Evo­lu­zio­ne del­l'ar­chi­tet­tu­ra re­si­den­zia­le ur­ba­na in Ti­ci­no

Tre esempi

Negli ultimi decenni in Ticino piani regolatori troppo generosi e una mancanza di pianificazione hanno permesso una vasta dispersione edilizia, lasciando, nell'area urbana, ampio spazio alla costruzione di palazzine slegate dal contesto. Di recente, però, l'apporto di architetti a nuove progettazioni, unito a politiche che favoriscono la densificazione, sta portando a risultati interessanti. Un percorso attraverso opere di scale diverse, che, ognuna a suo modo, instaurano un rapporto più intenso tra edificio e città.

Data di pubblicazione
19-03-2021

Nell’ultimo mezzo secolo il Canton Ticino ha vissuto forti dinamiche economiche che hanno portato a risultati contrastanti nell’urbanizzazione del territorio. Da una parte il dibattito culturale e architettonico è fiorito, dando spazio negli anni Settanta a una giovane avanguardia di architetti che si sono presto guadagnati notorietà nazionale e internazionale. Dall’altra il Cantone è diventato una terra di conquista per una speculazione edilizia poco controllata. La mancata visione di un piano regolatore cantonale, bocciato con un referendum popolare nel 1968, ha contribuito a lasciare un territorio diviso in oltre cento comuni con piani regolatori separati e influenzati dai piccoli interessi locali. I grandi mappali sono stati in gran parte divisi per essere venduti e sfruttati per la costruzione di capannoni industriali, case unifamiliari o palazzine di piccole e medie dimensioni. Il risultato di questa edificazione senza visione e con disponibilità di terreni liberi è stato un forte fenomeno di dispersione urbana, oggi sotto gli occhi di tutti.

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Negli ultimi anni le dinamiche stanno in parte mutando. I terreni liberi si sono andati esaurendo e a livello federale ci si sta orientando verso una strategia di densificazione dei centri urbani.

In ambito istituzionale l’aumento dei concorsi di architettura sta portando a un arricchimento grazie a edifici pubblici di qualità. In ambito privato, invece, gli architetti hanno finora avuto poco spazio nella costruzione di abitazioni plurifamiliari, dedicandosi soprattutto a case unifamiliari. Le palazzine a reddito o proprietà per piani sono per lo più progettate direttamente dagli uffici tecnici di imprese generali o immobiliari. Questo genere di edifici raramente si concede allo spazio pubblico. Abbiamo scelto di trattare tre esempi in controtendenza di realizzazioni con approcci interessanti.

Questi progetti riassumono bene le tre scale d’intervento attuali nelle città ticinesi: la piccola scala di Palazzo Pioda di Inches Geleta Architetti a Solduno (S), che va a sfruttare mappali di dimensioni ridotte in contesti urbani; Casa agli Orti di Buzzi studio d'architettura a Locarno, con la scala media tipica delle palazzine ticinesi che contano dai dieci ai trenta appartamenti (M); e infine a Massagno il quartiere Radice di Remo Leuzinger, di larga scala (L), dimensione quasi sconosciuta fino a questo momento ma che sta cominciando ad inserirsi anche nella realtà ticinese, spinta soprattutto da due fattori: la nuova strategia pianificatoria centripeta cantonale e i tassi negativi che orientano gli investitori di grandi capitali sul settore edilizio.

La forza di questi progetti non sta nel tentare di scardinare la tipologia della palazzina, bensì nell’usare le sue regole per trovare soluzioni diverse che mettano in luce le potenzialità e le debolezze del nuovo territorio costruito.

All’infuori dei centri storici, lo spazio pubblico nel contesto urbano ticinese consiste principalmente nella strada. Tra di essa e le proprietà private vi sono reti, muretti e siepi e, dopo un fazzoletto di erba, l’edificio residenziale. Se questa è una condizione normale dello spazio periurbano europeo, caratterizzato da case unifamiliari, nello spazio urbano è una condizione che scoraggia l’utilizzo dell’area pubblica.

Non ci sono portici, corti, piazze, parchi, ma solo edifici privati e, come detto, piccoli residui verdi cintati che danno al contesto un’aria più accettabile, ma senza contenuti.

La difficoltà principale del costruire edifici plurifamiliari consiste soprattutto nel combattere questo modello, generato in parte dai piani regolatori, in parte dalla mentalità degli investitori e degli stessi abitanti (che danno molto peso allo spazio e alla proprietà privata), per cercare di arricchire lo spazio di vita collettivo.

Quartiere Radice, Massagno

Sotto questo punto di vista l’intervento a Massagno progettato da Remo Leuzinger è senz’altro il più ambizioso. Grazie alla stesura di un piano di quartiere accordato con il Comune si è rimasti sotto l’indice di sfruttamento permesso di 1.2, mantenendosi a 1.1, mentre si è potuta aumentare l’altezza massima di 12 metri (l’edificio più alto misura 30 metri), a patto che si creasse un parco pubblico in una zona urbana povera di spazi verdi fruibili. Il nuovo quartiere scompone l’intervento in vari volumi cercando linee diagonali e angoli non ortogonali che ne spezzano la grande dimensione. Esso è composto da tre corpi principali a loro volta divisi in due torri di diverse altezze che, nello spazio superiore che le separa, condividono un giardino pensile.

Si contraddistinguono due tipologie principali di appartamento. La prima tipologia riguarda le abitazioni perimetrali che si sviluppano in almeno due direzioni non ortogonali e permettono un’illuminazione diversificata durante il giorno; gli appartamenti rivolti soprattutto verso nord hanno meno illuminazione diretta ma si aprono verso il parco, mentre quelli orientati a sud, in direzione della strada, sono in parte protetti dalla presenza dei grandi alberi esistenti. Una variazione di questa tipologia si trova nella torre più alta del complesso e consiste in appartamenti con soggiorni a una altezza e mezzo che sottolineano la dimensione maggiore del corpo di dieci piani e regalano un ampio respiro, raro per appartamenti in affitto.

Le unità abitative appartenenti alla seconda tipologia sono ubicate nei corpi centrali tra le due torri e si aprono trasversalmente sia verso via Lepori sia verso il parco. Essi sono caratterizzati da due terrazze e un lungo soggiorno che si rivolge su entrambi i lati.

Gli ampi atri d’entrata, con le scale aperte, sono un piacevole spazio di transizione tra l’ambiente pubblico del parco e quello privato degli appartamenti. Interessante sarebbe forse stato avere qualche esercizio pubblico sul piano terra rivolto verso il parco, che avrebbe maggiormente attivato il pianterreno.

Lo studio di architettura paesaggistica officina del paesaggio si è quindi occupato di disegnare la sistemazione della grande superficie con vari punti di sosta e percorsi ciclopedonali che si discostano dalla strada trafficata. L’idea del parco si è concentrata su alcuni punti fondamentali: salvare diversi alberi centenari esistenti e creare zone d’incontro per le famiglie come i tre grandi “nidi“, il parco giochi, gli orti urbani, tavoli per pranzi estivi e un frutteto, con un occhio di riguardo alla biodiversità. Esso è un raro nuovo esempio di spazio verde pubblico in una zona fortemente urbanizzata. Verso la strada si sono mantenuti buona parte dei muri in pietra esistenti creando, insieme alle nuove edificazioni, un fronte ben definito, che lascia libero tutto lo spazio retrostante. Direi che il nuovo complesso abitativo è per certi versi un progetto d’ispirazione urbana d’oltralpe – orientato su tutti i lati, senza una chiara facciata principale e un retro.

Quartiere Radice, Massagno

 

Date 2017-2020

Procedura Mandato diretto Swiss Life

Volume 85'720 m3, 167 appartamenti

Costo 75 milioni di franchi

Architettura Remo Leuzinger, Claudia Casaroli, Nicholas Bordoli, Reto Calignano, Céline Lachelin, Lugano
Architettura del paesaggio officina del paesaggio, Lugano

Ingegneria civile AF Toscano, Lugano

Progetto impianti RVCS Visani Rusconi Talleri, Lugano

Progetto impianti elettrici Tecnoprogetti, Camorino

Fisica della costruzione Andrea Roscetti, Lugano

Casa agli Orti, Locarno

Il concetto del quartiere Radice si è concentrato su un’architettura che crea sinergie tra i suoi abitanti, e lo stesso si può dire di Casa agli Orti. Il progetto dello studio d’architettura Buzzi sfrutta l’area di arretramento del mappale per creare spazi aggregativi. In questo senso entrambi hanno un approccio simile a quello delle cooperative abitative, rimanendo però degli investimenti immobiliari privati.

Casa agli Orti a Locarno cerca d’incentivare le interazioni tra gli abitanti dell’edificio tramite la volumetria che genera delle viste incrociate, con un tetto-terrazza comunitario e con l’inserimento di sedici piccoli orti, uno per ogni appartamento, adagiati su una superficie sassosa che riprende quella fluviale della Maggia.

L’edificio è costituito in pianta da due grandi quadrati, divisi a loro volta in un reticolo strutturale di nove quadrati ciascuno, che s’incrociano diagonalmente in uno di essi, che contiene il movimento verticale interno. Negli elementi centrali dei due quadrati, privi di contatto con l’esterno, trovano posto i bagni, mentre lo spazio abitativo corre lungo il perimetro rivolgendosi in tutte le direzioni. Interessante osservare che alla cucina è riservato uno spazio privilegiato, sempre accanto alla terrazza, che funziona però in maniera diversa nel blocco a sud rispetto a quello a nord. Tramite questo schema in pianta si cerca di aprire le viste in tutte le direzioni e al contempo il contatto visivo diretto tra unità abitative, fortificando il senso di coabitazione.

La logica del giardino rimane quella di uno spazio privato chiuso, ma invece che restare uno spazio verde inerte è attivato dall’idea di un luogo comunitario, con gli orti quale momento d’incontro e condivisione fra gli abitanti dell’edificio. Il piano rialzato, infine, crea un leggero stacco tra il livello comunitario degli orti e le prime abitazioni, che apre a un contatto visivo tra spazio pubblico e privato.

Casa agli Orti, Locarno

 

Date Concorso 2016, progetto 2016, realizzazione 2017-2019
Metodo Concorso privato
Volume 6686 m3, 16 appartamenti
Costi 5,4 milioni di franchi
Architettura Buzzi studio d’architettura, Locarno
Collaboratori N. Maggiolini
Architettura del paesaggio Martino de Tomasi, Lugano
Ingegneria civile Monotti Ingegneri Consulenti SA, Locarno
Progetto impianti RVCS Protec SA, Ascona
Progetto impianti elettrici SPED SA, Locarno
Fisica della costruzione Andrea Roscetti, Lugano

Palazzo Pioda, Locarno

Palazzo Pioda, ispirato all’architettura moderna, al razionalismo italiano e a maestri ticinesi, ha invece un approccio più netto col suolo e risulta più introverso. In un mappale di piccole dimensioni, stretto tra altre proprietà private, il piano terra è lasciato libero per i posteggi delle macchine, ma esso rimane aperto verso la strada con una lunga seduta in cemento armato che invita a sfruttarne lo spazio privato evitando d’inserire barriere architettoniche tra di esso e gli altri mappali. Con un chiaro richiamo a Vacchini, il progetto pone la struttura portante in facciata, in un ambizioso gioco strutturale con solo due lame quali punti di appoggio. Da terra, esse si allargano verso l’alto e con una piega creano delle travi diagonali, due escono a sbalzo e due si congiungono in una struttura a ponte. Internamente una trave parete centrale in cemento armato divide longitudinalmente l’edificio e lega le solette lasciando libero il piano terra. L’intelaiatura portante si ripete su tutti i piani rimarcando l’individualità di ognuno di essi, su cui si trova una sola unità abitativa.

La lama centrale divide ogni appartamento in zona notte e zona giorno, con la loggia quale punto d’incontro fra i due. Ogni piano è occupato da un solo appartamento, una stratificazione in altezza messa in evidenza dalla struttura che si ripete di piano in piano.

L’utilizzo di cemento armato e lamiere microforate richiama al vecchio contesto artigianale del quartiere, nobilitandone i materiali associati localmente all’uso industriale. L’edificio, incastrato in un ambiente ibrido, precedentemente agricolo, poi industriale e oggi sempre più residenziale, si distanzia dalle sue logiche periurbane, permettendo al contempo di allargare lo spazio pubblico della strada all’interno del suo mappale.

Palazzo Pioda, Locarno

 

Date 2018–2019

Metodo Mandato diretto privato

Volume 2782,5 m3, superficie costruita 149 m2, 6 appartamenti

Costi 2,82 milioni di franchi

Architettura: Inches Geleta, Locarno

Ingegneria civile Jelmoni, Ascona

Progetto impianti RVCS Arben Gashi, Lugano

Ingegneria strutturale EcoControl, Locarno

Tornando a Casa agli Orti e al quartiere Radice, le loro facciate sembrano essere state influenzate da architetture italiane del secondo dopoguerra, in particolare nell’uso dei rivestimenti in ceramica. I due interventi evidenziano un approccio con la rappresentazione della struttura in facciata differente. Esternamente l’intervento di Remo Leuzinger taglia con dei marcapiani in cemento prefabbricato i livelli rimarcando la posizione delle solette e accentuando l’orizzontalità del lungo complesso; quello di Buzzi mantiene l’unità di materiale ceramico utilizzando lesene e marcapiani che riprendono la struttura portante, visibile all’interno. Le sue facciate sono caratterizzate dall’uso di due colori complementari, il verde delle ceramiche e l’arancione dei serramenti, che le ritma fortemente. Una scelta che negli ultimi anni ha ispirato molte nuove realizzazioni soprattutto nella Svizzera tedesca e ora sembra scendere nuovamente a sud. Questi due progetti sono dunque frutto di una doppia contaminazione, quella di Milano e quella di Zurigo. La definirei quindi un’influenza di origine lombarda, tornata di rimbalzo dall’Altipiano svizzero verso il Ticino.

Come alternativa al modello di cooperativa, che continua a far fatica ad insediarsi nel territorio ticinese, credo sia prioritario cercare di promuovere da subito la qualità nei progetti immobiliari privati, che coinvolgano studi d’architettura alla ricerca di soluzioni volte a migliorare il contesto e che di riflesso renderebbero più proficui gli investimenti.

Come spiegato nell’introduzione, l’edificio circondato da un fazzoletto verde ha creato aree anonime slegate dal contesto. Un punto chiave per allacciare gli edifici al tessuto urbano e sociale risiede nella formulazione del piano terra, punto di contatto tra queste dimensioni. Come si è visto le soluzioni non sono univoche, ma vanno cercate nelle specificità di ogni situazione.

Su scale differenti e con diversi approcci, i tre progetti diventano degli esempi utili ad arricchire nuovamente lo spazio urbano e la vita come evento collettivo, confermando l’importanza del ruolo dell’architetto nella costruzione di case plurifamiliari. I tre progetti ricordano bene una delle lezioni di Luigi Snozzi, recentemente scomparso: «Quando progetti [...], pensa sempre alla città».

Questo articolo è apparso in tedesco su «TEC21» 7/2021.