Dal ri­pa­ro al Sūq

la trasformazione spaziale del campo di Al Wehdat ad Amman, Giordania, e la sua produzione come territorio transiente

Quando un campo profughi smette di essere un campo? Attraverso il caso di Al Wehdat, il saggio indaga come mercato, infrastrutture e vita quotidiana trasformino lo spazio dello sfollamento in un territorio urbano, dove permanenza materiale e diritto al ritorno restano in tensione. 

Data di pubblicazione
18-08-2026

English version at this link 

La spazialità dello sfollamento prolungato

La domanda fondamentale che guida l’indagine sul Campo di Al Wehdat è di natura spaziale e politica: Al Wehdat è ancora un campo, o è ormai diventato parte della città? Per rispondervi, è stata analizzata la trasformazione spaziale a partire dalla sua istituzione nel 1955 da parte dello Stato giordano e dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA). Tra il 2019 e il 2022 ho condotto un'ampia ricerca sul campo nell’ambito della mia tesi di dottorato, impiegando strumenti qualitativi quali interviste, focus group e osservazione partecipata con abitanti, titolari di negozi, commercianti e funzionari statali.

Attraverso questa indagine, Al Wehdat emerge come un territorio dinamico plasmato da flussi di sfollamento, movimento e attività. Queste forze riproducono il campo come territorio transitorio che sperimenta un «raddoppiamento dello spazio», esistente simultaneamente nel passato e nel presente, in patria e in esilio. Questa duplicità spaziale segna l’intersezione dei percorsi di sfollamento compiuti dai rifugiati palestinesi a partire dallo sradicamento del 1948.1 Tale impostazione si allinea con Abourahmeh,2 il quale sostiene che i campi si trasformano all’interno degli «spillover» tra realtà materiale e quadri giuridici di governo, producendo una condizione di «permanente temporaneità».3 Allontanandosi da una visione territoriale statica, il presente studio decostruisce Al Wehdat come una complessa morfologia urbana in cui si intersecano sovranità, mercati e vita quotidiana,4 piuttosto che come un omogeneo «non-luogo».5

Centrale per questa indagine è la tensione tra la transitorietà politica del campo e la sua permanenza materiale. Pur rimanendo custode del diritto al ritorno riconosciuto a livello internazionale, la sua evoluzione morfologica rivela una profonda integrazione urbana. I rifugi originari a un piano (wehdat) si sono trasformati in edifici di quattro piani, indistinguibili per tipologia e normativa dai quartieri circostanti di Amman. Questa realtà fisica è definita da una densità estrema: progettato per 5 000 persone, il campo ospita oggi circa 60 000 residenti in soli 0,48 km².6

Un tempo isolato, Al Wehdat è ora interamente inglobato nell’espansione urbana sudorientale di Amman, che si estende ininterrottamente verso Jabal Ashrafiyya.7 Questa «soluzione temporanea», perpetuata per quasi otto decenni, ha generato un’architettura incrementale di ampliamenti informali che hanno drasticamente ridotto il verde e aggravato le sfide ambientali e sociali.8 Questa trasformazione è gestita attraverso un modello di «controllo ibrido» tra lo Stato giordano – tramite il Dipartimento per gli Affari Palestinesi (DPA), la suprema autorità infrastrutturale – e l’UNRWA, il cui ruolo si è spostato dal soccorso diretto ai servizi sociali.9 Questa interazione produce una «zona di indeterminatezza» che include ambiguamente il campo nel territorio nazionale, pur imponendone l’esclusione in quanto spazio umanitario.10 All’interno di questo perimetro, il Sūq Al Wehdat (il mercato) costituisce un sito primario di resistenza quotidiana,11 in cui la vitalità economica e forme di azione inscritte nei rapporti di genere reinterpretano la vita dei rifugiati come condizione di fermezza (sumud) all’interno di un archivio radicato nella città.12

Per analizzare questa doppia spazialità, mi concentro specificamente sull’emergere e sulla diffusione del Sūq Al Wehdat. Sostengo che il mercato sia il principale motore dell’integrazione materiale e sociale del campo nella città, favorita dallo scambio commerciale continuo. Indagare il mercato come forza di modellazione spaziale significa esaminare come la sua espansione abbia spostato l’identità del campo da spazio isolato di rifugio ad hub economico locale, dissolvendone i confini ufficiali attraverso corridoi di interazione quotidiana. Ripercorro il modo in cui questa espansione commerciale ha sistematicamente convertito i rifugi dei profughi in esercizi commerciali, segnando un passaggio fondamentale da sito residenziale di rifugio a spazio ad alta intensità commerciale. Analizzando le relazioni di potere che plasmano il Sūq Al Wehdat, indago come queste dinamiche riconfigurino fisicamente e socialmente il campo. L’analisi si conclude con il Sūq Al Nafoura (il Mercato della Fontana), per leggere il campo come palinsesto urbano.13 Collegando il periodo fondativo di Al Wehdat alla geografia perduta della Palestina, questo sito svela una storia infrastrutturale nascosta: l’evoluzione dei suoi luoghi di ­approvvigionamento dell’acqua. Tracciare la trasformazione di questi punti di distribuzione dell’acqua da servizi pubblici a fondamenta commerciali dischiude una dimensione sotterranea dell’integrazione nel tessuto di Amman. Come «spazio della memoria»,14 il sito proietta il campo verso la terra d’origine, materializzando questo legame attraverso elementi di mercato e pratiche spaziali che re-iscrivono frammenti della vita palestinese pre-Nakba nel tessuto urbano contemporaneo. Integrando il collage architettonico con Birds of Caution 15 di Ibrahim Nasrallah, questa ricerca esamina la storia concreta e segnata dai rapporti di genere dell’approvvigionamento idrico. Questo approccio interdisciplinare rimuove gli strati fisici e intangibili dell’insediamento per mettere a nudo le ­dinamiche di potere in evoluzione, la mutevole materialità e le pratiche spaziali in trasformazione. In ultima analisi, ­questa metodologia reinterpreta il campo non come sito statico di rifugio, ma come vivo registro di trasformazione e ­insediamento.
 

Sūq Al Wehdat: il mercato che si muove, col movimento delle persone

Chi entra per la prima volta ad Al Wehdat incontra uno spazio che, visivamente e funzionalmente, appare più come un mercato molto attivo che come un campo profughi. Questo solleva una questione decisiva: in che modo la saturazione commerciale può oscurare la realtà geopolitica di un luogo? La congestione di merci, persone e attività finisce per inghiottire di fatto l’infrastruttura residenziale, rendendo difficile riconoscere la struttura dell’ambiente costruito. Questa intensità commerciale produce inoltre una forma di isolamento spaziale; visto che i corridoi del mercato confluiscono direttamente nelle strade principali lungo i margini del campo, i frequentatori possono muoversi a piedi senza interruzioni dall’esterno verso il campo, attraversandolo e uscendone nuovamente. Questa configurazione fa sì che i consumatori non abbiano mai bisogno di avventurarsi oltre il mercato verso i quartieri residenziali più interni, riducendo di fatto un complesso spazio di sfollamento a una destinazione commerciale transitoria e altamente accessibile, e sterilizzando l’incontro del visitatore con la realtà interiore del campo.

Il mercato di Al Wehdat è uno spazio fluido in cui chioschi mobili, venditori e carretti guidano un’espansione continua e l’occupazione sistematica del territorio. Con la crescita della domanda, i commercianti esterni hanno offerto compensi allettanti ai rifugiati per affittare o acquistare i loro rifugi, accelerando la conversione delle unità residenziali in esercizi commerciali. Questa intensa conversione in spazi commerciali è un fenomeno recente. Prima degli anni Ottanta, il campo era prevalentemente residenziale e ospitava soltanto un piccolo mercato ortofrutticolo e un numero limitato di negozi per i bisogni di prima necessità. Secondo il Direttore del Comitato dei Servizi del Campo di Al Wehdat (DPA), la concessione del commercio su larga scala agli inizi degli anni Ottanta fu un intervento statale intenzionale, progettato per alleviare la crescente povertà. Le normative furono modificate per consentire ai residenti di convertire il 50 % della superficie della propria unità abitativa a uso commerciale, innescando un rapido sviluppo lungo le arterie principali, come le vie Al Nadi e Liddawi. Decreti successivi, nel 1997 e nel 2012, permisero espansioni verticali fino a quattro piani, autorizzando esplicitamente i primi due a essere destinati interamente ad attività commerciali, con i residenti che occupavano i due superiori. Questa evoluzione legislativa rispecchia la più ampia tensione tra forma costruita e quadro giuridico al cuore di questa ricerca: la trasformazione del rifugio abitativo da unità modulare e temporanea in struttura che si espande verticalmente e accoglie un’attività commerciale – una forma costruita che incarna la contraddizione tra la politica della condizione di rifugiato e la materialità della permanenza. Per cartografare i principali punti di riferimento e le strade del campo, è stata prodotta la figura 2.

La gerarchia stradale e la distribuzione commerciale sono state determinate da tre fattori interdipendenti: la distribuzione delle dotazioni pubbliche, la larghezza fisica delle strade e la prossimità alle arterie principali circostanti. In modo significativo, la presenza di dotazioni lungo un percorso era spesso dettata dalla sua larghezza e dalla sua posizione gerarchica all’interno del campo, con un maggior numero di negozi aperti vicino alle strade che offrivano più punti di riferimento, maggiore larghezza e più intensi flussi pedonali. È importante notare che a nessuna delle strade interne sono stati attribuiti nomi ufficiali; esse hanno invece acquisito denominazioni ufficiose dagli edifici e dalle dotazioni presenti lungo il loro tracciato. Via Al Nadi, oggi il corridoio commerciale più vitale del campo, deve il suo nome al Nadi Al Wehdat (il Club Sportivo Al Wehdat), l’edificio più famoso del campo grazie alla sua rilevanza locale, nazionale e internazionale. Via Al Madares ha ricevuto il nome dal complesso scolastico dell’UNRWA, composto da dodici edifici, e via Al Maghfar dalla stazione di polizia situata all’ingresso.

Via Liddawi si distingue dalle altre, avendo acquisito il proprio nome da un punto di riferimento lontano – la città di Al Lidd in Palestina, dalla quale la maggior parte dei suoi abitanti fu sfollata dopo la Nakba del 1948. Quest’ultima denominazione è particolarmente rivelatrice: illustra come lo spazio commerciale di Al Wehdat sia simultaneamente uno spazio della memoria, in cui la geografia della perdita è silenziosamente iscritta nel quotidiano dello scambio. Per comprendere più a fondo questa distribuzione spaziale, ho tracciato una sezione trasversale lungo via Al Maghfar 
per cogliere la relazione tra gli strati mobili e quelli fissi che si sovrappongono verticalmente (fig. 3).

I prodotti spaziavano dall’abbigliamento all’elettronica, dai mobili ai generi alimentari; i negozi si raggruppavano per tipologia, dando vita a mercati più piccoli: l’abbigliamento dominava via Al Maghfar, i mobili si allineavano lungo via Al Madares, e i prodotti ortofrutticoli si riversavano dal mercato centrale della verdura nelle strade circostanti. Addentrandosi nei quartieri residenziali, si registrava un netto calo di rumore, attività, colori e presenze umane. Le strade commerciali rappresentavano il palcoscenico principale di queste sovrapposte e frenetiche recite quotidiane. Avanzando verso il retroscena – le strade parallele dove la maggior parte delle unità fungeva da deposito del mercato – l’ambiente si faceva più silenzioso. Più in profondità, i quartieri autenticamente residenziali si rivelavano attraverso i tracce domestici: vasi di piante, bambini che giocano, anziani seduti fuori, fili del bucato distesi – recite meno affollate e proprie di quegli spazi.

Qui diventava evidente che Al Wehdat era inizialmente un campo profughi palestinese, in cui, per ironia della sorte, circa quattro generazioni abitano edifici residenziali di quattro piani. Per cogliere questa transizione dal palcoscenico principale al retroscena, ho utilizzato la serial vision, scattando una serie di fotografie (fig. 5) da via Al Maghfar verso l’interno per documentare il brusco calo di attività. In fondo al quartiere, lontano dal caos che oscura facilmente la realtà, mi sono ricordato che molto prima del mercato Al Wehdat è stato un luogo in cui le persone vivono da oltre sei decenni dalla sua fondazione nel 1955. Quelli che erano cominciati come rifugi temporanei erano diventati edifici residenziali non molto diversi da qualsiasi altro quartiere di Amman per materiali, tipologia e normativa edilizia. Poiché le strutture si fondono così naturalmente con l’ambiente circostante, rintracciare il confine ufficiale del campo è arduo, ulteriormente oscurato dal movimento fluido delle persone che connette il campo con la città tanto spazialmente quanto funzionalmente.

Ufficialmente, il territorio del campo rimane delimitato da via Madaba a ovest, via Sumaya a est e via Al Badiya a nord, come si può vedere nella figura 2. Anziché costituire barriere rigide, queste arterie periferiche fungono da interfacce commerciali intensamente connesse il resto della città, operando come corridoi vitali che attirano e canalizzano verso il sud-est di Amman un flusso incessante di consumatori, capitali e di commercianti esterni. Questa pervasiva pressione commerciale ha smantellato radicalmente il carattere originario del campo come luogo di rifugio temporaneo, sovrascrivendo lo spazio con una logica di mercato che impone una molteplicità funzionale, sociale e architettonica.

Trainato da questa energia economica, il mercato trasgredisce fluidamente i confini ufficiali del campo, integrando ulteriormente il suo territorio nel tessuto della città attraverso reti condivise e percorsi di attività quotidiana. Questa espansione dissolve attivamente un confine che ha demarcato giuridicamente il campo sin dalla sua istituzione nel 1955, quando il suo territorio fu originariamente costruito su un terreno privato ceduto in locazione per 99 anni. In ultima istanza, questa integrazione materiale contraddice direttamente la costruzione giuridico-politica della temporaneità del campo, rivelando un profondo paradosso per cui la permanenza urbana è strutturalmente imposta a uno spazio giuridicamente definito dalla transitorietà.

 

I commercianti e il dominio sullo spazio del campo

L’emergere di un ecosistema economico a logica di mercato in Al Wehdat ha introdotto commercianti esterni come una nuova classe di decisori informali che esercitano egemonia spaziale sul territorio del campo. Questa espansione commerciale ha creato un profondo paradosso giuridico: mentre le normative locali consentono agli abitanti di convertire i propri rifugi in esercizi commerciali, proibiscono tassativamente la vendita o la locazione di tali unità a terzi. Nell’ambito dei quadri normativi dell’UNRWA, le strutture all’interno del confine ufficiale del campo rimangono definite come rifugi temporanei assegnati sulla base di un accordo di «diritto d’uso» piuttosto che come proprietà tradizionale. Per navigare in questa zona grigia giuridica, si è sviluppato un robusto mercato nero che si avvale di carte non ufficiali e avvocati-ombra. Le interviste con funzionari del DPA e del Comitato dei Commercianti confermano che lo Stato ha praticato una politica di «negligenza calcolata» – consentendo consapevolmente il perpetuarsi di questi scambi extra-legali per decenni al fine di favorire l’integrazione economica, pur preservando la costruzione giuridico-politica della temporaneità del campo. Questa tolleranza ufficiale ha permesso ai commercianti di proiettare il proprio potere ben oltre i propri esercizi, stabilendo un controllo totale sullo spazio pubblico mediante una stratificata rete-ombra tripartita che opera parallelamente al commercio formale.

Il primo livello è costituito dai venditori ambulanti, o Bastat, che operano sotto il diretto controllo dei «grandi commercianti» e devono pagare una «tassa di protezione» legata alla posizione per assicurarsi un posto per il loro carretto o chiosco su marciapiedi e strade, subendo ritorsioni fisiche se ne violano le regole territoriali. Il secondo comprende i raccoglitori di rifiuti controllati dai commercianti, che distribuiscono il lavoro di smaltimento dei rifiuti ogni mattina presto secondo rigorosi confini territoriali. Il terzo riguarda il traffico illecito di droga e armi, in cui alcuni venditori utilizzano i propri chioschi come copertura, impiegando codici discreti e manovre spaziali per condurre le transazioni. Sebbene i Bastat siano formalmente illegali, privi di permessi di lavoro e ostacolino la circolazione urbana, le misure di contrasto vengono costantemente aggirate. I commercianti sfruttano solidi legami con la vicina stazione di polizia di Al Ashrafieh per mantenere un sistema di preavviso, consentendo ai venditori di smontare le proprie postazioni prima che arrivino le autorità statali.

Questa espansione informale genera una grave frizione socio-spaziale all’interno del campo. I residenti lamentano che i Bastat ostruiscono la circolazione, favoriscono l’attività illegale e catalizzano le molestie, rendendo il mercato uno spazio escludente e scomodo per le donne. Anche i titolari di negozi indipendenti rilevano che il caos scoraggia i frequentatori, compromette la sicurezza e introduce una concorrenza sleale da parte di venditori che eludono affitti e normative, determinando un percepito deterioramento del mercato. Questa tensione è ulteriormente aggravata da una frattura tra gli abitanti «interni» e i titolari di imprese «esterni». Mentre gli investitori esterni guardano al campo esclusivamente attraverso la lente del capitale e dei diritti di investimento, gli abitanti del campo difendono il territorio come sito sovrano di appartenenza storica esclusiva, trasformando il mercato in un confine viscerale tra il campo e la città.

 

Il Mercato della Fontana: flussi di corpi, memorie e acqua

Percorrendo via Al Nadi, ho scoperto per caso un’insegna recante la scritta Sūq Al Nafoura (Il Mercato della Fontana). All’interno di un piccolo cortile si trovava una fontana costruita direttamente sopra quello che un tempo era un punto d’acqua pubblico dell’UNRWA, visibile nella figura 12. Secondo il direttore del campo, i rifugi originari erano privi di impianto idraulico. Gli abitanti si affidavano inizialmente ai camion dell’acqua, finché l’UNRWA non costruì rubinetti pubblici nei quartieri residenziali. Questi spazi, affiancati da bagni divisi per genere, divennero luoghi prevalentemente occupati dalle donne che facevano la fila per riempire secchi e taniche secondo un sistema di fasce orarie settimanali.

Nel romanzo Birds of Caution di Ibrahim Nasrallah, le descrizioni delle donne intente a procurarsi l’acqua spogliano i primi giorni del campo di qualsiasi romanticismo, rivelando una realtà quotidiana dura e violenta. Prima che le petizioni portassero all’installazione dei rubinetti pubblici di quartiere, le donne si scontravano in brutali «lotte di sopravvivenza» attorno ai camion di distribuzione dell’acqua, quando si rendevano conto che la fornitura era insufficiente per tutti. Questi scontri disperati si concludevano con violenze fisiche, capelli strappati, foulard macchiati e acqua rovesciata, benché la frequenza di questi scontri e litigi diminuisse una volta costruiti finalmente i rubinetti locali. Nasrallah sottolinea questa brutalità attraverso il racconto specifico di sua madre, Aisha, che lasciò il suo bambino per andare a cercare acqua in un altro quartiere avendo saputo che il camion avrebbe saltato il loro. Spinta dalla paura di rimanere senz’acqua, si fece largo in una folla densa, salvo poi essere violentemente trascinata per i capelli e gettata nel fango da un’altra donna. Quando Aisha si alzò per reagire, le due donne si riconobbero, smisero di lottare e si abbracciarono – piangendo sia l’una per l’altra che per sé stesse.

Le donne anziane intervistate ricordavano vividamente il trasporto di pesanti taniche d’acqua sulla testa. Poiché gli uomini erano fuori al lavoro, l’approvvigionamento idrico divenne una pratica quotidiana generizzata che occupava esplicitamente gli spazi pubblici del campo. Ciò contrasta nettamente con il presente, in cui le donne sono molto meno visibili per strada, essendosi ritirate dietro le mura domestiche.

Per documentare questo lavoro storico, è stato prodotto prodotto il collage (fig. 8) che sovrappone le file d’acqua del passato a fotografie recenti scattate nel campo. Questa pratica mira a scavare nelle memorie spaziali delle donne, mettendo in rilievo il movimento corporeo che un tempo produceva un dominio pubblico spiccatamente femminile. Per molti, la quotidiana attesa in fila per l’acqua evocava la Palestina, dove le donne attingevano tradizionalmente l’acqua dai ruscelli dei villaggi. Un anziano residente ricordava come la moglie con la tanica d’acqua gli facesse venire in mente la madre che portava una giara d’argilla nella sua terra natia prima della Nakba del 1948. Un proprietario di negozio locale ha condiviso un sentimento simile, dichiarando che, benché fosse nato nel campo, il ricordo della madre presso le aree di distribuzione dell’acqua lo connetteva alle storie della Palestina. Per preservare questo legame, i titolari dei negozi locali hanno raccolto di tasca propria il denaro necessario per costruire la fontana sopra i vecchi rubinetti dell’UNRWA, riproducendo un frammento della memoria della madrepatria all’interno del mercato. Questo intervento crea un doppio ripiegamento di tempo e spazio: il presente del campo si innesta sul suo passato, ed entrambi si proiettano verso la Palestina.

Nel collage mostrato in figura 9, una fotografia d’archivio di donne è sovrapposta a un’immagine recente di Al Wehdat, sullo sfondo di montagne palestinesi, colmando il divario di chilometri e anni. Decostruire il paesaggio caotico del campo ha richiesto ricerca d’archivio, fotografia, collage e interviste per guardare oltre il tessuto del mercato, più in profondità nel passato del campo, fino alla Palestina.

Incuriosita dal destino delle altre aree di distribuzione idrica dell’UNRWA, ho studiato una mappa aggiornata del DPA per localizzarli dall’alto. Questa rivelava piccoli quadrati distribuiti uniformemente tra i quartieri, nei punti in cui un tempo si trovavano i rubinetti, incluso il cortile contenente il Mercato della Fontana lungo via Al Nadi. Il Responsabile del Dipartimento di Ingegneria del DPA ha confermato i miei risultati, osservando con un certo divertimento che gli spazi erano stati tutti edificati, e che persino l’attuale edificio del DPA sorgeva sopra un ex punto d’acqua. Seguendo queste coordinate a piedi, ho verificato che l’ufficio del DPA si trova su un’area in via Al Bareed, adiacente a un altro lotto occupato dall’Ufficio Postale. Navigando tra gli altri punti rimanenti, ho mappato le nuove strutture erette al loro posto (fig. 11). Questi spazi sono stati riconvertiti in edifici commerciali, uffici del DPA, moschee, il comitato assistenziale dello Zakat e l’Ufficio Postale. L’elevato numero di edifici commerciali evidenzia la totale trasformazione del campo verso un uso mercantile. Poiché il DPA rilascia i permessi edilizi per tali strutture, lo Stato ha attivamente guidato questa trasformazione spaziale. Inoltre, un titolare di negozio ha riferito che alcuni membri del DPA hanno distribuito questi spazi a soggetti ben connessi, suggerendo una sovrapposizione tra gli esecutori statali e le reti informali dei commercianti.

Attraverso la metodologia adottata, ho studiato il campo come palinsesto di eventi, memorie e pratiche spaziali che devono essere portati alla luce per comprendere la sua attuale integrazione con Amman. È fondamentale che il campo non possa essere compreso al di fuori della storia della Palestina; i suoi spazi rimangono legati alla madrepatria attraverso i flussi di corpi sfollati che vi sono giunti dal 1948. Questa preservazione della memoria si estende oltre gli spazi idraulici; i nomi degli esercizi commerciali nel mercato commemorano attivamente la madrepatria. I negozi portano i nomi di città come Al Quds, Nablus, Yaffa e Betlemme, accanto a quelli di villaggi più piccoli, come Imwas, Beit 
Nabala e Al Walajeh. Altri ricorrono a concetti politici come Al Awdeh (Il Ritorno) o Al Tahrir (La Liberazione), mentre Sūq Al Dafatyan (il Mercato delle Due Sponde) fa esplicito riferimento alle due rive del fiume Giordano.
 

Il territorio transitorio e il raddoppiamento dello spazio

Al Wehdat va inteso come un assemblaggio di relazioni in cui la permanenza materiale del mercato contraddice direttamente lo status «temporaneo» del territorio. Questa frizione crea un «raddoppiamento dello spazio», consentendo al campo di esistere simultaneamente all’interno del presente materiale della Giordania e del paesaggio simbolico, storico e orientato al futuro della madrepatria palestinese. Questa espansione commerciale non segnala la dissoluzione dello spazio del rifugiato; piuttosto, evidenzia come il campo si integri nella città più ampia attraverso la graduale evoluzione della sua infrastruttura e delle normative edilizie. In ultima analisi, il campo opera come un palinsesto urbano – una superficie su cui lo Stato, l’UNRWA e i rifugiati stessi iscrivono continuamente nuovi strati di significato. Mentre il DPA e i commercianti esterni hanno riscritto l’enclave come hub economico regionale, gli abitanti preservano la traccia originaria dello sfollamento. Portando alla luce questi strati nascosti di memoria e significato, questa ricerca reinterpreta il campo non come un non-luogo statico e omogeneo, ma come un territorio resiliente e transitorio. Essa dimostra che anche mentre Al Wehdat si integra fisicamente con la città di Amman attraverso il cemento e le infrastrutture, rimane un distinto, duraturo archivio della lotta palestinese per il luogo e il ritorno.

Note 

1 Qudah, «Moving Along, Stopping At», 411-433.

2 Abourahme, «Assembling and Spilling-Over», 200-217.

3 Hilal & Petti, Permanent Temporariness, 105-112.

4 Doraï, «Palestinian Refugee Camps»; Doraï, «Refugees and the Urban Fabric»; Ramadan, «Spatializing the Refugee Camp».

5 Augé, Nonluoghi.

6 Hamdan, El Faouri, Teba, & Yaghi, «Evaluating “Pocket” Public Spaces», 59-84.

7 Achilli, «Al-Wihdat Refugee Camp».

8 Alnsour & Meaton, «Housing Conditions», 65-73; Hamdan, El Faouri, Teba, & Yaghi, «Evaluating “Pocket” Public Spaces», 59-84.

9 UNRWA, «Amman New Camp (Wihdat) Profile»; dpa.gov.jo

10 Oesch, «Refugee Camp as a Space», 110-120.

11 Achilli, «Disengagement from Politics», 234-257; Achilli, «Becoming a Man in Al-Wihdat», 263-280.

12 Achilli & Oesch, «Spaces of Ambiguity», 17-36; Bleibleh, Perez, & Bleibleh, «Palestinian Refugee Women», 2897-2916; El-Zakka & Diab, «Youth Development».

13 Corboz, Il territorio come palinsesto, 12-34.

14 Nora, «Between Memory and History», 7-24.

15 Nasrallah, Birds of Caution.