A pla­ce to play. Sto­rie e at­tua­li­tà del Cen­tro Edu­ca­ti­vo Ita­lo-Sviz­ze­ro di Ri­mi­ni in una mo­stra a Ve­ne­zia

A Place to Play ripercorre la storia del Centro Educativo Italo-Svizzero di Rimini, nato nel dopoguerra come laboratorio di pedagogia e architettura. Tra documenti, disegni e film, la mostra riflette sullo spazio educativo come luogo di cura, gioco e costruzione della comunità.

 

 

English version at this link 

La mostra A place to play. The Centro Educativo Italo-Svizzero in Rimini, curata dall’Associazione culturale The Formwork (Prof. Marko Pogacnik, Francesco Maranelli, Francesca Rognoni, Riccardo Segradin) e la cattedra di Construction Heritage and Preservation dell’ETH di Zurigo (Prof. Silke Langenberg, Maria Kouvari), con la Fondazione Margherita Zoebeli, allestita a Palazzo Minelli Spada, a Venezia, è dedicata al rapporto tra pedagogia e architettura, e al ruolo che le istituzioni dedicate all’apprendimento occupano nel contesto della città. A place to play racconta la storia del Centro Educativo Italo Svizzero (CEIS), fondato a Rimini nel primissimo dopoguerra. 

Nel 1945, tra le macerie di Rimini, città tra le più devastate in Italia dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, il Soccorso Operaio Svizzero dava avvio alla costruzione del Centro Educativo Italo-Svizzero. Quella del Soccorso Operaio, nella cornice del Dono svizzero alle vittime della guerra, era una risposta concreta all’appello dell’amministrazione comunista riminese, che aveva richiesto aiuto per le gravissime condizioni in cui versava la comunità cittadina. Le case, i servizi, gli spazi per la collettività erano stati distrutti, e moltissime famiglie non avevano dimora. Particolare cura era necessaria per bimbe e bimbi, orfani, feriti, e colpiti dal trauma della guerra. È con il Soccorso Operaio che sarebbe arrivata a Rimini l’educatrice svizzera Margherita Zoebeli (1912-1996), formatasi come pedagogista presso l’Università di Zurigo, dove era stata parte della Gioventù Socialista. Zoebeli si era già impegnata come attivista nel campo dell’assistenza umanitaria nelle più drammatiche situazioni di conflitto: nel 1938 si era presa cura degli orfani nella Spagna lacerata dalla guerra civile, garantendo la salvezza di un centinaio di bambini grazie a una pericolosa evacuazione verso la Francia, e, dopo la guerra, aveva lavorato nella Val d’Ossola e a Saint-Étienne, in Francia, gestendo strutture assistenziali con grande rigore e profonda sensibilità nei confronti dei traumi infantili. Con Margherita Zoebeli e le altre educatrici, tra cui Rosellina Mandel (1925-1986), arrivò a Rimini anche il giovane architetto socialista Felix Schwarz (1917-2013), anch’egli formatosi a Zurigo. In questo periodo, Schwarz aveva collaborato con Aldo van Eyck che, proprio in quegli anni, sperimentava i suoi playground, spazi dedicati al gioco posti al centro della città. 

 

Sin dal 1946, quando è stato inaugurato, il CEIS ha rappresentato uno spazio di intensa collaborazione tra architettura, gioco, e pedagogia: con Zoebeli, Schwarz disegnava l’impianto originario del complesso, costruito nei pressi delle rovine dell’anfiteatro romano di Rimini e costituito da un centro sociale, con docce, spazi di lavoro per la comunità, e un villaggio per bambini e adolescenti. L’impianto di Schwarz ricostruiva la struttura organica di un villaggio, fatto di spazi aperti, ricchi di verde, piccole stradine e angoli di riposo, disponendo sul lotto assegnato dal Comune una serie di baracche prefabbricate in legno, trasportate dalla Svizzera lungo la ferrovia. La vita al CEIS, uno spazio di gioco e apprendimento nel cuore della città, veniva documentata anche dagli scatti del fotografo svizzero Werner Bischof (1916-1954) nei primissimi anni della ricostruzione materiale e sociale italiana, in un paese ancora segnato dalle ferite della guerra. 

Nel 1950, a Zurigo, la mostra Das Neue Schulhaus, di Alfred Roth, documentava le più avanzate esperienze nel mondo occidentale in termini di rapporti tra architettura, pedagogia, e spazi scolastici. Se, in questi anni, il contesto italiano viveva, circa le ricerche in questo campo, un notevole ritardo rispetto ad altri paesi, come la Svizzera o l’Inghilterra, il CEIS avrebbe da subito costituito un importante punto di riferimento per la pedagogia più all’avanguardia nel contesto nazionale ed internazionale. Come raccontano anche le carte e le lettere di Margherita Zoebeli, conservate alla Biblioteca Gambalunga di Rimini, il CEIS ospitava simposi, conferenze ed incontri, e diventava il cuore di una rete di importanti intellettuali, soprattutto provenienti dai mondi della pedagogia, dell’architettura e dell’urbanistica, antifascisti e sensibili a ideali libertari e progressisti: da Lamberto Borghi, Francesco De Bartolomeis e Goffredo Fofi a Giancarlo De Carlo, Carlo Doglio e Ludovico Quaroni. Ottant’anni dopo, per la città e per coloro che si occupano di apprendimento il CEIS è tutt’ora un luogo vivo e di grande importanza, in cui un ruolo centrale è assegnato al riconoscimento dell’autonomia delle bambine e dei bambini e dell’educazione come processo di continua scoperta.

Nella mostra a Palazzo Minelli Spada, le vicende del CEIS diventano l’occasione per approfondire una costellazione di storie e temi che qui si incontrano: dall’opera delle organizzazioni svizzere nel campo della tutela dell’infanzia nel dopoguerra al tema di una storia e di una memoria transnazionale; dal dibattito sul rapporto tra pedagogia e architettura nell’Italia degli anni Cinquanta e dalla rilevanza della figura di Margherita Zoebeli alle relazioni tra architettura svizzera e italiana tra il secondo conflitto mondiale e la ricostruzione. Momento centrale della riflessione della mostra, inoltre, è il rilevante contributo alla storia del CEIS dell’architetto e docente dello IUAV di Venezia Giancarlo De Carlo (1919-2005), con il progetto per l’edificio della Betulla, nel 1958-1961, e poi con il piano generale per un nuovo complesso, progettato nel 1964-1965 con Armando Barp (1939-2026) e in diretto confronto con Margherita Zoebeli e con il pedagogo Aldo Visalberghi (1919-2007), che però non venne realizzato. 

La mostra è stata inaugurata giovedì 29 gennaio 2026, con un evento articolato in due momenti: al mattino, presso la sede di Palazzo Badoer dell’Università Iuav di Venezia, si è svolta una giornata di studi dedicata alla storia del CEIS e al rapporto tra pedagogia e architettura, con interventi di studiose e studiosi italiani e internazionali; nel pomeriggio si è tenuta invece l’inaugurazione della mostra presso Palazzo Minelli Spada, preceduta dalla proiezione commentata di alcuni film sul CEIS. La mostra presenta documenti d’archivio, disegni di architettura, in gran parte inediti e provenienti da archivi italiani e svizzeri (Archivio federale, Berna; Archivio Progetti, Università Iuav di Venezia; Biblioteca Gambalunga, Rimini; Archivio di Stato, Forlì), un grande modello del CEIS, mobili storici originali, materiali bibliografici, fotografie e la proiezione di tre film, storici e contemporanei, sul CEIS, di Felix Schwarz, Marco Bertozzi e Teo De Luigi, offrendo uno sguardo plurale sulla storia e sull’attualità dell’istituzione. A Place to Play propone così una riflessione sullo spazio educativo come luogo di relazione, cura e progetto, restituendo al CEIS di Rimini il suo valore storico, culturale e sociale nel panorama europeo. 

I risultati delle ricerche presentate nella mostra e nella giornata di studi saranno pubblicati in un libro di prossima edizione. La mostra veneziana, che resterà aperta fino a dicembre 2026, avrà nell’autunno di quest’anno una seconda stazione a Zurigo, presso il campus dell’ETH (23 settembre – novembre 2026), ed una terza stazione a Rimini. Per informazioni sulla mostra veneziana e per prenotare una visita alla mostra, si rimanda al sito dell’Associazione Culturale The Formwork: https://www.theformwork.org/project/a-place-to-play-the-centro-educativo-italo-svizzero-in-rimini/.

 

I dettagli dell'esposizione sono consultabili al seguente link

Articoli correlati