Mapping Hostil-ISM
infrastrutture globali dello sfollamento e della mobilità
Campi, confini e centri di accoglienza non sono eccezioni, ma infrastrutture dello spazio contemporaneo. Mapping Hostil-ISM cartografa le geografie globali dello sfollamento, interrogando il rapporto tra mobilità, governance, urbanizzazione e diritto all'abitare.
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«Mapping Hostil-ISM: infrastrutture globali dello sfollamento e della mobilità» è un lavoro cartografico collocato all’intersezione tra urbanistica critica, studi umanitari e ricerca spaziale. Presentata al MuBE di San Paolo nell’ambito di The Third Margin of the City: Paulo Mendes da Rocha and the Challenges of Life on the Planet, la mappa nasce dal progetto di ricerca Swiss Network for International Studies (SNIS) Camps and Camp-Like Settings in Urban Environments: Bridging Humanitarian and Development Activities. Il lavoro indaga campi e insediamenti assimilabili ad essi in Svizzera, Giordania e Moldova, adottando una prospettiva comparativa per comprendere come lo sfollamento venga governato, organizzato spazialmente e incorporato nei sistemi urbani e territoriali.
L’opera propone una lettura planetaria dello sfollamento forzato. Piuttosto che rappresentare campi, centri di accoglienza, strutture di transito o siti per sfollati interni come spazi umanitari isolati, la mappa li dispone come nodi entro infrastrutture più ampie di mobilità, contenimento, governo e accesso diseguale. In questo senso, la mappa risuona con la lettura di Agier dei campi come spazi prodotti dal governo umanitario, nei quali protezione e controllo risultano spesso intrecciati.1 Dialoga inoltre con l’argomentazione di Ramadan, secondo cui i campi profughi devono essere analizzati non solo come territori delimitati, ma come formazioni spaziali modellate da diritto, politica, memoria e pratiche urbane quotidiane.2
Il titolo Hostil-ISM gioca sull’ambiguità tra ospitalità e ostilità. Suggerisce che i sistemi contemporanei di accoglienza operano spesso attraverso un paradosso: offrono riparo, protezione e riconoscimento amministrativo, mentre producono al tempo stesso condizioni di attesa, sorveglianza, dipendenza, esclusione e mobilità limitata. Campi e insediamenti assimilabili ai campi, dunque, non possono essere intesi soltanto come risposte all’emergenza. Sono anche tecnologie spaziali attraverso cui Stati, attori umanitari e organizzazioni internazionali gestiscono le popolazioni sfollate e regolano il loro rapporto con il territorio, i diritti e la città.
La domanda centrale della mappa è: come si organizza spazialmente l’emergenza? Il lavoro contesta l’idea di emergenza come condizione breve o eccezionale. Mostra invece come essa diventi spesso durevole, materiale e infrastrutturale. I rifugi temporanei diventano quartieri; le strutture di accoglienza, paesaggi amministrativi di lunga durata; i campi profughi, distretti urbanizzati; gli spazi di transito, luoghi di sospensione prolungata. Questa trasformazione riecheggia il lavoro di Sanyal sull’«urbanizzazione del rifugio», che mostra come gli spazi dello sfollamento siano rimodellati da pratiche informali, interventi umanitari, vincoli politici e adattamenti quotidiani.3
La mappa distingue tre tipologie principali. La prima comprende campi profughi transfrontalieri e insediamenti assimilabili, come campi UNHCR, centri nazionali di accoglienza, spazi di trattamento offshore e isole di transito. Sono infrastrutture formali o semi-formali create per ospitare persone sfollate oltre confine. La seconda riguarda i campi profughi palestinesi protratti amministrati dall’UNRWA. Questi campi occupano una posizione unica nella storia globale dello sfollamento: nati dalla Nakba del 1948, si estendono in diversi contesti ospitanti e sono diventati spazi urbanizzati e generazionali, governati da uno specifico mandato internazionale. Qui la mappa si fonda concettualmente sugli studi sull’urbanistica dei campi palestinesi e sulle politiche spaziali di lungo periodo dell’esilio.4 La terza tipologia comprende i nodi dello sfollamento interno: siti che accolgono persone sfollate entro i confini del proprio Stato. Questi spazi differiscono giuridicamente e politicamente dai campi profughi, ma spesso condividono analoghe condizioni spaziali di precarietà, provvisorietà e accesso limitato ai diritti.
L’uso della proiezione Equal Earth non è soltanto una scelta tecnica, ma anche critica. Ricorrendo a una proiezione equivalente, la mappa evita alcune delle distorsioni storicamente associate alle carte del mondo convenzionali e consente di leggere continenti e regioni in un rapporto reciproco più proporzionato.5 Questa scelta rafforza l’argomento più ampio della mappa: lo sfollamento non è un fenomeno marginale o eccezionale, ma una condizione planetaria strutturata da guerre, eredità coloniali, regimi di confine, disuguaglianza economica, crisi ambientale e forme diseguali di mobilità.
Come ha sostenuto Harley, le mappe non sono mai specchi neutrali del mondo; sono testi culturali e politici che producono modi specifici di vedere.6 Mapping Hostil-ISM, dunque, non pretende di offrire una rappresentazione completa dello sfollamento. Rende piuttosto visibile un insieme di relazioni spaziali che risultano spesso frammentate tra banche dati umanitarie, categorie di policy, definizioni giuridiche e sistemi nazionali. La mappa accosta punti, linee, corridoi e intensità territoriali per mostrare come lo sfollamento venga organizzato attraverso infrastrutture: campi, centri di accoglienza, corridoi umanitari, zone di frontiera, periferie urbane e siti di contenimento.
Sul piano metodologico, il lavoro combina dataset umanitari internazionali e conoscenze spaziali maturate attraverso la ricerca. La carta attinge a fonti quali l’UNHCR Operational Data Portal, la Displacement Tracking Matrix dell’IOM, i profili dei campi dell’UNRWA e lo Humanitarian Data Exchange, oltre a informazioni specifiche raccolte dal progetto SNIS per la Svizzera, la Moldova e la Giordania. Queste fonti non sono trattate come semplici depositi oggettivi di fatti, ma come parte dell’infrastruttura attraverso cui lo sfollamento diventa conoscibile, governabile e amministrativamente visibile. In questo senso, la mappa solleva anche questioni di politica dei dati: chi viene contato, dove, da chi e per quale scopo?
In definitiva, Mapping Hostil-ISM invita architetti, urbanisti, ricercatori e istituzioni a riconsiderare il ruolo dello spazio nello sfollamento forzato. Campi e insediamenti assimilabili non sono esterni alla città; appartengono alla condizione urbana e territoriale contemporanea. Rivelano come la mobilità sia distribuita in modo diseguale, come le emergenze vengano normalizzate e come le infrastrutture umanitarie possano insieme proteggere e immobilizzare. Cartografando queste infrastrutture globali, il lavoro chiede se sia possibile passare da una geografia dell’accoglienza condizionata e spesso ostile a una politica spaziale fondata su dignità, giustizia e diritto all’abitare.
Note
1 Agier, Managing the Undesirables.
2 Ramadan, «Spatializing the Refugee Camp».
3 Sanyal, «Urbanizing Refuge».
4 Allan, Refugees of the Revolution; Peteet, Landscape of Hope; Ramadan, «Spatializing the Refugee Camp».
5 Šavrič, Patterson, & Jenny, «Equal Earth Map Projection».
6 Harley, «Deconstructing the Map».