Il Tea­tro del­l'­ar­chi­tet­tu­ra al­l'AAM

Nel 1980 Aldo Rossi varò sulle acque di Venezia il Teatro del Mondo, ancorandolo alla punta della Dogana. Quasi mezzo secolo dopo, nelle terre ferme del Canton Ticino, a Mendrisio, Mario Botta ha costruito il Teatro dell’architettura, convertendo l’effimero in stabile e mettendolo a sigillo di quell’Accademia di architettura di cui è stato uno dei padri fondatori.

 

Publikationsdatum
09-04-2018
Revision
09-04-2018
Fulvio Irace
Architetto e critico, professore di storia dell’architettura contemporanea dell’AAM e alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano

Per Rossi, la fabbrica galleggiante era la provvisoria cristallizzazione del più domestico «teatrino scientifico»: il salto di scala dal modellino all’edificio corrispondeva al salto di scala della memoria, dall’autobiografia alla pretesa universale.
La figura del Teatro della memoria venne messa a fuoco dalla cultura rinascimentale e deve a Giulio Camillo Delminio la sua più famosa rappresentazione: lo spettatore al centro poteva abbracciare con lo sguardo l’arco delle sette gradinate dove si distribuivano idealmente i simboli e i contenuti del sapere cosmico, autentica metafora del mondo racchiuso in una scatola.

Diversamente dal Theatro di Giulio Camillo Delminio, però sia il teatro di Rossi che quello di Botta sono cavi al centro, perché quello della conoscenza universale rimane un sogno (o un incubo) in una cultura che apprezza il senso del frammento e conosce il non senso del mondo. Del sapore del sogno era costruito l’impalcato di legno del Teatro del Mondo; dalla robusta concretezza del cemento e della pietra nasce invece il Teatro dell’architettura, che si fa carico di quella responsabilità dell’architettura nei confronti del mondo che Louis Kahn seppe esprimere con suggestiva chiarezza: «Tutto quello che un architetto fa risponde prima di tutto ad un’istituzione dell’uomo e poi diventa un edificio. Si parla delle istituzioni dell’uomo. Non mi riferisco alle istituzioni nella loro costituzione. Voglio dire piuttosto che le istituzioni rappresentano il desiderio insopprimibile di essere riconosciute, che l’uomo non può procedere in una società di altri uomini senza condividerne certe ispirazioni, che occorre un luogo per il loro esercizio».

Quando nel 1995 si aprirono le prime aule della nuova scuola di architettura a Mendrisio, solo pochi avrebbero forse immaginato che un po’ alla volta l’Accademia sarebbe diventata il seme di un campus urbano: un’enclave di vecchi e nuovi edifici inseriti dentro la cittadina ticinese. Come dimostra la colorata scultura di Niki de Saint Phalle che fa da custode all’ingresso di palazzo Turconi, il nuovo campus aveva bisogno di simboli per essere riconosciuto all’esterno e per essere apprezzato dalla comunità di docenti e studenti come segno di identità e di appartenenza.

Con la sua positura monumentale, il Teatro dell’architettura diventerà il simbolo per eccellenza di tutta l’Accademia e, con una accorta programmazione, forse anche il Forum culturale di tutti i cittadini della regione. Il Teatro dell’architettura dunque non sarà, nelle intenzioni di Botta, il teatrino delle vanità degli architetti, ma il segno della finale integrazione dell’Accademia nella città e nel territorio, di cui orgogliosamente sin dall’inizio della sua fortuna, l’architetto ticinese ha voluto fissare, in ogni sua singola opera, il carattere ideale e la millenaria tradizione costruttiva dei Magistri comacini. Il trasferimento dello studio da Lugano in un nuova costruzione nella città natale e la vigorosa opera di riconfigurazione del paesaggio costruito circostante stanno ridisegnando le porte d’ingresso alla città dalla vicina autostrada: così, varcata la soglia del centro storico, il Teatro dell’architettura diventerà il landmark moderno a fianco della neoclassica Villa Argentina e della mole severa dell’ex ospedale Turconi: una folla di personaggi di pietra a mettere in scena il potere trasfigurante del progetto, la sua capacità rigenerativa dell’ambiente.

Ma sarà anche un monito all’architettura: perché l’altra matrice che sta in filigrana dentro il tamburo di pietra di Botta è quella che rimanda alla tradizione del Teatro anatomico, dove lo spettacolo della morte diventa parte del processo scientifico della conoscenza medica per incrementare il sapere di ridare salute al corpo umano. Credo che Botta abbia pensato al suo Teatro come alla messa in scena dell’analisi dell’architettura: qui, nel vuoto segnato in alto da una leggera tenda metallica, l’Architettura sarà vivisezionata e analizzata sotto gli occhi degli studenti della scuola e del vasto pubblico dei visitatori, in modo da sottrarla alla morte per crisi interna e restituirla alla vita del dibattito e della discussione. Perché, dice Botta, esso «si rivolge a un nuovo tipo di fruitore: un uomo libero, un uomo “qualunque” che accede a queste suggestioni del vivere senza particolari riferimenti a uno status sociale, senza condizionamenti a priori».

Per tutti entrare in questo grande vuoto di 27 metri di diametro, sarà come affacciarsi dentro un Pantheon a scala ridotta, che impone all’Architettura di mostrarsi attraverso le performance dei suoi attori. Attori dello spazio: cioè architetti ma anche artisti, danzatori, performers, chiamati a rendere lo spazio una nozione visibile ed esperibile nella concretezza fisica delle luci, dei materiali, delle ombre e delle luci. La forza di un’architettura sta nella sua capacità di rappresentare, scegliendo il linguaggio adatto ai contenuti del messaggio, della rappresentazione: con la sua volumetria severa e massiccia, che riflette un’idea di resistenza al consumo del tempo e di durata nel tempo, il Teatro è un preciso statement politico. La sua forma, che monumentalizza la tenda effimera del circo, ci ricorda il dovere di testimoniare la gratuità del dono e la fertilità dello scambio: di rinegoziare i pregiudizi sui confini e le barriere nel tempo di massima incertezza per le democrazie. Il suo ricondursi alla perentorietà di volumi senza aggettivi implica un messaggio di ottimismo: riafferma il valore della chiarezza e le potenzialità del progetto di attivare comportamenti basati sulla ragione e sulla lungimiranza. Da sempre l’architettura di Botta si ostina a mettere in pratica un illuminismo capace di sollecitare l’emozione accanto alla ragione e il Teatro di Mendrisio ne è autorevole conferma. Fin da lontano segnalerà che l’Architettura vuole essere parte del mondo degli uomini, non di quello dei soli architetti.

 

Luogo: Mendrisio, Campus Accademia di architettura, Largo Bernasconi 
Committenza: Università della Svizzera italiana, Lugano – Accademia di architettura, Mendrisio – Fondazione Teatro dell’architettura, Mendrisio 
Architettura: Mario Botta architetto 
Collaboratori: E. Castagnetta, M. Mornata, A. Scala, G. Botta 
Direzione lavori: Direzione Lavori SA, Lugano 
Ingegneria civile: Brenni Engineering SA, Mendrisio
Ingegneria carpenteria metallica: Lurati Muttoni Partner SA, Mendrisio 
Progetto impianti RVCS: IFEC Ingegneria SA, Rivera 
Progetto impianti elettrici: Elettroconsulenze Solcà SA, Mendrisio 
Consulenza antincendio: IFEC Ingegneria SA, Rivera 
Fisica della costruzione: Think Exergy SA, Mendrisio
Geologia: Dr. Gianni Togliani, Massagno 
Impresa edile: Barella SA, Chiasso 
Fotografia: Enrico Cano, Como 
Date: progetto 2005-2010, realizzazione 2013-2017 
Pianificazione energetica: Think Exergy SA, Mendrisio; IFEC Ingegneria SA, Rivera 
Certificazione o Standard energetico: Minimo di legge: Regolamento sull’utilizzazione dell’energia (RUEn) 2008; Standard Minergie TI-490 
Intervento e tipo edificio: Nuova costruzione 
Categoria edificio, (Ae): Locali pubblici 2447 m2; Magazzini 1068 m2 
Fattore di forma (Ath/Ae): 1.13 
Riscaldamento: Pompa di calore a sonde geotermiche, COP (B0W35): 4.1 copertua 100% 
Acqua calda: Pompa di calore a sonde geotermiche, COP (B0W45): 3.3 copertua 100% 
Elettricità: Nessun impianto fotovoltaico presente
Requisito primario_ involucro dell’edificio: 27.5 Kwh/m2a (Requisito 31.1 kWh/m2a) 
Indice Energetico Complessivo (da certificazione): 31.2 Kwh/m2a (Requisito 33.9 kWh/m2a)
Particolarità: Sistema di distribuzione del calore con pavimenti e plafoni radianti, con supporto dell’impianto di ventilazione. Impianto di climatizzazione con recupero di calore a flussi incrociati o entalpico.

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