Un in­geg­ne­re nell’Olim­po del mov­imen­to mo­der­no

Publikationsdatum
05-10-2021

La figura di Robert Maillart è parte inseparabile della mitografia del moderno, e come tale imbrigliata in un Olimpo storiografico e iconografico difficile da smuovere e aggiornare. Mentre, quasi un secolo fa, Le Corbusier in Vers une architecture definiva gli ingegneri «sani e virili, attivi e utili, morali e gioiosi», e paesi come l’Italia e la Spagna celebravano i razionalissimi virtuosismi (quasi un ossimoro) di Pier Luigi Nervi ed Eduardo Torroja, anche la Svizzera scopriva – grazie alla penna dello storico e critico praghese Sigfried Giedion – di avere un araldo del Moderno non tra gli architetti, ma tra gli inventori e costruttori di quelle infrastrutture che permettevano di collegare la complessa orografia del paese.

Fu infatti Giedion tra i primi a parlare dei ponti di Maillart, inserendoli nella genealogia dell’architettura moderna già negli anni Trenta: «…disegnava i suoi ponti in un’unica curva su un pezzo di carta mentre era in viaggio dal suo ufficio di Zurigo al suo ufficio di Berna. I calcoli dello specialista sarebbero stati un’insufficiente guida per nuove soluzioni in cui l’invenzione, nel senso più completo della parola, svolge un ruolo più decisivo del calcolo…».1 La consacrazione di Maillart avvenne qualche anno dopo, grazie alla potenza mediatica statunitense, con l’importante ruolo attribuito ai suoi ponti nel volume Space Time and Architecture. The Growth of a New Tradition, pubblicato da Harvard University Press nel 1941, frutto delle Charles Eliot Norton Lectures da lui tenute ad Harvard nel 1938-1939.2

Eretta una simile rampa di lancio storiografica, il resto venne di conseguenza. In rapida successione giungeranno la mostra monografica del 1947 al MoMA di New York (Robert Maillart: Engineer) con le scenografiche fotografie – stampate in grande formato nelle sale museo – dei suoi ponti, offrendo a un pubblico sempre più allargato un’immagine innovativa del paesaggio e della cultura materiale della Svizzera.

Anche la patria di Maillart seguirà a celebrarlo. Nel 1949 il poliedrico connazionale Max Bill pubblica a Zurigo una significativa monografia3 in cui sottolinea la molteplice natura del suo contributo alla costruzione moderna, rappresentato dalle «Opere dell’Arte» dei ponti su un sottofondo – anch’esso rilevante – di costruzioni civili sperimentali. I pannelli della mostra Die gute Form promossa dal Werk­bund svizzero,4 aperta al pubblico a Basilea nel maggio dello stesso 1949, riaffermano invece il carattere paradigmatico del lavoro di Maillart non solo nel quadro internazionale del Neues Bauen, ma ora anche come gute Form.

Nel 1950 sarà lo scrittore e fotografo americano George Everard Kidder Smith (1913-1997) a dedicare grande attenzione all’ingegnere elvetico, nel noto volume Switzerland Builds.5 Il suo testo commenta: «…divenne presto evidente agli svizzeri che la loro dotazione naturale unica – un paesaggio incomparabile – richiedeva un’architettura progettata con un po’ della chiarezza e dell’idoneità dell’ambiente […] Questa liberazione dalle linee dure e senza compromessi cominciò ad essere evidente alla fine degli anni ‘30, specialmente nelle strutture erette all’epoca dell’Esposizione Nazionale di Zurigo nel 1939. Il nuovo padiglione permanente all’esterno della fiera e gli splendidi edifici temporanei all’interno sono stati molto efficaci nel vendere l’architettura moderna al pubblico, specialmente agli stessi svizzeri, che tornarono con le loro impressioni negli angoli più remoti del paese».6 E così potremmo continuare fino alle più recenti pubblicazioni di David P. Billington,7 che hanno in qualche modo completato la «canonizzazione» di Maillart.
Chiunque (non solo di nazionalità svizzera) conosca il lavoro di Maillart è passato, più o meno inconsapevolmente, attraverso queste parole e quelle immagini, assimilando e portando avanti una simile costruzione storiografica. Ma allora, come andare oltre a tale raffigurazione, perfetta ma anche, dopo tanti anni, bisognosa di un aggiornamento? Negli ultimi trent’anni, diversi approfondimenti hanno reso più sfaccettata e complessa l’opera di Maillart, dedicandosi a investigare da vicino non solo le icone più note, ma anche l’estesa serie di altre strutture, così come studiando a fondo tematiche originali e connettendole con la più vasta construction history e non solo.8 Molto però c’è ancora da dire.

Sulla scia di questa evoluzione di un’immagine congelata di Maillart (o per meglio dire: inseguendo una diversificazione dei punti di vista opposta alla sola e unica spiegazione teleologica della storia del costruire), in questo numero abbiamo così cercato di mettere insieme prospettive differenti – attraverso competenze eterogenee – utili a raccontare l’opera del grande ingegnere da una prospettiva contemporanea.

Ognuno dei saggi qui contenuti ha infatti scelto un’angolazione diversa, capace di produrre allargamenti di visuale e soprattutto di utilizzare il tema specifico come case study utile ad approcciare ulteriori argomenti. Esplorando la diffusione e le declinazioni italiane del ponte «tipo Maillart», Tullia Iori ed Eliana Alessandrelli giungono ad esempio a illustrare un panorama ben più vasto della singola performance strutturale, facendoci ragionare sulle dinamiche economiche, scientifiche, estetiche e pure sociali da cui dipende il disegno delle infrastrutture (e quindi del paesaggio). Bernardino Chiaia e Gianfranco Piana fanno invece slittare ai nostri giorni il punto di vista, usando il caso del viadotto di Albiano Magra, crollato nell’aprile 2020, per parlare di manutenzione e monitoraggio. Facendo seguito al testo elaborato per Archi sul numero 5/2019 dedicato a Silvano Zorzi,9 Jürg Conzett ha invece offerto il punto di vista del progettista per analizzare in maniera meticolosa e originale due progetti irrealizzati di Maillart, facendoci comprendere il fascino dell’opera incompiuta così come la densità di informazioni nascoste in essa contenute. Infine, o meglio all’inizio di questo numero, il testo di Jacques Gubler è poi un esempio di alto funambolismo storiografico, capace di prendere l’immagine «canonica» di Maillart e rifletterla, come in un caleidoscopio, per mostrarne plurime e anche inedite sfaccettature: dalla costruzione della sua fama mediatica alla ricezione critica avvenuta prima della sua morte, dalla sua peculiare biografia all’influenza internazionale delle sue invenzioni, fino a suggerirci una serie di questioni aperte che ci spronano a continuare a interrogarci sull’opera del grande ingegnere. Come a dire: attenzione a non fissarsi troppo su quanto vediamo: le immagini non sono entità fisse, ma piuttosto costruzioni cangianti, effimere, da verificare e aggiornare di continuo.

Note

  1. Sigfried Giedion, Nouveaux Ponts de Maillart, «Cahiers d’Art», vol. IX, 1934, 1-4.
  2. Sigfried Giedion, Space Time and Architecture. The Growth of a New Tradition, Harvard University Press, Harvard 1941.
  3. Max Bill, Robert Maillart, Verlag für Architektur, Erlenbach-Zürich 1949.
  4. Max Bill’s view of things, Die gute Form: an exhibition 1949, Lars Müller Publishers, Zürich 2015.
  5. George E. Kidder Smith, Switzerland Builds, Architectural Press and Albert Bonnier, New York 1950.
  6. Ibidem, p. 83 (traduzione degli autori).
  7. David P. Billington, Robert Maillart: l’arte nelle opere di ingegneria, «Rivista tecnica», vol. 76, 1985, 12, pp. 41-54; Id., Robert Maillart and the Art of Reinforced Concrete, The Architectural History Foundation, New York 1990; Id., Robert Maillart: Builder, Designer, and Artist, Cambridge University Press, Cambridge 2008.
  8. Si vedano ad esempio: Anna Maria Zorgno, Les métaphores du béton armé, «Cahiers de la recherche architecturale», 29, 1992, pp. 67-80; Philippe Mivelaz, Robert Maillart et l’intervention de la dalle-champignon: monolithisme du béton armé et disparition de l’«éléments d’architecture», «Matières», vol. 6, 2003, pp. 56-67; Olga Kirikova, Robert Maillart in St. Petersburg, «Werk, Bauen + Wohnen», 4, 2005, pp. 70-72; Denis Zastavni, Robert Maillart’s Innovative Use of Concrete, «Docomomo Journal», 45, 2011, pp. 12-21. Tra gli studi più recenti si segnala: Punto Franco. Chiasso 1920-2020, Tarmac, Mendrisio 2020.
  9. Jürg Conzett, Alla ricerca di un’interpretazione. Il progetto del ponte Guayllabamba di Silvano Zorzi, «Archi», 5, ottobre 2019, pp. 23-34.
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