Vo­glia di co­mu­ni­tà

Editoriale – «Archi» 4/2019

«Lo stato sociale è l’incarnazione estrema e moderna dell’idea di comunità» (Zygmunt Bauman, 2011).

Data di pubblicazione
01-08-2019

Il contributo teorico di Bauman al dibattito sulla globalizzazione ha individuato nella voglia di comunità1 una tendenza emergente nell’analisi della dimensione collettiva di tale processo: un bisogno fondamentale dell’individuo nella tarda modernità.

La crescita della popolazione anziana è d’altronde una delle principali trasformazioni sociodemografiche in atto nel mondo occidentale: mentre nel 1990 la popolazione elvetica che superava i 65 anni era di un milione di persone, l’Ufficio federale di statistica stima attualmente che entro il 2030 questo numero si duplicherà aumentando a 2,17 milioni. Risulta pertanto evidente che l’allungamento della speranza di vita pone una serie di sfide che coinvolgono direttamente la capacità di previsione di questo fenomeno.

L’inesorabile avanzare dell’età e l’inevitabile perdita di legami genera infatti l’esigenza di stabilire rapporti funzionali alla cura, rispetto alla fragilità fisica e al contrasto alla solitudine, tramite l’integrazione in un ambiente sociale accogliente e rassicurante. Per questa ragione, cercando di mantenere l’auspicata autonomia che permette all’anziano di restare nella propria dimora il più a lungo possibile, nell’ultimo ventennio si è gradualmente diffuso un nuovo approccio olistico che concepisce l’abitazione come estensione puntuale di un’efficiente rete solidale, informale e professionale in grado di gestire ogni necessità quotidiana creando dinamiche di prossimità territoriale.

Allo stesso tempo, questo segmento sociale è diventato attrattivo per la sperimentazione di proposte innovative in più campi disciplinari. Non a caso l’intergenerazionalità è un aspetto ritenuto basilare nella qualificazione dell’abitare condiviso contemporaneo, efficace per contrastare i meccanismi di esclusione che, nel caso degli anziani, tendono ad autoalimentarsi di ansie e di paure. Criteri d’avanguardia diffusi particolarmente nei paesi nordici dove le opere dello studio danese NORD Architects ­– illustrate in questo numero – rappresentano un caso esemplare.

Anche le esperienze delle cooperative che stanno rinnovando la ricerca sull’abitazione collettiva risultano riferimenti indispensabili per un’offerta flessibile e molto diversificata di soluzioni tipologiche in un settore in cui gli investimenti risultano sempre più rilevanti sia in ambito pubblico che privato. In questi insediamenti residenziali le specifiche esigenze degli anziani (servizi personalizzati, luoghi di ritrovo, zone verdi, attività ricreative, eliminazione di barriere architettoniche, mobilità lenta) sono attentamente valutate attraverso un processo partecipativo che definisce il programma complessivo (si veda Archi 1/2018).

Come spiega Jenny Assi nel suo saggio, nell’ambito di un ripensamento culturale che esplora modelli abitativi differenziati per la terza e la quarta età (dalla casa per anziani con diverse caratteristiche e gradi di medicalizzazione a differenti possibilità di coabitazione e domiciliarità), l’obiettivo è quello di conciliare cure and care incoraggiando soluzioni tese a evitare l’isolamento e l’emarginazione, promuovendo la prevenzione e l’invecchiamento attivo, indicato dall’OMS già nel 2002 come necessità inderogabile per il prossimo futuro.

Questo traguardo va perseguito attraverso proposte progettuali – inserite nel contesto del borgo o del quartiere – che cercano nella configurazione spaziale un contributo alla qualità della vita, ottimizzando la sostenibilità e l’assistenza in funzione del benessere degli anziani e dunque dell’intera cittadinanza. Questo orientamento – sostiene Giampaolo Cereghetti in una lettura della realtà ticinese da questa prospettiva – «suggerisce il superamento di una visione che consideri l’anziano solo come soggetto passivo, spesso bisognoso di cure, e promuove piuttosto una visione che riconosca a tutti il diritto e la responsabilità di mantenere un ruolo sociale in ogni fase dell’esistenza».

Cercare risposte aggiornate a queste problematiche è un compito ineludibile sia per le istituzioni competenti che per gli operatori del settore, quindi anche per i progettisti, con l’augurio che la diffusa voglia di comunità eviti di rimpiangere un paradiso perduto mai esistito e serva a costruire qualcosa di utile per l’intero corpo sociale.

 

Note

  1. Zygmunt Bauman, Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari 2001 (ed. orig. Missing Community, Harvard University Press, Cambridge/Mass. – London 2008).

 

I contributi di Archi 4/2019 sull'abitare nella terza e quarta età

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