Quan­do i cam­pi di­ven­ta­no cit­tà

La ricostruzione non coincide con la costruzione di nuovi edifici. Il caso di Zaatari mostra che ricostruire significa restituire il diritto ad abitare, facendo della città un processo condiviso, plasmato dalle pratiche quotidiane delle persone.

Data di pubblicazione
11-08-2026
Ayham Dalal
Lecturer (Assistant Professor), German University in Cairo

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Negli ultimi anni, la distruzione di Gaza ha riportato al centro del dibattito una questione che l’architettura e l’urbanistica non possono eludere: che cosa significa ricostruire dopo che un territorio abitato è stato devastato, le sue infrastrutture compromesse, le sue case cancellate, le sue comunità sradicate? Le immagini e i progetti circolati attorno all’idea di una «nuova Gaza» – immaginata come spazio di sviluppo, investimento, tecnologia e vita «migliore» – non sorprendono. Appartengono a una lunga genealogia di immaginari ricostruttivi in cui la distruzione viene spesso trasformata in occasione di riscrittura urbana, valorizzazione economica e produzione di nuovi ordini territoriali.

La Striscia di Gaza – con i suoi centri urbani, le sue terre agricole, i suoi campi profughi e i suoi abitanti – è oggi al centro di una cancellazione spaziale che può essere letta nei termini dell’urbicidio:1 la distruzione deliberata della città non solo come insieme di edifici, ma come tessuto di relazioni, infrastrutture, memorie e pratiche dell’abitare. Eppure, questo processo non riguarda soltanto Gaza. In forme diverse, la distruzione urbana e la promessa neoliberale della ricostruzione attraversano molti contesti del mondo arabo: Siria, Libano, Yemen, Iraq, Sudan. Là dove le città vengono distrutte, la ricostruzione rischia spesso di presentarsi come un linguaggio apparentemente neutro, ma carico di interessi, immaginari e rapporti di potere.2

Le città vengono distrutte. E con questa distruzione emergono popolazioni sfollate, comunità che non perdono soltanto una casa, ma l’intero ambiente dell’abitare: il luogo delle relazioni, delle routine, delle appartenenze e delle forme quotidiane di vita. Persone e famiglie diventano improvvisamente senza dimora, private del proprio spazio vitale, sradicate dai luoghi in cui avevano costruito legami, consuetudini e forme di quotidianità. Da questo atto di violenza nasce inevitabilmente la questione della casa: dove abitano le persone sfollate quando le loro case sono state cancellate? Che cosa accade quando la «questione abitativa» viene travolta dalla violenza e lo Stato non è in grado, o non è disposto, a offrire soluzioni immediate?

Alcune immagini recenti provenienti da Beirut, lungo la celebre promenade della Corniche, mostrano persone sfollate che costruiscono risposte immediate con mezzi minimi: lenzuola, teli, tende improvvisate, frammenti tessili usati per delimitare uno spazio, proteggere un’intimità, creare una soglia, separare un dentro da un fuori. Pochi elementi bastano a costruire una forma primaria di riparo; ma in quella costruzione provvisoria si manifesta qualcosa di più profondo: il tentativo di ricostituire una condizione minima dell’abitare, là dove l’abitare è stato interrotto.

In questo spettro che si apre tra distruzione e ricostruzione, cancellazione e memoria, sradicamento e nuovo ra­dicamento, vorrei reintrodurre la nozione di dimorare, di abitare, formulata da Heidegger,3 e interrogare il suo rapporto con la trasformazione urbana e la produzione della città. La mia ipotesi è che il diritto alla casa debba essere ripensato come diritto ad abitare. Non si tratta soltanto di disporre di un tetto o di un’unità abitativa, ma di poter costruire relazioni, pratiche, intimità, economie, forme di cura e continuità spaziali.

In secondo luogo, useremo il caso di un campo profughi e della sua trasformazione per mostrare che le città sono, prima di tutto, fatte dalle persone che le abitano. Urbanizzazione e ricostruzione dovrebbero quindi essere pensate a partire dall’abitare e co-prodotte con gli abitanti. Il campo, certamente, apre anche alla questione dell’informalità; ma ciò che questo caso permette di osservare è soprattutto la capacità delle persone di costruire, adattare, trasformare e dare forma allo spazio in condizioni di estrema precarietà. Le città non aspettano. Per questo pianificazione e costruzione devono essere pensate con gli abitanti, dall’interno dei processi di vita, e non semplicemente imposte dall’alto.

 

Il caso del campo di Zaatari: pianificazione top-down

Nel 2012, mentre il numero dei rifugiati siriani in Giordania cominciava ad aumentare, il governo, in collaborazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), decise di aprire un campo profughi ufficiale sul proprio territorio. Situato non lontano dal confine siro-giordano, il campo era destinato a contenere i rifugiati in arrivo nel Paese. Rappresentava uno spazio umanitario la cui gestione era affidata all’UNHCR e al governo giordano, mentre diversi programmi relativi a salute, shelter, cibo, attività e altri servizi erano amministrati da varie ONG. Il campo configurava uno spazio extraterritoriale: si trovava in Giordania, ma era governato attraverso un regime umanitario-amministrativo eccezionale, in cui unità abitative d’emergenza, servizi e regolamentazione spaziale erano gestiti dallo Stato giordano, dall’UNHCR e dalle ONG, piuttosto che attraverso le ordinarie procedure di pianificazione municipale (fig. 2).

Inizialmente, il campo fu concepito come un campo UNHCR ideale: solo 10 000 persone, in modo che moduli di emergenza, impianti Water, Sanitation and Hygiene (WASH) e aiuti potessero essere distribuiti e gestiti con facilità. Tuttavia, il campo crebbe in tempi rapidissimi. Tra il 2012 e il 2013 si estese velocemente, passando dalle dimensioni di un piccolo villaggio a quelle di una piccola città. Il numero degli arrivi, di coloro che partirono e di coloro che riuscirono a lasciare i campi, oscillò nel tempo. Tuttavia, a metà 2013 il campo aveva raggiunto circa 150 000 residenti, mentre i movimenti cumulativi e le registrazioni attive risultavano significativamente più elevati secondo i dati dell’UNHCR (fig. 1). Si trattò di un processo di accumulazione e, di conseguenza, di urbanizzazione. I rifugiati che arrivavano nello spazio «temporaneo» del campo portavano con sé conoscenze, culture, legami familiari, mestieri, stili di vita, aspirazioni e, naturalmente, devastazione. Come spiegò uno di loro: «quando siamo arrivati qui non c’era nulla, solo sabbia e pietre. Mi cadevano i capelli ed ero profondamente depresso». Eppure, l’aspetto più interessante di questo campo è il modo in cui l’urbanizzazione fu guidata da forze dal basso: fu co-prodotta dalle persone, seguendo i loro bisogni quotidiani, plasmata dalla cultura, e non dalle aspirazioni e dai piani calati dall’alto.

All’inizio, ai rifugiati furono fornite tende. Nell’inverno del 2012, una tempesta di neve colpì la Giordania e molte tende crollarono. Alla fine, le tende furono sostituite da moduli prefabbricati. Questi furono donati da diversi Paesi, in maggioranza del Golfo: Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Oman, ecc. Poiché il campo si stava espandendo rapidamente e il bisogno di spazio aggiuntivo era evidente con i nuovi arrivi quotidiani, la direzione del campo decise che esso dovesse essere pianificato. La pianificazione dei campi segue spesso l’Hand­book for Emergencies dell’UNHCR, un manuale sviluppato nei primi anni Duemila sulla base di esperienze maturate in diversi contesti.4 Il suo obiettivo è fornire al pianificatore passaggi semplici e misure preventive per mantenere l’ambiente del campo pulito, sicuro e gestibile. Ciò significa dare indicazioni su come organizzare le unità abitative provvisorie, come suddividere le aree e dove collocare le infrastrutture. In un contesto di emergenza, simili linee guida possono salvare vite. Tuttavia, questo tipo di pianificazione produce diversi errori e, nella mia esperienza, tali errori tendono a ripetersi costantemente nelle città e persino nei piani di ricostruzione.

Anzitutto, lo spazio viene percepito e trattato come spazio astratto. Ciò significa che, quando si pianifica, lo spazio viene suddiviso in lotti secondo metriche e standard, senza essere considerato per il suo valore e le sue dinamiche sociali. È un errore più diffuso nelle città di quanto immaginiamo.5 Per esempio, gli standard di pianificazione del manuale suggeriscono che ogni persona disponga di una quota di superficie coperta e di spazio aperto. In questo modo il pianificatore può calcolare rapidamente di quanto spazio ciascuna persona abbia bisogno in una determinata area. Tali calcoli sono certamente importanti per stimare in termini generali quanta superficie e quante attrezzature siano necessarie per persona; il problema, però, è che questi numeri vengono usati per suddividere lo spazio. Alla fine, la natura sociale dello spazio viene completamente cancellata e sostituita da una dimensione tecnica (fig. 3). Spazio aperto contro spazio coperto, invece di privato, semi-privato, semi-pubblico, pubblico, ecc.; senza contare l’impatto dell’economia, dell’ambiente e della politica sullo spazio.

La seconda questione, che sembra ereditata dalla pianificazione di matrice funzionalista, è la separazione delle funzioni. Sebbene possa apparire il modo più semplice e rapido per progettare una città, la separazione delle funzioni è forse – e lo si può affermare con una certa sicurezza – una forma di organizzazione dello spazio in cui nessuno vorrebbe, né potrebbe davvero, abitare. Le città e gli spazi urbani assumono la forma che hanno per una ragione: sono il risultato di relazioni – tra le persone e i loro spazi dell’abitare, il lavoro, i vicini, il governo, l’economia, l’ambiente e lo Stato. Queste relazioni sono spesso complesse e intrecciate. L’impianto funzionalista – qui adottato dalla pianificazione dei campi – separa gli elementi: qui la zona per dormire, lì i bagni e le latrine, lì i mercati, lì i parchi giochi, e così via. È comprensibile perché, nel contesto dei campi, questo approccio sia forse ancora applicato oggi: molti responsabili dell’organizzazione spaziale dei campi non sono necessariamente formati in progettazione e gestione urbana, ma sono piuttosto tecnici e ingegneri. Il risultato è un abitare frammentato, una città scomposta (fig. 4). Vivere in luoghi simili significa sperimentare una vita urbana disumana e una forma di alienazione dalla città stessa, nella sua realtà complessa, disordinata e spesso poco pratica, ma quasi sempre piacevole e umana. L’«urbanizzazione» dei campi,6 di conseguenza, rappresenta un chiaro passaggio dallo zoning e dal funzionalismo – indotti dall’emergenza e influenzati dalle logiche del movimento moderno – verso una vita urbana mista, disordinata, multifunzionale, talvolta irrazionale e spesso conflittuale: soglie, usi misti, vicoli, spazi sociali, negozi e luoghi d’incontro.


 

Umanizzare il campo: urbanistica dal basso

Questo saggio, e gran parte del mio lavoro, non cerca di celebrare romanticamente l’informalità, ma di mettere in luce ciò che essa offre come «modo di vita»7 e perché essa costituisca un modo di attraversare le città del Sud globale – quelle distrutte da guerre e campi di battaglia. Un modo per comprendere l’importanza di questo modello per noi consiste nel riconoscere i limiti della pianificazione ufficiale. L’approccio top-down – pur essendo oggi sostituito da logiche neoliberali guidate dal settore immobiliare e dagli investitori privati – spesso non riesce a colmare la distanza tra attuazione e bisogni presenti. I piani richiedono anni per essere realizzati; le persone sono spesso più veloci e agiscono con maggiore rapidità per rispondere alle proprie necessità. Molti Paesi soffrono inoltre di leggi e regolamenti urbani deboli, che rendono difficile applicare e mantenere strumenti efficaci di governo del territorio adeguati. A ciò si aggiunge che l’azione istituzionale richiede anni di coordinamento, impegni e capacità: disporre di piani aggiornati di città e villaggi, di urbanisti competenti, di computer e programmi necessari per realizzare i progetti. Nel Sud globale, e nel contesto delle città arabe distrutte, tutto questo è gravemente carente. Quello che accade è semplice: le persone non aspettano. Producono le città di cui hanno bisogno, subito, per far funzionare la propria esistenza.

Nel campo di Zaatari, la preoccupazione principale e immediata era l’alloggio. «Come possiamo abitare come famiglia in una sola tenda o in un prefabbricato?», mi veniva ripetuto continuamente. «È una vergogna che mia figlia debba cambiarsi davanti a suo fratello», oppure «non posso portare mia madre ai bagni ogni notte, è anziana e malata»: molti rifugiati hanno avanzato motivazioni simili per giustificare ciò che avevano fatto, ossia informalizzare il campo.8 Tra il 2012 e il 2014, l’impianto top-down del campo stava cambiando completamente (fig. 5). La struttura principale finì per dissolversi, così come parte delle infrastrutture principali. «Qui avevamo un bagno condiviso, ma ci siamo svegliati un giorno e non c’era più. I donatori ci hanno chiesto: dov’è il bagno? Per fortuna avevamo un’immagine satellitare dell’area per dimostrare che lo avevamo costruito, ma i rifugiati se lo erano portato via…», mi raccontò il direttore del campo, Kilian Kleinschmidt, mentre sedevamo su uno dei rooftop bar di Amman. Accaddero molte cose in quel periodo, al punto che gli operatori umanitari non sapevano bene cosa fare. «Abbiamo seguito le persone», disse, come se si fossero arresi.

La trasformazione del campo avvenne su più livelli, rapida e forse facilitata dal modulo del prefabbricato: un’unità veloce, efficiente e pratica, adattabile alla creazione di diverse forme di abitare. Nei miei lavori precedenti ho studiato in profondità le diverse iterazioni di questi layout abitativi, proponendo che esse si organizzino attorno a tre aspetti: la privacy visiva – radicata nella cultura islamica e araba, che la considera un concetto e un indicatore prioritario nella produzione di urbanità e abitazione; le relazioni sociali – come modalità dinamica e visibile di strutturare la vita sociale, i rapporti con la famiglia, i vicini, la famiglia allargata, ecc.; e il sapere pratico dello spazio – ossia le comprensioni, aspirazioni e conoscenze delle persone su come progettare una casa e viverci (figg. 6-7). Nel mio libro From Shelters to Dwellings, riprendendo la definizione heideggeriana di «abitare»9 e la distinzione di Lefebvre tra «habitat» e «abitare»,10 ho sostenuto che l’abitare sia stata la forza capace di orchestrare vite, materiali, conoscenze e relazioni nel campo, fino a plasmarlo nella forma che ha oggi.11 Qui l’abitare è compreso e teorizzato non come concetto puramente filosofico e fenomenologico, ma come pratica che affronta e interroga la comprensione e la pratica meccanizzate e seriali dell’abitare, generalmente descritte come housing.12 In questo senso, l’abitare si costituisce attraverso pratiche quotidiane d’uso e trasformazione dello spazio: riorganizzare le unità di shelter, costruire soglie, creare privacy, ospitare, aprire negozi e personalizzare lo spazio.13 Naturalmente economia, politica, materiali ed ecologie contribuiscono alla sua produzione; ma nell’ambiente controllato del campo, l’abitare era forse la priorità principale, qualcosa a cui tutti nel campo partecipavano. In questo senso, abitando lo spazio, gli abitanti lo hanno co-prodotto.

In contrasto con ciò che era stato offerto dal piano top-down, i rifugiati co-producono aree residenziali complesse e intrecciate, dove la distinzione netta tra spazio aperto e coperto è stata sostituita da un gradiente di spazi sociali. Inoltre, sono stati riprodotti spazi di socializzazione assenti, come la madafa, le soglie, le piazze e le strade commerciali. «Questi vicoli stretti mi ricordano la vecchia Damasco o un campo profughi palestinese», disse una donna mentre stava sulla soglia della propria abitazione. Con il tempo, il layout rigido del campo è stato sostituito da una composizione complessa, dinamica e viva (figg. 8-10), centrata sull’essere umano e sulle sue attività quotidiane, invece che su standard e suddivisioni tecniche dello spazio. Queste appropriazioni furono considerate «difetti» o addirittura «violazioni spaziali» rispetto all’impianto iniziale del campo e alle infrastrutture fornite. Ciò ha messo in crisi il modo originariamente previsto per gestire il campo e le sue risorse, come elettricità, acqua e aiuti. Sono emersi referenti informali di strada, oggetti e infrastrutture sono stati sottratti, spostati e riutilizzati, dando luogo a eco­nomie informali, alcune delle quali direttamente legate alla costruzione degli spazi dell’abitare. Questo non significa che la situazione nel campo di Zaatari sia ideale, ma che alcuni processi osservabili al suo interno meritano di essere analizzati quando si pensa alla ricostruzione delle città distrutte.

 

Che cosa può insegnarci il campo di Zaatari sulla ricostruzione?

Sebbene il campo sia spesso considerato un’«anti-città», e il confronto tra campo e città possa generare frustrazione, come mi è accaduto in lezioni e conferenze, continuo a pensare che vi siano cose da imparare dal campo e dal modo in cui esso ha assunto caratteri urbani. Va naturalmente considerata la differenza tra un campo e una città distrutta: il primo è di solito costruito su un terreno vuoto, spesso affittato a lungo per ospitarlo; la seconda insiste invece su un suolo con proprietà definite.

1. La ricostruzione sono le persone. La forza che ha guidato la costruzione del campo di Zaatari sono state, di fatto, le persone. Sebbene esso sia stato co-prodotto insieme agli operatori umanitari e con i materiali disponibili, le persone sono state la principale forza della sua urbanizzazione: non l’UNHCR, non il governo giordano, non un investitore privato. Ciò significa che le strategie di ricostruzione devono essere centrate sulle persone e sulla loro volontà di ristabilire la vita urbana: non per ragioni estetiche o di abbellimento, ma per restituire dignità alle loro vite, come è accaduto nel campo di Zaatari.

2. La ricostruzione è una «questione abitativa». In un precedente lavoro ho discusso come, nei campi profughi, la questione abitativa abbia prodotto diversi formati, alcuni simili a normali soluzioni abitative europee.14 Ma ciò non va confuso con un’abitazione libera e dignitosa. A Zaatari il bisogno di abitare appare prioritario e diventa il primo dato da considerare nella ricostruzione. L’abitare è una pratica umana (inhabiting); l’alloggio è spesso una soluzione pratica fornita dallo Stato e, sempre più, da investitori privati (habitat). Forse il compito degli architetti è mediare tra bisogni, capacità disponibili e quadri operativi: come possono coloro che ritornano produrre case sicure e dignitose? Le pratiche dell’abitare, come mostra Zaatari, portano con sé artigianato, economie, materiali, privacy visiva, relazioni sociali e pratiche spaziali. Anche il «bisogno di abitare»15 ci spinge a ripensare la ricostruzione: non come semplice fornitura di unità d’emergenza o shelter, ma come possibilità di ricostruire relazioni spaziali, privacy, vita familiare, mezzi di sussistenza e infrastrutture sociali. Sono elementi da considerare se si vuole fare dell’abitare la priorità della ricostruzione.

3. La ricostruzione come co-produzione. Una lezione 
di Zaatari è che il campo non è stato prodotto soltanto dall’UNHCR o dal governo giordano, ma anche dai suoi abitanti. Questo cambia il ruolo di urbanisti e architetti. A Zaatari il pianificatore urbano, pur animato da buone intenzioni, non è riuscito a produrre piani capaci di rispondere ai bisogni delle persone. L’approccio top-down assegna all’architetto e all’urbanista la posizione di «colui che sa»; in un contesto di guerra e ricostruzione, però, il sapere operativo risiede con molta probabilità tra gli abitanti. La pianificazione partecipata è quindi cruciale; casi come Nahr al-Bared, in Libano, mostrano come gli abitanti possano, e debbano, essere coinvolti nel processo.16

4. La ricostruzione è gestione urbana. Un errore frequente degli architetti è credere di avere «l’ultima parola» su come le cose debbano funzionare. Nei contesti di guerra, e dove la vita urbana è stata interrotta dalla violenza, città e spazi urbani operano secondo logiche proprie. A Zaatari, l’informalità ha prodotto referenti di strada, mediatori immobiliari e attività economiche che hanno attribuito «nuovi» ­poteri a determinati individui e fatto funzionare le aree in modi specifici. Un modello efficace di ricostruzione deve ­trovare forme di governance urbana sofisticate, forse su misura, capaci di sostenere i processi di recupero. Affidarsi solo a strutture istituzionali e formali potrebbe non funzionare, risultare improduttivo o persino problematico.

5. Economia e spazi sociali. Una parte consistente della vita urbana portata nel campo di Zaatari, trasformandolo per molti in uno spazio «sicuro», è l’economia. Le attività economiche generano un senso di sicurezza negli spazi urbani, come ha sostenuto Jane Jacobs,17 ma contribuiscono anche a plasmare le città, creando un’infrastruttura di sicurezza e orientando il recupero urbano. Comprendere come emergano queste «nuove» economie e di quali spazi abbiano bisogno aiuta a indirizzare le attività e a sostenere la ripresa nelle città distrutte.


 

Conclusione

«Abbiamo seguito le persone», ammise il responsabile della pianificazione del campo di Zaatari dopo che il sito era stato completamente trasformato e il piano iniziale, basato sul manuale, non era più riconoscibile.18 Che cosa 
accade quando siamo costretti a ricreare la vita urbana dopo una catastrofe? A Zaatari, attori internazionali e locali dovettero rispondere all’emergenza fornendo rapidamente un riparo sicuro a centinaia, persino migliaia di persone. Lo stesso accade oggi in molte parti della regione araba: Gaza/Palestina, Siria, Libano, Yemen e Sudan. Zaatari insegna che la vita urbana non aspetta, perché nasce dalle persone ed è co-prodotta da loro. Entro le condizioni disponibili, le persone abitano: creano spazi domestici, negozi, strade per i bambini, luoghi per gli anziani. La regione mediorientale è attraversata da storie urbane ricche e stratificate. Ricreare «vita urbana» dopo guerre e distruzioni non significa calare grandi idee su città e territori, ma forse permettere a queste storie e questi saperi urbani di contribuire alla produzione della vita collettiva. 
Forse persino un’esistenza migliore di quella costruita prima.

 

Note 

1 Coward, Urbicide.

2 Dalal, City and the City and the City.

3 Heidegger, Costruire abitare pensare.

4 UNHCR, Handbook for Emergencies.

5 Forse la critica più consolidata in tal senso è quella di Henri Lefebvre in La produzione dello spazio, secondo cui, nei processi di progetto e pianificazione, lo spazio è spesso percepito come «astratto» o «vuoto».

6 Agier, «Between War and City», 317-341.

7 AlSayyad, Urbanism as a ‹New› Way of Life.

8 Queste citazioni sono state raccolte durante il lavoro nel campo di Zaatari nel febbraio 2014, due anni dopo la sua costruzione. La ricerca si è svolta in diverse fasi tra il 2014 e il 2017 e ha incluso 
interviste semi-strutturate, conversazioni informali e osservazioni partecipanti. Tutte le interviste sono anonimizzate. Gran parte di questo lavoro è confluito nel mio libro e nella mia tesi di master.

9 Heidegger, Costruire abitare pensare, 96-108 | Building Dwelling Thinking, 143-162.

10 Lefebvre, La rivoluzione urbana | The Urban Revolution.

11 Dalal, From Shelters to Dwellings.

12 Bembnista & Dalal, «13 Square Meters».

13 Questo risuona anche con la suggestione di  Heidegger, in … Poeticamente abita l’uomo…, 125-136, secondo cui l’abitare è un atto poetico di manifestazione personalizzata degli esseri umani sulla terra.

14 Dalal, «Refugee Camp as Urban Housing», 189-211.

15 Un termine che ho introdotto nel mio libro, sostenendo che a ogni persona sfollata dovrebbe essere riconosciuto il diritto ad abitare, una risposta spesso più rapida e più diretta allo sfollamento | 
A term I introduced in my book arguing that each displaced person should be granted the right to dwell, which is often faster, more direct response to displacement. Dalal, From Shelters to Dwellings.

16 AKDN, «Reconstruction of Nahr el-Bared Refugee Camp».

17 Jacobs, Vita e morte delle grandi città.

18 Intervista condotta nel 2014, nel quadro di una ri­-
f­lessione sull’Handbook for Emergencies e sulle sue implicazioni per il campo di Zaatari dopo la sua urba­nizzazione