelli storici, riletti alla luce delle nuove necessità, Annalisa Viati Navone presenta alcune proposte architettoniche del passato che potrebbero andare a innervare l'abitare del futuro.

Data di pubblicazione
14-07-2021
Annalisa Viati Navone
Professoressa ordinaria all’École nationale supérieure d’architecture de Versailles, ricercatrice AdM

Una Storia di prefigurazioni

Nel corso della storia, catastrofi di vario genere, sanitarie, belliche o ambientali, hanno propiziato la nascita di migliori soluzioni «abitative» della città e degli edifici e la messa a punto di dispositivi architettonici che, accanto all’efficacia tecnica, tecnologica e funzionale, integrano un’importante dimensione simbolica e filantropica.

A tali discontinuità violente e perturbanti è stato riconosciuto l’accrescimento della capacità di reinventare gli spazi di vita, con un’attenzione particolare al confort e alla serenità dell’uomo, poiché la «Catastrofe [è] creatrice» nella misura in cui attiva dei meccanismi di reazione al caos che spostano il cursore dalle logiche di mercato verso un approccio più umanistico.1 Esemplare è il caso di Hans Scharoun che, isolato a Berlino durante gli anni del secondo conflitto mondiale, si esercitava a progettare abitazioni geometricamente complesse e «antropocentriche», costruite intorno al soddisfacimento dei bisogni più diversi dell’uomo, che trovarono realizzazione a Stoccarda nel 1959 nel complesso residenziale Romeo und Julia. Così l’esperienza vissuta da Marco Zanuso a bordo di corazzate e incrociatori durante la medesima guerra, dove gli spazi di vita erano misurati, estremamente funzionali e tecnologici, «arredati» da oggetti altrettanto tecnici e performanti, avrebbe determinato la nascita di un pensiero progettuale sinergico irrorato dalla «fiducia nella pratica della strumentazione tecnica»,2 che non fa più differenza fra la scala dell’architettura e quella del design, perché ciò che conta è l’interdisciplinarità del progetto.

Come alcuni sociologi ci ricordano,3 il cambiamento di paradigma che si impone nelle fasi «post» non è mai stato e non sarà neppure questa volta così radicale come si immaginava nel 2020, all’inizio dell’adozione delle misure di confinamento e distanziamento sociale. Come di consueto, affonderà le radici nella storia, in alcuni modelli di spazializzazione della città, degli edifici residenziali e della casa già sperimentati, sebbene per altri fini e sotto il vessillo di teorie e ideologie differenti. Ciò che la discontinuità certamente modifica è il nostro punto di vista, la prospettiva dalla quale rileggere, con rinnovato interesse, quegli esempi storici, noti o negletti, che potrebbero assurgere a casi probanti di una maniera di abitare più igienica e sostenibile, più intima ma anche condivisa e conviviale, introversa ma integrante il rapporto con l’intorno sia a scala di quartiere che di paesaggio, connessa al web e aperta ai social ma che preservi la segretezza del «guscio» aderente e protettivo della nostra interiorità. La telecasa preconizzata da Javier Echeverría è giunta ormai a piena maturità e la pervasività del prefisso «tele» è tanto attuale quanto irrinunciabile (telelavoro, teleshopping, telesvago che la televisione assicura solo in parte ecc.) nel suo corrispettivo inglese «on line».4 Siamo nel pieno della Liquid Modernity, in questi anni caratterizzati dalla vulnerabilità, precarietà e instabilità dei sistemi, da una realtà metamorfica che costringe a mutazioni rapide dei modi di vita e di abitare gli interni siano essi urbani o domestici.5

Mi sembra di cogliere qualche analogia fra gli effetti della discontinuità prodottasi nel secondo dopoguerra e quelli del nostro presente: «Che il mondo sia una scena dove ci si sente in casa d’altri, o come in una camera d’affitto dove niente ci appartiene, vuol dire che si è prodotta una frattura nel modo di interiorizzare i luoghi per sentirli “nostri”. Così ci si trova disadattati anche ai posti più familiari, senza più l’illusione che esista un territorio davvero “nostro” – il solido terreno dell’identità garantita da un orizzonte tutto noto e familiare». Così Gianni Celati nel magistrale commento allo stile letterario di Silvio D’Arzo (i cui racconti sul sentimento di «estraneità» si situano proprio all’indomani della guerra), nel quale cita anche il precedente illustre di Charles Baudelaire, convinto che la modernità, così accelerata e straniante per un uomo dell’Ottocento, inducesse «a vivere sempre da estranei, come dispersi “nel grande deserto degli uomini”».6

Come integrare i momenti di immobilità sociale, a cui siamo ancora oggi esposti e che potrebbero ripresentarsi dopo la risoluzione di questa pandemia, nella nostra dimora e nelle sue immediate pertinenze, per non sentirci estranei a casa nostra, come se soggiornassimo in casa d’altri? Come far fronte all’alterazione del ritmo sociabilità/isolamento del gruppo familiare, allo svolgimento delle pratiche «igieniste» e all’accrescimento del carattere multifunzionale della dimora, quando le dimensioni sono esigue e le pertinenze inesistenti? L’interruzione dell’ordinarietà, la modifica delle pratiche e degli usi di uno spazio, allorquando così importanti e rapidi, determinano la rottura del ciclo delle abitudini e una sorta di verginità dei sensi che prendono a percepire i luoghi di vita come fossero nuovi e privi di connotazioni affettive, prima che il processo di appropriazione venga re-inizializzato.

Assumendo dunque il «principio retrospettivo o retroattivo»7 che conferisce allo sguardo contemporaneo la capacità di riconoscere delle qualità inedite a opere e progetti del passato e di associarvi valori supplementari, siamo portati a credere che le risposte, se non sono già state formulate nel corso del tempo, potranno trovare ispirazione in una Storia dell’architettura tutta da riscrivere, come rappresentazione di «prefigurazioni» di soluzioni trasponibili in un contesto sempre più caratterizzato da urgenze ambientali e dagli imperativi dello sviluppo sostenibile, di cui tentiamo qui di abbozzare le direttrici principali.

Convergenze e approccio olistico

La nostra Storia dovrebbe porsi alla confluenza dei manuali tradizionali e delle recenti disamine che assumono come principale la prospettiva igienista, ecologica, energetica, da X-Ray Architecture di Beatriz Colomina8 all’Histoire naturelle de l’architecture di Philippe Rahm, alla sua Architecture météorologique,9 alle tante Histoires Environementales, di gran moda in Francia, che miscelano l’ecologia alle scienze umane e sociali, alle storie degli edifici bioclimatici che recuperano materiali e tecniche tradizionali di costruzione, a quelle degli edifici a impronta zero, come in Rêve d’une déconnexion. De la maison autonome à la cité auto-énergétique.10

In generale gli spazi interni, siano essi lavorativi, scolastici o domestici, dovrebbero fruire d’un apporto più deciso delle scienze cognitive, affinché la globalità dei bisogni umani, quali condensati nella piramide di Abraham Maslow (fisiologia, sicurezza, appartenenza, stima e autorealizzazione)11 sia pienamente rispettata secondo un ordine non gerarchico ma paritetico. La percezione sensoriale, e non solo la predominante percezione visiva, dovrebbe rientrare in modo determinante nelle preoccupazioni progettuali e dunque nelle analisi degli estensori della nostra Storia. Cosa avrebbe significato e determinato, in relazione alla piramide di Maslow, l’abitare in una scatola, in capsule spaziali, in un mezzo di trasporto, in armadi-casa, addirittura l’«abitare in un vestito», se le avveniristiche proposte prefigurate negli anni Settanta e tematizzate, fra l’altro, nella mostra Italy: The New Domestic Landascape,12 fossero state realizzate come risposta all’emergenza dell’abitare in tempi di contaminazione globale, di rischio o in situazioni di emergenza?

Il paesaggio domestico che molti designer (Gaetano Pesce, Franco Raggi, Mario Bellini, Joe Colombo, Alberto Rosselli ecc.) e architetti-designer (da Marco Zanuso a Archizoom e Superstudio) avevano prospettato, sgomentava per il carattere inedito, rivoluzionario, utopico e distopico allo stesso tempo, ma induceva da una parte a riflettere sull’opportunità di avviare pratiche di collaborazione stabili e solide fra architetti e designer per ridisegnare la casa del futuro accentuandone la flessibilità, dall’altra a ricorrere alle conoscenze neuroscientifiche affinché l’integrazione dell’incertezza, dell’instabilità, dell’aleatorio fra i parametri progettuali non sollecitassero oltremodo la psiche dell’abitante.

Nel futuro prossimo, il luogo del progetto, per chi lo pratica e per i suoi esegeti, non può che posizionarsi all’incrocio di sguardi multipli, a partire da quelli delle discipline umanistiche e scientifiche presenti nelle scuole di architettura, perché se la specializzazione dei saperi è sempre più spinta, «l’architecture est l’affaire de tous» anche perché «nous en sommes tous les usagers».13 Non trascurerei l’apporto del disegno e della rappresentazione, e nemmeno l’opportunità che la nostra Storia sia ad uso di professionisti e utenti, corredata da un manuale tipo-morfologico dove le «prefigurazioni» saranno graficamente analizzate e comunicate, mettendo agli onori la cassetta degli attrezzi dell’architetto e del designer e quella cultura visiva e grafica che dovrebbe pienamente partecipare al progetto scientifico, e mostrarsi operativa nella comunicazione.

Sguardi trans-scalari

La nostra Storia sull’abitabilità dei luoghi domestici in grado di ispirare e orientare scelte progettuali future in relazione ai disagi generati durante confinamenti e distanziamenti sociali, dovrà articolarsi su tre scale differenti ma inestricabilmente connesse: dalla dimensione più intima dell’arredo abitabile, della cellula o della stanza a quella della casa, ai complessi residenziali, anche integrati, dove la presenza di abitazioni sia preponderante, valutando le buone pratiche di rispetto dell’Ambiente, della Natura e dell’Uomo.

La prima categoria dovrebbe includere le produzioni soprattutto di designer, che possono considerarsi come «stanze dentro stanze», abitacoli dove potersi isolare per lavorare e che discendono dalla tipologia dello studiolo medievale.14 Pensiamo alla «Standard Grade Wooton Desk» disegnata da W.S. Wooton nel 1875 come arredo apribile, con ante contenenti da una parte delle cassettiere, dall’altra scansie per sistemare le carte e un piano ribaltabile centrale a uso di scrivania. La diversa inclinazione delle ante avrebbe determinato anche il grado di intimità dell’uomo al lavoro, inglobato nella postazione mobile montata su rotelle o posizionato all’esterno qualora i volumetrici sportelli fossero stati totalmente aperti. Bisognerebbe passare in rassegna le workstation più moderne, pensate per uffici «smaterializzati» ma anche adattabili agli interni domestici, quali l’open office «A3» di Asymptote (Knoll 2001, rimasto allo stadio di prototipo), una postazione da lavoro abitabile, mobile e ergonomica, che garantisce privacy e isolamento all’interno dell’ambiente che lo contiene, o il sistema «Cabane» dei fratelli Bouroullec (prototipo realizzato da Vitra nel 2002), nella stessa logica della nicchia protetta che può occupare una parte della stanza considerata come un’entità ulteriormente segmentabile.15

Si passeranno poi in rassegna alcuni interni che si situano a metà strada fra l’architettura e il design. L’unità di emergenza disegnata da Marco Zanuso e Richard Sapper nel 1971, presentata all’esposizione Italy: The New Domestic Landscape (MoMA 1972), è un abitacolo funzionalista progettato sullo studio attento di gesti e movimenti dei fruitori, in particolare di chi è ai fornelli, la cui nicchia di lavoro è già multifunzionale (si preparano i cibi, si legge, si lavora, si sta a chiacchierare), mentre il banco che la separa dal restante microambiente domestico condivide, sul lato esterno, la cassetta degli attrezzi da bricoleur che, in situazioni di confinamento e distanziamento per le quali l’unità era pensata, avrebbero fatto comodo16. Le dimensioni limitate hanno spesso indotto gli architetti a proporre dispositivi ingegnosi e multiuso. Per non rinunciare a una stanza da bagno confortevole, equipaggiata d’ogni sanitario, Giulio Minoletti progetta in diverse versioni dal 1949 al 1966 il blocco-bagno «Ba-Bi-La», prodotto dalla Better Living, ch’egli utilizza nelle case al QT8 a Milano, dove bidet e wc sono accorpati alla vasca da bagno in un unico elemento prefabbricato integrante i sistemi d’adduzione e smaltimento delle acque, applicando all’ambiente domestico la sua importante esperienza di designer d’interni di transatlantici, treni e aerei.

Poi arriva il turno della casa in senso lato, dall’appartamento in condominio di piccole dimensioni come gli studios parigini e londinesi, particolarmente problematici quando la stanzialità del nucleo familiare è continuativa, fino a quelli assai generosi come la tipologia italiana delle ville sovrapposte, alle case isolate in città e di vacanza extraurbane. Nei vari casi sono state sviluppate soluzioni ingegnose di utilizzo dello spazio, dalle pareti attrezzate e autoilluminanti alle finestre arredate con mensole e scrittoio di Gio Ponti, dalle finestre-serra della casa di Umberto Riva a Milano alle generose nicchie panoramiche della «casa-chiostro» che Caccia Dominioni realizza per i coniugi Pirelli17 per isolarsi, raccogliersi, conversare o approfittare del sole invernale.

Sarebbero certamente da osservare le attualissime soluzioni proposte da Mario Ridolfi e Wolfgang Frankl in Italia, in pieno clima neorealista, poi raggruppate nel Manuale dell’architetto,18 dove l’indipendenza dei figli era fatta salva grazie alla posizione della camera (talvolta anche due) e di uno dei servizi proprio nell’atrio d’ingresso, separata dal nucleo principale dell’abitazione dalla porta di accesso al corridoio lungo il quale gli spazi giorno si articolavano. Questa indipendenza (parziale o totale) rispetto all’abitazione principale la rendeva una sorta di dépendance, trasformabile in camera per gli ospiti, che oggi prefigurerebbe il prezioso spazio dove ci si potrebbe veramente isolare, per lavoro o per malattia.

La scala intermedia della casa non può essere scissa dal suo immediato intorno: palazzine, condomini, edifici a destinazione mista con presenza di abitazioni. Le sperimentazioni parigine più recenti di edifici ibridi in cui l’Habitat individuel superposé, di dimensioni contenute (dati i costi sostenuti del terreno edificabile), si fonde al tipo di residenza comunitaria e ne mutua i vantaggi (spazi e servizi in comune, orti e giardini, tetto-terrazza condiviso, ballatoi attrezzabili) come le «Maisons entrelacées» (2011) e «Elastic city» (2012) di Frank Salama. Più che note e celebrate le sperimentazioni svizzere, in particolare di edifici residenziali zurighesi, dove il carattere collettivo degli spazi di disimpegno e transizione verso le unità abitative è sviluppato e integrato al progetto domestico al livello funzionale e spaziale con un’attenzione particolare alla loro qualità estetica.19

Negli ultimi anni l’architettura mista residenziale-commerciale-terziario si è particolarmente sviluppata per rispondere al profilarsi delle aspirazioni degli abitanti ad associare al luogo di vita dei servizi prossimi e dei percorsi non semplicemente a carattere connettivo ma attrezzati per incontri informali e utili alla vita comunitaria (corridoi-galleria, coffee e snack corners ecc.) o destinati allo svolgimento di attività lavorative al di fuori del perimetro domestico. La nostra Storia non potrà non arricchirsi del contributo di alcuni progetti di concorso organizzati in Svizzera sul tema dell’alloggio collettivo che presentano proposte «complesse e ibride», dove si osserva «l’émergence de certains dispositifs inédits comme le “lieu à manger”, qui devient de nos jours une véritable centralité dans le logement»20. In Ticino, un esempio che esprime la complementarietà fra l’abitazione e i luoghi che si devono attraversare per accedervi, è la residenza Urenn a Monte Carasso (2004-2007) dello studio Guidotti. Qui i progettisti rinunciano alla centralizzazione dei collegamenti verticali per scinderli in tre gruppi a servizio di due sole abitazioni sovrapposte, articolandoli come una passeggiata paesaggistica che anticipa il sentimento dell’essere a casa propria, e che prende avvio dal lato nord ovest, verso monte, dove si incontrano, in alternanza, dei giardini e dei cortili coperti dai corpi dei soggiorni, disposti a pettine.

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Note

  1. P. Amaldi, La catastrophe créatrice. Quelques rêves faits en Sicile, «Critique», 783-784, 2012, pp. 804-812.
  2. F. Burkhardt, Design Marco Zanuso, Motta, Milano 1994, p. 17.
  3. G. Semi, Sur les nouvelles formes d’inégalités urbaines post-Covid, «Métropolitiques», 14 mai 2020.
  4. Si veda a questo proposito il profetico saggio di M. Zardini, Lo spazio-tempo della casa trasparente, ovvero la casa del telelavoro, «Archi», 4, 1998, pp. 10-13 (ringrazio Nicola Navone per la segnalazione).
  5. Z. Bauman, Liquid modernity, Polity, Cambridge 2000.
  6. G. Celati, Studi d’affezione per amici e altri, Quodlibet Compagnia Extra, Macerata 2016, pp. 187-188.
  7. P. Junod, Dans l’œil du rétroviseur. Pour une histoire relativiste, «Artibus et Historiae», vol. 23, 45, 2002, pp. 205-221.
  8. B. Colomina, X-Ray Architecture, Lars Müller Publishers, Zürich 2019.
  9. P. Rahm, Histoire naturelle de l’architecture. Comment le climat, les épidémies et l’énergie ont façonné la ville et les bâtiments, Editions du Pavillon de l’Arsenal, Paris 2020; Architecture météorologique, Archibooks, Paris 2009. Si rimanda anche all’intervista all’autore pubblicata su Espazium: L’architecture comme climat construit.
  10. F. Lopez, Rêve d’une déconnexion. De la maison autonome à la cité auto-énergétique, Edition de la Villette, Paris 2014.
  11. A. H. Maslow, Motivation and Personality, Harper, New York 1954.
  12. L’esposizione fu curata da Emilio Ambasz al MoMA - Museum of Modern Art di New York nel 1972 (cfr. U. Eco, Dal cucchiaio alla città, «L’Espresso», 4 giugno 1972, pp. 4-23).
  13. P. Bouchain, Construire Autrement. Comment faire?, Actes Sud, Arles 2006.
  14. I. Forino, L’interno nell’interno. Una fenomenologia dell’arredamento, Alinea, Firenze 2001.
  15. Per una disamina puntuale dell’evoluzione dell’arredamento degli uffici rimando a I. Forino, Uffici. Interni arredi oggetti, Einaudi, Torino 2011.
  16. M. Scimemi, How to play the environment game. Zanuso e il dibattito sull’ambiente negli anni Settanta, in L. Crespi, L. Tedeschi, A. Viati Navone (a cura di), Marco Zanuso Architettura e design, Officina Libraria, Milano 2020, pp. 79-94.
  17. L’appartamento è ricavato negli ultimi due piani e nel sottotetto dell’edificio realizzato da Caccia Dominioni in via Cavalieri del Santo Sepolcro (Milano, 1962-1965).
  18. M. Ridolfi, Manuale dell’architetto, promosso dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, Ufficio Informazione Stati Uniti, Roma 1946.
  19. C. Joud, B. Marchand, MIX. Mixité typologique du logement collectif de Le Corbusier à nos jours, PPUR, Lausanne 2014.
  20. B. Marchand, A. Aviolat, Logements en devenir. Concours en Suisse 2005-2015, PPUR, Lausanne 2015.
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