L’emer­gen­za co­me re­gi­me spa­zia­le

Campi, trasformazione e politiche della ricostruzione

L’emergenza non interrompe lo spazio: lo produce. Tra campi profughi, ricostruzioni, cartografie e pratiche forensi, questo numero di espazium quaderni esplora come architettura e urbanistica partecipino alla costruzione di territori, diritti e futuri, oltre la logica dell’eccezione.

 

Data di pubblicazione
23-07-2026
Hind Al-Shoubaki
Architektin, Stadtplanerin und wissenschaftliche Mitarbeiterin an der Fachhochschule Nordwestschweiz

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L’emergenza oltre il temporaneo

L’emergenza viene perlopiù compresa attraverso il linguaggio della rottura: un evento improvviso, un momento di discontinuità, una sospensione temporanea della vita ordinaria che richiede una risposta immediata.1 In architettura e urbanistica, questa comprensione si è spesso espressa in un vocabolario tecnico fatto di rifugi, protezione, logistica, infrastrutture e ricostruzione.2 L’emergenza appare, in questa prospettiva, come un problema di rapidità e di fornitura: come alloggiare, come riparare, come ripristinare, come rispondere. Eppure, una simile lettura rischia di ridurre l’emergenza a una condizione di breve durata, separata dai più lunghi processi spaziali e politici attraverso cui le crisi vengono prodotte, governate, prolungate e normalizzate.3

Questo numero di espazium quaderni muove da un’ipo­tesi diversa. L’emergenza non è soltanto un evento che interrompe lo spazio; è anche una modalità attraverso cui lo spazio viene prodotto.4 Essa genera territori, infrastrutture, categorie amministrative, regimi di mobilità e immobilità, forme diseguali di accesso alla protezione, alla cura e ai diritti.5 Piuttosto che trattare l’emergenza come una parentesi eccezionale, in questa pubblicazione la intendiamo come un regime spaziale: una condizione attraverso cui architettura, urbanistica e governance riorganizzano la relazione tra corpi, confini, istituzioni e territorio.6 In questo senso, l’emergenza non è esterna alla questione urbana. È uno dei modi attraverso cui prendono forma gli assetti urbani e territoriali contemporanei.

Questo spostamento richiede di andare oltre l’immagine dell’emergenza come risposta umanitaria immediata. La tenda, il riparo, l’unità temporanea e il campo non sono soltanto risposte materiali allo sfollamento o alla distruzione; sono anche strumenti attraverso cui le popolazioni vengono classificate, assistite, contenute e governate.7 Come ci ricorda Henri Lefebvre, lo spazio non è mai un contenitore neutro delle relazioni sociali, ma è esso stesso prodotto da forze politiche, economiche e istituzionali.8 Gli spazi dell’emergenza, dunque, non possono essere letti semplicemente come dispositivi provvisori in attesa di scomparire. Vanno dunque esaminati come formazioni spaziali in cui il potere si materializza, diventa visibile e struttura la vita quotidiana.9

Il campo è forse la figura più significativa di questa condizione. Pianificato come temporaneo, giustificato dall’ur­genza e amministrato attraverso procedure eccezionali, il campo spesso persiste ben oltre il momento di crisi che lo ha prodotto.10 È costruito come spazio di protezione, eppure può operare anche come spazio di separazione, dipendenza e controllo.11 Pensato per accogliere vite sospese, il campo diventa tuttavia il luogo di pratiche ordinarie dell’abitare, dello scambio, dell’educazione, del lavoro e della vita collettiva.12 Questo paradosso è stato centrale negli studi critici sull’umanitarismo e sullo sfollamento, che hanno ­mostrato come il campo condensi le ambiguità della governance moderna: cura e confinamento, assistenza e sorveglianza, protezione ed esclusione.13

Avvicinare l’emergenza da un punto di vista spaziale significa allora domandarsi non solo come l’architettura risponda alla crisi, ma come la crisi stessa diventi architettonica. In che modo un’emergenza prende forma? Come viene pianificata, amministrata, abitata e trasformata? In quale momento una risposta temporanea diventa un ordine territoriale duraturo? E quali futuri politici vengono resi possibili, o preclusi, attraverso la gestione spaziale dell’emergenza? Queste domande costituiscono il terreno concettuale del numero. Esse permettono di leggere campi, infrastrutture umanitarie e processi di ricostruzione non come spazi marginali o eccezionali, ma come luoghi centrali in cui si produce il rapporto contemporaneo tra architettura, violenza, cura e governance.14
 

ììIl campo come forma politica

Se l’emergenza è un regime spaziale, il campo ne è una delle forme politiche più esplicite. Non è soltanto il luogo in cui le popolazioni sfollate vengono temporaneamente accolte, né semplicemente una soluzione tecnica al problema della fornitura umanitaria. Il campo è una forma attraverso cui lo sfollamento viene reso governabile. Traduce il disordine della crisi in un ordine spaziale fatto di registrazione, assegnazione, sorveglianza, distribuzione dei servizi, controllo della mobilità e accesso differenziato ai diritti. In questo contesto, il campo dovrebbe essere visto non solo come struttura architettonica o umanitaria, ma come una forma di tecnologia politica: un meccanismo usato per identificare, classificare, assistere, segregare e gestire popolazioni.15

Il significato politico del campo risiede precisamente nel suo statuto ambiguo. È istituito in nome della protezione, ma spesso funziona attraverso la separazione. È giustificato come temporaneo, ma spesso persiste per anni, decenni o addirittura generazioni. È presentato come risposta eccezionale a una crisi, eppure può trasformarsi in un ordine territoriale durevole. La teorizzazione di Giorgio Agamben del campo come «nomos del moderno» resta centrale in questo dibattito, perché sposta l’attenzione dal campo come anomalia storica al campo come struttura giuridico-politica prodotta attraverso lo stato d’eccezione.16 Per Agamben, il campo è lo spazio in cui la legge viene sospesa mentre il potere resta pienamente operativo; è una soglia in cui inclusione ed esclusione, protezione e abbandono, interno ed esterno diventano indistinguibili.17 Sebbene questa formulazione sia stata ampiamente discussa e criticata, rimane utile per comprendere come spazi creati in nome dell’emergenza possano produrre specifiche forme di vita politica.

Eppure, il campo non può essere ridotto alla sola figura della nuda vita. Gli studi critici sui rifugiati e sugli spazi urbani hanno mostrato che i campi non sono vuoti spazi di vittimizzazione passiva, ma realtà dense, attraversate da relazioni sociali, configurazioni spaziali e tensioni politiche.18 I loro abitanti non vivono semplicemente una condizione ­imposta dall’alto; essi appropriano, trasformano, contestano e reinterpretano gli spazi nei quali vengono collocati. Il ­campo si configura dunque come uno spazio di tensione tra governo umanitario e vita quotidiana, tra ordine amministrativo e pratica spaziale vissuta, tra temporaneità imposta e costruzione di forme dell’abitare. Questa tensione è centrale per comprendere il campo come forma politica.

Per questo, il tempo del campo non è mai neutro: è esso stesso una forma di governo. Struttura investimenti, infrastrutture, status giuridico e aspettative politiche. Poiché il campo è immaginato come temporaneo, le sue infrastrutture vengono spesso costruite come provvisorie; poiché è provvisorio, i diritti di lungo periodo e l’integrazione urbana vengono rinviati; poiché l’integrazione è rinviata, la temporaneità si prolunga. Il campo produce quindi quella che 
potremmo definire una provvisorietà durevole: una condizione nella quale le persone vivono per anni in spazi ufficialmente immaginati come temporanei.19 Questa contraddizione temporale è una delle caratteristiche politiche fondamentali del campo.

Tuttavia, esso come forma politica non assume sempre la stessa configurazione spaziale. La sua relazione con la città, il confine e lo Stato varia in base al contesto storico, allo status giuridico, alla durata e alla funzione geopolitica. Questo diventa evidente quando si confronta il campo profughi di Zaatari con i più antichi campi palestinesi in Giordania, come Jabal al-Hussein e Al-Wehdat, noto anche come Wihdat o Amman New Camp. Tutti e tre sono chiamati «campi», eppure rivelano geografie politiche dello sfollamento molto diverse.

Zaatari, aperto nel 2012 in risposta alla crisi dello sfollamento siriano, si trova nel governatorato di Mafraq, circa 12 chilometri a est della città omonima e vicino al confine siriano.20 La sua logica spaziale è dunque segnata dalla prossimità al confine, dall’amministrazione umanitaria e da una separazione territoriale visibile rispetto al tessuto urbano consolidato delle principali città giordane. Il campo è connesso a Mafraq attraverso relazioni di lavoro, filiere di approvvigionamento, servizi, linee di trasporto e infrastrutture umanitarie, ma non viene assorbito dalla città. Rimane un apparato territoriale distinto: si urbanizza internamente attraverso strade, rifugi, mercati, scuole, cliniche e reti di servizi, pur continuando a essere governato come spazio umanitario eccezionale (fig. 1).

Al contrario, Jabal al-Hussein e Al-Wehdat rappresentano una condizione storica e urbana diversa. Entrambi appartengono alla prima generazione di campi profughi palestinesi istituiti in Giordania dopo il 1948 per accogliere i rifugiati espulsi dalla Palestina. Jabal al-Hussein fu istituito nel 1952 a nord-ovest di Amman, mentre Al-Wehdat, ufficialmente noto all’UNRWA come Amman New Camp, fu fondato nel 1955 a sud-est di Amman.21 Nel tempo, questi sono stati progressivamente inglobati nel tessuto metropolitano della capitale. Al-Wehdat, inizialmente istituito su 0,48 chilometri quadrati, è diventato un quartiere urbano densissimo, mentre Jabal al-Hussein, inizialmente realizzato su 0,42 chilometri quadrati, è entrato a sua volta nella morfologia urbana quotidiana di Amman.22 In questi casi, campo e città si fondono fisicamente. Strade, negozi, estensioni dello spazio abitativo, scuole, servizi e infrastrutture fanno parte della vita spaziale ordinaria di Amman. Tuttavia, questa fusione urbana non ne cancella la condizione politica, che resta ­segnato da una storia specifica di sfollamento, da uno statuto amministrativo particolare e dalla temporalità irrisolta della questione dei rifugiati palestinesi (fig. 2).

Questo confronto è importante perché mostra che il campo non è un tipo architettonico immutabile. È una forma politica la cui espressione spaziale cambia nel tempo. Zaatari rappresenta un campo umanitario di frontiera: spazialmente separato, governato a livello internazionale e amministrativamente eccezionale, anche mentre sviluppa caratteristiche urbane. Jabal al-Hussein e Al-Wehdat rappresentano un’altra condizione: campi divenuti interni al tessuto costruito, alla vita commerciale e ai ritmi quotidiani della città, pur continuando a portare con sé la memoria politica e le tracce istituzionali dello sfollamento. Nel primo caso, la relazione campo-città è strutturata da una prossimità senza assorbimento. Nel secondo, da una fusione urbana senza piena risoluzione politica.

La differenza, dunque, non è semplicemente morfologica: è politica. Zaatari dimostra come un’emergenza possa produrre un nuovo insediamento territoriale ai margini dell’assetto nazionale e urbano. Jabal al-Hussein e Al-
Wehdat dimostrano come un campo supposto temporaneo possa diventare parte della città attraverso le generazioni, producendo una condizione in cui campo e città si fondono fisicamente mentre la questione dello sfollamento resta storicamente irrisolta. Zaatari si urbanizza senza diventare una città a tutti gli effetti; i campi palestinesi di Amman sono diventati città senza cessare di esserlo del tutto. Insieme, questi casi rivelano che la forma politica del campo va letta attraverso la sua relazione territoriale: con il confine, con la città, con le agenzie umanitarie, con lo Stato e con i futuri irrisolti delle popolazioni che ospita.

Comprenderlo dunque come forma politica significa anche riconoscere che il suo ordine spaziale non è mai totale. I campi sono pianificati, ma anche modificati. Sono sottoposti a dispositivi di controllo, ma anche abitati oltre le norme che li disciplinano. Gli abitanti riorganizzano rifugi, creano cortili, aprono negozi, costruiscono ampliamenti informali, producono reti sociali e generano forme di vita collettiva che eccedono l’immaginazione amministrativa del campo.23 Queste pratiche non dissolvono la condizione di controllo, ma la complicano. Mostrano che il campo non è solo uno spazio di confinamento, ma anche uno spazio di negoziazione, adattamento e formazione di soggettività politiche. La sua forma politica, dunque, non è fissa. È continuamente prodotta dall’incontro tra governance e abitare.

Progettare, studiare o rappresentare i campi soltanto come rifugi d’emergenza significa perdere la loro profondità politica. Esso è una risposta spaziale allo sfollamento, ma è anche un’istituzione di classificazione, uno strumento territoriale di governo e un paesaggio di vita quotidiana. Solleva domande fondamentali sul rapporto tra cura e controllo, temporalità e permanenza, protezione e diritti, urbanizzazione ed esclusione. Nel momento in cui contribuisce a dare forma ai campi attraverso impianti planimetrici, unità abitative, infrastrutture, soglie, punti di erogazione di servizi, recinzioni, strade, zone amministrative e reti tecniche, l’architettura partecipa anche all’organizzazione politica della vita delle popolazioni sfollate. La questione, dunque, non riguarda soltanto come i campi vengano progettati, ma quali forme di vita politica essi rendano possibili, ritardino, restringano o precludano.

Il campo come forma politica rivela l’argomento centrale di questo numero: l’emergenza non interrompe semplicemente l’ordine spaziale esistente. Ne produce di nuovi. Crea territori in cui le misure eccezionali diventano routine, le infrastrutture temporanee diventano durevoli e la cura umanitaria si intreccia con il controllo. Leggere il campo politicamente significa dunque leggerlo come uno degli spazi chiave attraverso cui si organizzano le relazioni contemporanee tra sfollamento, sovranità, umanitarismo e urbanistica. Il confronto tra Zaatari, Jabal al-Hussein e Al-Wehdat rende più acuto questo argomento: i campi possono essere collocati al confine o dentro la città, separati dalla vita urbana o assorbiti in essa, prodotti di recente o storicamente consolidati. Ma in ogni caso rivelano come lo sfollamento venga governato spazialmente, come la temporaneità diventi durevole e come l’emergenza continui a modellare la geografia politica della città.
 

I tre tempi dell’emergenza

Leggere l’emergenza come regime spaziale significa andare oltre l’idea della crisi come breve interruzione della vita ordinaria. L’emergenza non distrugge, sospende o sfolla soltanto; produce anche territori, infrastrutture, categorie giuridiche, forme dell’abitare e orizzonti politici. Per l’architettura e l’urbanistica, questo significa che l’emergenza non può essere affrontata soltanto come un campo tecnico di risposta. Deve essere compresa come una delle condizioni attraverso cui lo spazio contemporaneo viene prodotto.24

I contributi raccolti in questo numero esaminano l’emergenza attraverso tre momenti interconnessi: il temporaneo che diventa permanente, la trasformazione degli spazi provvisori in condizioni urbane vissute e la ricostruzione come progetto conteso di produzione del futuro. Questi momenti non devono essere intesi come una sequenza lineare. Si sovrappongono, ritornano e spesso coesistono all’interno dello stesso territorio. Un campo può essere pianificato come temporaneo e tuttavia durare per generazioni. Un rifugio può diventare casa, strada, mercato o luogo della memoria. La ricostruzione può promettere riparazione e al tempo stesso riprodurre sfollamento, cancellazione o controllo territoriale. Ciò che tiene insieme questi momenti è la domanda centrale di questa pubblicazione: come diventa architettonica l’emergenza, e quali forme di vita politica produce?

Il primo momento riguarda il paradosso della temporaneità. Gli spazi dell’emergenza sono spesso giustificati attraverso il linguaggio dell’urgenza: vengono immaginati come provvisori, eccezionali e reversibili. Eppure, il provvisorio diventa spesso durevole. Il rifugio temporaneo, la disposizione del campo, l’infrastruttura di servizio, il confine amministrativo e il protocollo umanitario possono permanere a lungo dopo la crisi iniziale. In questo passaggio da risposta temporanea a condizione duratura, l’emergenza diventa una forma di governo attraverso lo spazio. Crea luoghi che vengono abitati come ambienti quotidiani, pur continuando a essere politicamente inquadrati come eccezionali o incompleti. La temporaneità, dunque, non è soltanto una condizione temporale; è anche uno strumento politico attraverso cui diritti, permanenza, integrazione e responsabilità possono essere rinviati.25

Il secondo momento è la trasformazione. Gli spazi dell’emergenza non sono mai modellati soltanto dalle istituzioni che li progettano o li amministrano. Sono trasformati anche da coloro che li abitano. I residenti adattano i rifugi, creano soglie di privacy, aprono negozi, costruiscono relazioni sociali, stabiliscono routine e producono forme di vita collettiva che eccedono la logica originaria della fornitura umanitaria. Questa trasformazione non cancella la violenza, la dipendenza o il vincolo inscritti negli spazi dell’emergenza. Ne rivela piuttosto l’ambiguità. Il campo, il rifugio e la città danneggiata non sono soltanto luoghi di vulnerabilità, ma anche luoghi di azione spaziale, negoziazione, memoria e produzione urbana. In questo senso, gli spazi dell’emergenza devono essere compresi come campi di tensione tra ordine imposto e pratica spaziale vissuta, tra governo umanitario e produzione quotidiana dello spazio.26

Il terzo momento è la ricostruzione. Questa viene spesso presentata come la fase che segue l’emergenza, come se ricostruire potesse segnare un ritorno alla normalità. Eppure, la ricostruzione non è mai un processo del tutto apolitico. Decide che cosa viene ricordato e che cosa viene cancellato, chi è autorizzato a tornare e chi viene nuovamente sfollato, quali forme di vita vengono ripristinate e quali futuri vengono preclusi. Ricostruire non significa semplicemente sostituire edifici distrutti. Significa riorganizzare territorio, diritti, proprietà, infrastrutture e immaginario collettivo. Per questo la ricostruzione deve essere letta come uno dei momenti più politici dell’emergenza, non come la sua conclusione tecnica. Può diventare un atto di riparazione, ma ­
può anche trasformarsi in un meccanismo attraverso cui privazione, dipendenza o controllo territoriale vengono stabilizzati sotto il linguaggio della ricostruzione.

Attraverso i contributi di diversi autori – dall’incorporazione urbana di Al-Wehdat all’urbanizzazione del campo di Zaatari, dalla conoscenza spaziale prodotta dai campi alla ricostruzione contesa di Gaza, dai dibattiti sulla ricostruzione alle pratiche probatorie della mappatura, dell’analisi visiva e dell’indagine forense – l’emergenza appare non come episodio temporaneo, ma come regime temporale-spaziale. È un regime attraverso cui il territorio viene stabilizzato, l’abitare regolato e rielaborato, i diritti rinviati, rivendicati o sospesi, e i futuri pianificati, contestati o preclusi. I casi discussi in questo numero non dovrebbero dunque essere letti come esempi separati, ma come luoghi analitici attraverso cui le politiche spaziali dell’emergenza diventano visibili. Insieme, mostrano come provvisorietà, trasformazione, ricostruzione ed evidenza operino come dimensioni interconnesse dell’urbanistica dell’emergenza, nella quale architettura e pianificazione sono implicate non solo nella risposta alla crisi, ma anche nella produzione delle condizioni attraverso cui la crisi perdura, cambia forma e diventa governabile.

Insieme, questi contributi non offrono un unico modello per progettare in condizioni d’emergenza. Spostano piuttosto i termini del dibattito. Chiedono all’architettura e all’urbanistica di guardare oltre le immagini consuete della crisi – tende, rifugi, rovine, masterplan e scenari di ricos­truzione – e di esaminare le logiche spaziali che tali immagini spesso nascondono. L’emergenza diventa architettonica quando viene tradotta in impianti urbani, campi, confini, infrastrutture di servizio, mercati, mappe, immagini e piani. Diventa architettonica quando lo sfollamento viene gestito attraverso lo spazio, quando la distruzione viene trasformata in progetto di ricostruzione e quando la prova viene prodotta attraverso la rappresentazione spaziale. In questo senso, cartografie, immagini, modelli, dati e pratiche forensi non sono soltanto strumenti di rappresentazione; sono metodi attraverso cui le operazioni spaziali della violenza, dello sfollamento e della ricostruzione possono essere rese visibili e politicamente contestabili.27

In ultima istanza, il numero non si chiude con una risposta definitiva. Si pone una domanda di responsabilità. Se l’emergenza produce spazio, allora architettura e urbanistica devono chiedersi quali spazi contribuiscano a produrre in suo nome. Riproducono confinamento, dipendenza, cancellazione e controllo? Oppure possono sostenere memoria, giustizia, dignità, ritorno e possibilità di azione politica? Il compito non è soltanto progettare per le emergenze, ma comprendere come le emergenze stesse progettino il territorio e come la pratica spaziale possa intervenire senza riprodurre le condizioni che cerca di riparare. È questo l’orizzonte critico del numero: esaminare l’emergenza non come un’eccezione esterna all’architettura, ma come una delle forme contemporanee attraverso cui architettura, urbanistica e potere politico organizzano la vita, il territorio e la possibilità del futuro.

 

Note 

1 Calhoun, «World of Emergencies»; Fassin & Pandolfi, Contemporary States of Emergency.

2 Corsellis & Vitale, Transitional Settlement
Davis, Shelter After Disaster; Sphere Association, Sphere Handbook; UNHCR, Emergency Handbook.

3 Agamben, Stato di eccezione; Calhoun, «World of Emergencies»; Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione.

4 Lefebvre, La produzione dello spazio.

5 Agamben, Homo sacer; Agamben, Stato di eccezione ; Fassin, Ragione umanitaria; Malkki, «Refugees and Exile»; Ticktin, Casualties of Care.

6 Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione ; Martin, Minca & Katz, «Rethinking the Camp».

7 Agier, Managing the Undesirables; Hyndman, Managing Displacement; Malkki, «Refugees and Exile».

8 Lefebvre, La produzione dello spazio.

9 Agier, Managing the Undesirables; Martin, Minca & Katz, «Rethinking the Camp»; Ramadan, «Spatializing the Refugee Camp».

10 Agamben, Homo sacer; Diken & Laustsen, Culture of Exception; Turner, «What Is a Refugee Camp?».

11 Agier, Managing the Undesirables; Fassin, Ragione umanitaria; Hanafi & Long, «Governance, Governmentalities».

12 Ramadan, «Spatializing the Refugee Camp»; Sanyal, «Urbanizing Refuge»; Turner, «What Is a Refugee Camp?».

13 Agamben, Homo sacer; Agier, Managing the Undesirables; Fassin, Ragione umanitaria ; Malkki, «Refugees and Exile»; Ticktin, Casualties of Care.

14 Martin, Minca & Katz, «Rethinking the Camp»; Ramadan, «Spatializing the Refugee Camp»; Sanyal, «Urbanizing Refuge».

15 Agier, Managing the Undesirables; Hyndman, Managing Displacement; Malkki, «Refugees and Exile».

16 Agamben, Homo sacer.

17 Agamben, Homo sacer; Agamben, Stato di eccezione.

18 Agier, Managing the Undesirables; Ramadan, «Spatializing the Refugee Camp»; Sanyal, «Urbanizing Refuge»; Turner, «What Is a Refugee Camp?».

19 Ramadan, «Spatializing the Refugee Camp»; Turner, «What Is a Refugee Camp?».

20 UNHCR, «Jordan: Zaatari Refugee Camp Factsheet».

21 UNRWA, «Jabal el-Hussein Camp»; UNRWA, «Amman New Camp».

22 Ibidem.

23 Agier, Managing the Undesirables; Ramadan, «Spatializing the Refugee Camp»; Sanyal, «Urbanizing Refuge».

24 Lefebvre, La produzione dello spazio; Foucault, Sicurezza, territorio, popolazione; Martin, Minca & Katz, «Rethinking the Camp».

25 Agamben, Stato di eccezione; Ramadan, «Spatializing the Refugee Camp»; Turner, «What Is a Refugee Camp?».

26 Agier, Managing the Undesirables; Malkki, «Refugees and Exile»; Sanyal, «Urbanizing Refuge».

27 Weizman, Forensic Architecture.