Ricostruire Gaza
Tre modelli, un dilemma di fondo
La ricostruzione non è mai neutrale. Attraverso tre visioni per il futuro di Gaza, il saggio mostra come ricostruire significhi decidere chi può restare, tornare e abitare. Oltre il progetto, la ricostruzione emerge come una questione di giustizia, memoria e diritti.
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C’è un prima, la guerra, e c’è un dopo, la ricostruzione materiale dei luoghi colpiti. Siamo affezionati a questa idea che separa temporalmente le guerre dalle ricostruzioni, che distingue chi produce la distruzione da chi si incarica della rinascita. Ma questa visione appare oggi anacronistica.
La spirale del ciclo bellico-immobiliare ha infatti una sua inquietante coerenza: armare, distruggere, ricostruire, generare profitto. In questa dinamica, gli interessi di chi produce danni e rovine tendono a convergere con quelli di chi gestisce la ricostruzione. Dietro la retorica della rinascita si celano sempre più spesso logiche economiche neo-coloniali che vanno comprese.
Le guerre contemporanee producono un continuum di accumulazione: dalla produzione e vendita di armamenti, alla gestione della ricostruzione affidata ad agenzie statali o imprese private, fino al controllo politico ed economico dei territori devastati. C’è una logica immobiliare che agisce dentro «la Terza Guerra Mondiale ‹a pezzi›»1 e lavora per la cancellazione delle identità territoriali; per questo motivo non possiamo prescindere da quanto sta accadendo a Gaza,2 dalle sfide che pone la sua distruzione e dalle ipotesi di ricostruzione che ci richiedono nuove attrezzature morali, prima che progettuali.
Da urbanista, sono abituata a riconoscere nelle immagini satellitari la forma degli edifici, la trama delle strade, la densità dell’urbanizzato. Ma a Gaza è la devastazione a prevalere: un vuoto che non rimanda più a ciò che, fino a pochi mesi fa, era un tessuto urbano vivo e complesso. Proviamo a dare un nome a questa distruzione. Qualcuno parla di urbicidio3 o di ecocidio,4 perché anche la natura è stata annientata. Ma forse queste parole non bastano. La scrittrice palestinese Zena Agha parla di «disinvenzione»5 come la volontà sistematica di cancellare l’esistenza stessa di un luogo dalla memoria collettiva. Come se quel luogo non fosse mai esistito. A Gaza la distruzione urbana ha assunto una scala industriale e una logica programmatica, tesa a smantellare ogni tessuto di vita. Una vera e propria tabula rasa.6
In questo contesto, ricostruire non può significare semplicemente sistemare ciò che è stato distrutto, ma ridefinire il significato stesso di territorio, di comunità, di sovranità politica.
Per questo, senza nessuna pretesa di esaustività, abbiamo scelto di riflettere su tre modelli di ricostruzione, molto diversi tra loro, non comparabili, e a loro modo idealtipici di tre modi di intendere l’azione ricostruttiva7 (basandoci sui pochi documenti disponibili): un immaginario politico-immobiliare, un piano istituzionale e una strategia tecnico-accademica.
Il primo modello, quello americano, incarna il mito della forza e tende a cancellare la complessità del luogo attraverso una nuova radicale riscrittura, insieme semantica e architettonica, imponendo una nuova forma e un nuovo significato. Il secondo – la proposta dei paesi arabi – è incentrato sulla ricerca di «identità» e di «memoria»: tende a idealizzare la ricostruzione, evocando la metafora dell’ulivo che resiste a tutto, anche alla rovina, come figura di una possibile riscrittura dell’identità. Il terzo modello, elaborato da un team multidisciplinare dell’Università Iuav di Venezia si fonda sulla «tecnologia»: pone al centro gli strumenti di analisi e diagnostica e interpreta la ricostruzione come un problema di efficacia del processo, da ottimizzare attraverso dispositivi tecnici e procedurali capaci di governarne (un’impossibile) complessità.
Questi tre modelli mettono in luce tre rischi ricorrenti della ricostruzione: «cancellare» il territorio e la sua memoria, «idealizzare» l’identità trasformandola in una immagine pacificata, «ottimizzare» la complessità fino a depoliticizzarla.
Tutti e tre i modelli ci costringono a fermarci di fronte ad alcune domande radicali. Siamo capaci di pensare la ricostruzione come un atto di giustizia riparativa, prima ancora che come un progetto tecnico, economico o procedurale? Siamo disposti a chiederci chi abbia il diritto di restare, di tornare, di decidere?
Senza questi presupposti ogni discorso intorno alla ricostruzione fisica – così come oggi viene spesso immaginata – rischia di perpetuare una forma di violenza coloniale, in cui il vincolo oppresso-oppressore, non viene messo in discussione.
Dalla tabula rasa al design della finanza immobiliare
È il 4 febbraio 2025 quando per la prima volta il presidente americano Trump ha rilanciato l’idea di trasformare Gaza in una «Riviera del Medio Oriente», reinsediando altrove i palestinesi.8 Molti l’hanno liquidata come una boutade. Eppure, oggi quel progetto appare meno estemporaneo di quanto sembrasse: il clima di Gaza è simile a quello della Florida, e l’inviato di Trump in Medio Oriente, Steve Witkoff, è un imprenditore immobiliare di lungo corso. Non a caso, nel 2020, il piano Peace to Prosperity 9 già descriveva Gaza come un’area dal «potenziale straordinario», traducendo la pace in un’operazione di sviluppo immobiliare.
Abbiamo tutti negli occhi le immagini della ricostruzione di Gaza veicolate dallo stesso Presidente americano Donald Trump: Gaza incarna l’immaginario architettonico del lusso tipico di una riviera di vacanza, dominata da grattacieli, viali alberati e spazi verdi, dove si alternano enormi piscine e aree di svago. Quello che sarebbe normale per un depliant di un’agenzia turistica appare osceno se sovrapposto ad un contesto di guerra e di morte. Gaza – distesa di macerie – diventa una piattaforma di investimento, uno spazio da rifondare secondo logiche di efficienza, attrattività e rendimento.
Quella proposta non è una ricostruzione, ma una sostituzione. La distruzione viene convertita in occasione di valorizzazione economica, e Gaza ridotta a suolo disponibile. L’estetica della nuova città, ispirata all’immaginario delle città globali e all’estetica delle branded architecture, si accompagna così a una cancellazione della memoria.
Ci inquieta questa tabula rasa, ma va guardata in faccia: è uno degli elementi più rilevanti del nuovo immaginario immobiliare che attraversa trasformazioni urbane, conflitti e politiche globali. Una pulsione profonda al «nuovo assoluto», che attraversa anche le città contemporanee e i nuovi mercati immobiliari; cancellare ogni traccia del preesistente per riscrivere il mondo come pagina bianca. Questa tabula rasa estetico-politica si traduce in una damnatio memoriae dell’urbano, dove il passato è percepito come ostacolo all’ottimizzazione economica e alla riscrittura della città.
L’ho definita, in un mio precedente lavoro, urbanoclastia immobiliare,10 una rimozione delle città, un progetto ideologico che non si limita a trasformare lo spazio, ma punta a riscrivere la città cancellandone la memoria storica e sociale, insofferente verso ogni preesistenza. È una politica della demolizione in cui il gesto fondativo è il radere al suolo, avviando nuovi cicli di rendita e potere, spesso senza alcuna reale tensione rigenerativa.
D’altro canto, questa idea che si possa ricominciare da capo, è cara al Presidente Trump. Già nel marzo 2023, durante la campagna elettorale, Trump aveva lanciato la proposta di costruire dieci nuove città, le cosiddette Freedom Cities,11 dando forma a un’idea di innovazione urbana fondata su lusso ed esclusione. Progettate su terreni federali e affidate a gare tra masterplan privati, queste città segnano un cambio radicale: invece di trasformare le città esistenti, si preferisce fondarne di nuove, da zero.
La Freedom City incarna l’ideale di una città esclusiva, che traduce in forma materiale e simbolica l’idea di una perfezione urbano-architettonica svincolata dai limiti dell’esistente. È un’estetica dell’auto-segregazione e della sicurezza, alimentata da un immaginario edonista e anestetizzante: piscine a sfioro, giardini pensili, palestre panoramiche convivono con muri di cinta, sistemi di sorveglianza e dispositivi di controllo. Una bellezza blindata che esclude per proteggere.
Un modello coerente con la logica bellicista del suo secondo mandato
In questi mesi, altre visioni si sono allineate a questa visione. Cosa significa la proposta del ministro israeliano Israel Katz di costruire una «città umanitaria»12 sulle macerie di Rafah, destinata ad accogliere l’intera popolazione superstite? Il termine «umanitaria» appare profondamente ambiguo, evocando più una città-prigione che un luogo di accoglienza.
Gaza rischia così di diventare il laboratorio più estremo della nuova città disumana, dove rendita ed esclusione si travestono da innovazione e futurismo.
L’uso dell’urbanistica come arma di guerra è stato da tempo analizzato da Eyal Weizman in Cisgiordania:13 un controllo del suolo e delle infrastrutture che separa sopra e sotto, mobilità e confinamento, accesso alle risorse e privazione.
Una logica che Achille Mbembe ha definito più di vent’anni fa necropolitica:14 il potere di decidere chi può vivere e chi deve essere esposto alla morte, confinando intere popolazioni in «zone di morte lenta», campi, carceri, territori occupati, baraccopoli, centri di detenzione per migranti. Da Gaza ad «Alligator Alcatraz»,15 fino ai centri in Albania.16
Non a caso Mbembe definiva la Palestina una delle forme più compiute di necropotere. Qui la frammentazione territoriale e la sovranità verticale producono una geografia stratificata: uno stesso paesaggio abitato su piani diversi, non più solo orizzontali ma profondamente verticali.
La cancellazione diventa così l’obiettivo stesso di una politica urbanistica che considera il passato, le memorie e le relazioni sociali come ostacoli alla massimizzazione del profitto.
Un piano gerarchico che idealizza la storia
Il Gaza Recovery, Reconstruction and Development Plan,17 presentato il 4 marzo 2025 al vertice straordinario della Lega araba al Cairo, rappresenta la principale proposta araba per la ricostruzione della Striscia. Elaborato sotto il coordinamento della Lega araba, con l’Egitto promotore, è stato sviluppato consultando le autorità palestinesi e trasmesso alle Nazioni Unite come posizione unitaria e condivisa.
A differenza dei modelli fondati sulla rottura o sulla sostituzione radicale dell’esistente, il piano si affida ad una più tradizionale visione razional-comprensiva della pianificazione: presuppone cioè che il processo di trasformazione urbana possa essere previsto, ordinato e governato nel suo insieme. Al centro del programma vengono posti la comunità palestinese, la memoria dei luoghi e il diritto a ricostruire il proprio habitat riannodando i fili della tradizione.
La ricostruzione è concepita come un processo graduale che integra emergenza e sviluppo entro una visione unitaria di lungo periodo. Questa impostazione si traduce però in una struttura fortemente prescrittiva, in cui tempi, funzioni e assetti urbani risultano ampiamente predefiniti ma totalmente disancorati dalla realtà dei fatti.
Il piano combina, infatti, una flessibilità dichiarata e un’apertura al coinvolgimento degli attori locali, con un controllo spaziale rigidissimo e sistematico, basato su tecnologie avanzate di rilevamento, immagini satellitari e aggiornamento continuo dei dati. L’attuazione del programma è immaginata come un processo multilivello che coinvolge Autorità Palestinese, organizzazioni internazionali, donatori, società civile e settore privato, presupponendo un elevato grado di integrazione istituzionale.
La dimensione economica e temporale è definita con precisione: un fabbisogno stimato in 53 miliardi di dollari, articolato in tre fasi. Una prima fase, di circa sei mesi, riguarda la rimozione e il riutilizzo delle macerie, la realizzazione di alloggi temporanei per circa 1,2 milioni di persone e il ripristino dei servizi essenziali. Segue una fase di ricostruzione che dovrebbe allungarsi fino al 2027, con circa 200 000 nuove unità abitative, il recupero degli edifici danneggiati e la bonifica del territorio. Infine, la fase di sviluppo vero e proprio fino al 2030 che prevede il completamento delle infrastrutture strategiche – porti, aeroporto, aree industriali – e la costruzione di un sistema economico più autonomo, orientato a ridurre la dipendenza dagli aiuti esterni.
La città viene organizzata intorno a singole Unità di Sviluppo Integrato (IDU), ciascuna di circa 21 km², pensate per ospitare tra 250 000 e 300 000 abitanti. Ogni unità è concepita come un sistema urbano completo, in cui residenza, lavoro, servizi e spazi ricreativi sono integrati. Le densità abitative sono distribuite in modo differenziato – bassa, media e alta – in relazione ai nodi infrastrutturali e ai corridoi commerciali, mentre le centralità urbane e le aree a uso misto garantiscono accessibilità ed efficienza. Un puro esercizio di stile, che pare non conoscere i fallimenti di questo tipo di progettazione urbanistica lungo tutto il corso del Novecento (dalla Ville Radieuse di Le Corbusier a Broadacre City di Frank Lloyd Wright).
Particolare rilievo descrittivo assumono nella proposta i corridoi verdi e gli spazi pubblici, che strutturano il tessuto urbano e contribuiscono alla qualità ambientale, insieme alla valorizzazione della fascia costiera come spazio ricreativo e paesaggistico. I centri di servizio – scuole, ospedali, uffici pubblici e strutture culturali – sono distribuiti per assicurare prossimità e accesso ai servizi essenziali. Che la città venga pensata come rigorosamente green senza menzionare il disastro (anche ambientale) che la sta devastando appare spiazzante.
L’identità architettonica è trattata come componente strutturale del progetto. Il piano propone una sintesi tra patrimonio palestinese e modernità, integrando elementi tradizionali come cortili, archi, uso della pietra, con tecnologie costruttive avanzate, materiali ecocompatibili, ventilazione naturale ed energie rinnovabili. Mi domando, sfogliando il piano, come si possa avere tanta fiducia nelle capacità dell’architettura e del disegno urbano nel risolvere questioni geopolitiche di così drammatica entità.
Ottimizzare il processo affidandosi al potere della tecnologia
Il modello di ricostruzione sviluppato in ambito accademico – in particolare ci siamo soffermati sul lavoro condotto dall’Università Iuav di Venezia – introduce un terzo registro: quello della complessità e dell’adattività. In questo terzo caso, la ricostruzione non è affidata a un disegno definito, ma ad un processo aperto, guidato da dati, algoritmi, sistemi di monitoraggio in tempo reale.18 L’Università Iuav ha infatti siglato un protocollo d’intesa con lo United Nations Development Programme (UNDP) che ha incaricato l’ateneo di sviluppare una strategia di lungo periodo.
Il modello urbano immaginato per Gaza rinvia ad una città strutturata intorno ad una costellazione organica di cellule o quartieri.19 La distruzione urbana viene vista come occasione per invertire gli attuali meccanismi insediativi a favore di una città formata da cellule urbane definite e autonome, capaci di ospitare una popolazione di circa 15 000 abitanti ciascuna. Le cellule urbane possono essere costruite attraverso interventi delocalizzati, piccoli e diffusi che permettono di agire contemporaneamente in ambiti diversi, ottimizzando tempi, risorse finanziarie, infrastrutture e forza lavoro e minimizzando il consumo di territorio.
Jacopo Galli, Andrea Fantin, Elisa Vendemini, che compongono il gruppo di ricerca veneziano per UNDP per Gaza, illustrano la filosofia del loro lavoro in un articolo dal titolo «Non pianta, non prospetto, né alzato»,20 che mette in luce quattro assi principali: la costruzione del quadro conoscitivo, la definizione della rete operativa, la ridefinizione del progetto come processo e, infine, l’emersione dei limiti strutturali della ricostruzione.
La strategia sostituisce il piano come dispositivo di orientamento di lungo periodo, definendo un quadro flessibile entro cui attivare azioni diverse e adattabili. Gli strumenti – in particolare quelli computazionali – assumono un ruolo centrale nel supporto alle decisioni in tempo reale: moduli di analisi e simulazione integrano dati eterogenei, valutano scenari alternativi e orientano le scelte in condizioni di incertezza. L’innesco rappresenta invece una forma di progetto aperto, fondato su un’ossatura minima e sulla capacità di attivare processi di trasformazione progressiva, lasciando spazio all’adattamento e al contributo delle comunità locali.
Un elemento di particolare interesse è la definizione dei transitional neighbourhoods, che mirano a superare la logica dei campi temporanei a favore di insediamenti capaci di evolvere nel tempo, mantenendo continuità con le strutture sociali e spaziali preesistenti. Questo approccio consente di tenere insieme emergenza e prospettiva, lavorando alla scala del quartiere come unità fondamentale dell’organizzazione sociale e urbana.
Gli autori dichiarano con onestà i limiti entro cui operano: limiti politici come la condizione di occupazione e il controllo esercitato da Israele su risorse, limiti materiali, come la difficile accessibilità, che riducono drasticamente ogni possibilità operativa. La mancanza di sovranità della Palestina impedisce una reale autonomia decisionale e rende i processi di ricostruzione strutturalmente dipendenti da attori esterni. A questi si aggiungono limiti conoscitivi: dati frammentari, eterogenei, spesso contraddittori, la cui gestione resta insufficiente tanto da parte delle agenzie internazionali quanto delle istituzioni locali.
Questo approccio non nasconde l’impossibilità di governare la ricostruzione con strumenti tradizionali in un contesto instabile e mutevole. E tuttavia anche questo terzo caso porta con sé un rischio: trasformare la ricostruzione in un problema tecnico, sempre più sofisticato ma progressivamente depoliticizzato. Perché anche il miglior algoritmo deve rispondere a una domanda fondamentale: chi decide? Chi stabilisce priorità, criteri, pesi? Chi controlla i dati, e a beneficio di chi?
L’idea che processi più intelligenti o un migliore accesso ai dati possano produrre automaticamente esiti più giusti è una delle illusioni più persistenti della cultura contemporanea. Ma la ricostruzione non è un problema di ottimizzazione. È un campo di conflitto, in cui si definiscono diritti, poteri, possibilità di esistenza.
Può esistere un’urbanistica riparativa?
Pur nelle loro marcate differenze, i modelli oggi in campo condividono un equivoco di fondo: trattano Gaza come uno spazio da organizzare – meglio, più efficientemente, più giustamente – ma non come un diritto da restituire. In forme diverse, operano la stessa riduzione. Il modello americano cancella, quello arabo idealizza, quello europeo ottimizza. Ma nessuno, fino in fondo, affronta la questione decisiva: chi ha il diritto di restare, di tornare, di decidere.
Così intesa, la ricostruzione rischia di trasformarsi in una pratica che, pur animata da intenzioni diverse, continua a esercitare una forma di violenza: più sottile, più sofisticata, ma non meno incisiva.
Forse è la parola stessa, ricostruzione, a rivelarsi insufficiente. Evoca un ritorno alla forma, alla funzionalità, all’ordine. Ma ciò che è stato distrutto a Gaza non è solo un insieme di edifici o infrastrutture: è un tessuto di relazioni, una continuità di vita, un diritto all’esistenza. È l’anima ferita dei luoghi e delle persone. Per Didier Fassin, autore di un recente saggio su Gaza,21 il conflitto non si gioca solo sul terreno militare, ma anche su quello del linguaggio, della percezione e della morale pubblica. Alcune vite diventano immediatamente riconoscibili, piangibili, protette; altre, invece, vengono rese opache, ridotte a danno collaterale o a presenza indistinta. È in questa asimmetria che prende forma ciò che l’autore chiama il «consenso alla distruzione»: non necessariamente un’adesione esplicita, ma una combinazione di silenzi, giustificazioni, selezioni dell’attenzione e cornici narrative che rendono accettabile l’inaccettabile.
Per questo, più che di ricostruzione, dovremmo parlare di giustizia22 e di urbanistica riparativa:23 un processo politico, situato e incarnato nei luoghi, che non si limita a progettare spazi ma riconosce diritti, ricuce ferite, restituisce voce. Non un modello da applicare, né un intervento da delegare al mercato o a un algoritmo, ma un percorso che esige ascolto, responsabilità e restituzione. E, nell’immediato, la possibilità concreta di sostenere la sopravvivenza di una popolazione stremata.
Ricostruire non è immaginare una città ex novo, ma restituire la possibilità di abitare quella che è stata negata. Non è semplice restituire alla parola ricostruzione il suo significato più profondo, il suo intrinseco e umano pudore. Perché non si tratta di un atto tecnico, ma di un percorso di pacificazione, di giustizia, di ascolto. È, prima di tutto, un atto di restituzione. Non basta rialzare edifici, affidarsi a imprese estere o mobilitare competenze accademiche. Ridare vita a una comunità significa innanzitutto dare voce a chi ha vissuto e sofferto, sostenere percorsi che nascano dalle vittime, riconoscere il loro diritto a essere protagoniste del proprio futuro. Ricostruire non è cancellare: è proteggere, custodire, restituire.
È un atto di cura, capace di restituire ai luoghi la loro anima e alle persone il diritto di esistere. Lo ha ricordato Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, al ritorno da uno dei suoi viaggi a Gaza: «Abbiamo incontrato qualcosa di più profondo della distruzione: la dignità dello spirito umano che si rifiuta di essere annientato. Abbiamo incontrato madri che preparavano cibo per gli altri, infermiere che curavano le ferite con delicatezza e persone di ogni fede che continuavano a pregare il Dio che vede e non dimentica mai».24 È da questa dignità che occorre ripartire, da questa cura minuta verso le persone e i loro luoghi di vita.
Note
1 Secondo la definizione di Papa Francesco. L’espressione è stata pronunciata per la prima volta il 18 agosto 2014, durante la conferenza stampa a bordo dell’aereo di ritorno dal suo viaggio in Corea del Sud, rispondendo alle domande dei giornalisti sui crescenti conflitti internazionali di quel periodo. L’espressione è poi diventata uno dei capisaldi del suo pontificato per descrivere il disordine globale.
2 A Gaza è in corso un vero e proprio genocidio, oggi ampiamente documentato in ambito giuridico e accademico. Facciamo riferimento a quanto detto dalla Corte internazionale di giustizia, nel procedimento «South Africa v. Israel», che ha ordinato misure provvisorie a Israele il 26 gennaio 2024, riconoscendo la plausibilità di alcuni diritti invocati ai sensi della Convenzione sul genocidio. Nel settembre 2025, la Independent International Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, and Israel, organismo di inchiesta istituito dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, ha concluso che Israele ha commesso genocidio nella Striscia di Gaza. Le conclusioni di questa Commissione non hanno valore di sentenza giudiziaria vincolante, ma costituiscono un atto di accertamento di grande peso nel diritto internazionale dei diritti umani. A queste fonti si aggiungono i rapporti di organizzazioni israeliane indipendenti per i diritti umani, tra cui B’Tselem, «Our Genocide», e Physicians for Human Rights Israel, «Genocide in Gaza», oltre a contributi accademici peer-reviewed in ambito giuridico e nei genocide studies, tra cui Sultany,
«A Threshold Crossed: On Genocidal Intent and the Duty to Prevent Genocide in Palestine»3 Per urbicidio si intende la distruzione deliberata dell’ambiente urbano non solo come insieme di edifici e infrastrutture, ma come spazio di coabitazione, memoria, pluralità sociale e vita collettiva. Il termine si è affermato in particolare a partire dalle guerre nella ex Jugoslavia ed è stato poi sviluppato da autori come Stephen Graham e Martin Coward. Cfr. Graham, Cities, War, and Terrorism; Coward, Urbicide.
4 Nel giugno 2021, un gruppo di esperti indipendenti – la Fondazione Stop Ecocide – ha concluso il suo innovativo lavoro di redazione e lanciato una proposta di definizione consensuale di ecocidio come crimine internazionale. Ai sensi di questo Statuto, ecocidio rinvia ad atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo all’ambiente con tali atti.
5 Il riferimento è ad Agha, «The Dis-Invention of Gaza», dove la cancellazione di Gaza viene letta non solo come distruzione materiale, ma come tentativo ideologico di rimozione del luogo dalla memoria politica e geografica.
6 Dal 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco terroristico di Hamas, oltre 2 milioni di persone – quasi l’intera popolazione della Striscia – sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni. Secondo l’analisi satellitare complessiva di UNOSAT basata su immagini dell’11 ottobre 2025 e pubblicata il 31 ottobre 2025, 198 273 strutture della Striscia di Gaza risultano distrutte o danneggiate, pari a circa l’81 % del totale. Tra queste, 123 464 sono classificate come distrutte, 17 116 come gravemente danneggiate, 33 857 come moderatamente danneggiate e 23 836 come possibilmente danneggiate. Per il solo settore abitativo, il Final Gaza Rapid Damage and Needs Assessment, condotto da World Bank, Unione Europea e Nazioni Unite e pubblicato nell’aprile 2026 stima 371 888 unità abitative colpite, pari al 76,6 % del totale, di cui l’84,6 % distrutte. Lo stesso rapporto stima i bisogni complessivi di recupero e ricostruzione in 71,4 miliardi di dollari nel prossimo decennio; la rimozione e gestione di oltre 68 milioni di tonnellate di macerie e detriti è stimata in oltre 1,7 miliardi di dollari. Secondo UNRWA, sulla base dei dati del Ministero della Salute di Gaza riportati da OCHA, al 29 aprile 2026 risultavano uccisi 72 599 palestinesi nella Striscia di Gaza e feriti altri 172 411. I dati restano soggetti ad aggiornamento e andrebbero verificati alla data di chiusura redazionale.
7 La letteratura sul tema è limitata; tre testi recenti consentono qualche approfondimento: Kryzhanovsky, Architecture After War; Munawar & Plets, Politics of Post-Conflict Heritage Reconstruction; Luckham, War and Peace in Ukraine and in Gaza.
8 Per una ricostruzione della proposta e del relativo concept progettuale si veda De Luca, «Gaza: dalla guerra alla distopia».
9 The White House, Peace to Prosperity.
10 Per urbanoclastia immobiliare intendo la cancellazione programmata delle preesistenze urbane in funzione di nuovi cicli di rendita, valorizzazione e riscrittura immobiliare del territorio. Cfr. Granata, «Urbanoclastia».
11 Per approfondire questo aspetto si veda see Frontier Foundation, «President Trump Announces Freedom Cities».
12 Fabian & Magid, «Katz Calls for Confining All Gazans in ‹Humanitarian City› Built over Rafah’s Ruins».
13 Weizman, Spaziocidio; Weizman, Ungrounding.
14 Il riferimento è ad Achille Mbembe, che con il concetto di necropolitica indica le forme di potere che espongono intere popolazioni alla morte, alla vulnerabilità estrema o a condizioni di vita radicalmente precarizzate. Cfr. Mbembe, Necropolitica.
15 «Alligator Alcatraz» è il soprannome attribuito al South Florida Detention Facility / Florida Soft-Sided Detention Facility South, centro di detenzione per migranti aperto nel 2025 presso il Dade-Collier Training and Transition Airport, nell’area delle Everglades, in Florida. Il centro è stato promosso dalle autorità della Florida in collaborazione con le autorità federali per la detenzione di persone migranti in attesa di espulsione, ed è stato oggetto di forti critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani per le condizioni di detenzione, l’isolamento geografico, l’accesso limitato all’assistenza legale e l’impatto ambientale.
16 Il riferimento è al «Protocollo Italia-Albania sulla gestione dei flussi migratori», sottoscritto nel 2023 e reso operativo a partire dal 2024, che prevede la realizzazione in territorio albanese di strutture finanziate e gestite dall’Italia per l’esame accelerato delle domande di asilo e per il trattenimento di persone migranti soccorse o intercettate nel Mediterraneo. Le strutture principali sono localizzate a Shëngjin e Gjadër e sono state oggetto di ampio dibattito giuridico e politico per il loro carattere di esternalizzazione delle procedure di asilo e detenzione.
17 League of Arab States, «Gaza/Palestine: Early Recovery, Reconstruction, and Development of Gaza».
18 La prima presentazione pubblica della collaborazione si è svolta il 20 giugno 2024 nell’Aula Magna ai Tolentini, alla presenza del rettore Benno Albrecht, del professore responsabile del progetto Jacopo Galli e di Sufian Mushasha, Senior Policy Advisor dell’UNDP a Gerusalemme (Urbicide Task Force). Per ulteriori approfondimenti cfr. Iuav, «Building Peace»; Il Sole 24 Ore, «La ricostruzione di Gaza»; Rabbi, «Dal progetto al processo per ricostruire Gaza».
19 Vizzi, «Il progetto italiano per ricostruire Gaza».
20 Galli, Fantin, & Vendemini, «Non pianta, non prospetto, né alzato».
21 Fassin, Una strana disfatta.
22 Nei contesti post-bellici, la giustizia riparativa è un processo difficile che prova a dare voce alle vittime: permette alle persone colpite di esprimere la propria sofferenza e di essere ascoltate direttamente; intende favorire la verità e la memoria; vuole spingere i responsabili ad assumersi le proprie responsabilità, ricostruendo l’accaduto per le famiglie e l’intera comunità. Non può sostituire i tribunali internazionali per i crimini di guerra o contro l’umanità: i responsabili di gravi violazioni devono comunque rispondere penalmente.
23 Che cosa significa provare a trasferire i principi di pacificazione della giustizia riparativa anche in ambito urbanistico? Il primo passo è dare voce alle vittime, partire dai luoghi sopravvissuti, da ogni piccola, piccolissima traccia di resistenza.
24 Latin Patriarchate of Jerusalem, «Opening Statement of His Beatitude Pierbattista Cardinal Pizzaballa after Returning from Gaza». Traduzione in italiano della redazione.