Pitture di facciata: una fonte sottovalutata di microplastiche
La scelta di una pittura solleva due questioni di salute pubblica: all’esterno, il degrado dei rivestimenti può produrre microplastiche; all’interno, le sostanze contenute nei prodotti incidono sulla qualità dell’aria.
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Secondo uno studio commissionato dall’Association pour la Sauvegarde du Léman (ASL), ogni anno in media 17 tonnellate di microplastiche provenienti dalle pitture di facciata finiscono nel lago Lemano. Con la pioggia, questi residui si mescolano alle acque di ruscellamento e raggiungono il lago, che alimenta d’acqua potabile gran parte della popolazione rivierasca. In questo bacino, le pitture di facciata sono la seconda fonte di inquinamento plastico per peso, con il 18%, dopo l’abrasione degli pneumatici, al 33%. Precedono imballaggi monouso, filtri di sigaretta e granuli delle superfici sportive sintetiche. È un problema ancora poco riconosciuto dal settore della costruzione.
Nel 2022 Earth Action aveva stimato il contributo globale delle pitture alla dispersione di plastica nel suolo e nelle acque. Dei 52 milioni di tonnellate di pittura venduti nel mondo, il 37% era costituito in media da polimeri plastici, presenti come leganti e additivi. Il settore edilizio ne impiega 28,8 milioni di tonnellate, circa un terzo applicate in facciata. Pitture e vernici proteggono i supporti e ne prolungano la durata, ma le plastiche che contengono si disperdono lungo l’intero ciclo di vita: applicazione, sfarinamento, sverniciatura, raschiatura, levigatura e demolizione. A scala globale, le pitture generano una dispersione stimata in 7,4 milioni di tonnellate di plastica all’anno.
Quali alternative per l’esterno?
Il materiale meno inquinante è quello che non viene applicato. Possiamo dunque rinunciare a vernici protettive e pitture colorate? Per molti impieghi prevalentemente estetici, in futuro potrebbe essere necessario. La plastica contenuta nelle pitture convenzionali è solo una parte del problema; l’altra è l’insieme degli additivi chimici. I produttori raramente dichiarano la composizione completa. Luc Meige, fornitore di materiali sostenibili, invita a evitare le pitture di facciata, troppo spesso formulate con biocidi, fungicidi e alghicidi dannosi per l’ambiente. La via più coerente, sostiene, è tornare agli intonaci, anche a base di calce: leggermente più spessi, ma ormai applicabili su quasi tutti i supporti.
E negli interni?
Negli spazi interni, l’attenzione si concentra sulle fonti di inquinamento che compromettono la qualità dell’aria. Il Cantone di Ginevra, pioniere in questo ambito, ha istituito il programma Très Haute Qualité des Matériaux, de l’Air intérieur et des techniques constructives (THQMAT), sotto la guida del dott. Philippe Favreau. Il programma aiuta gli attori della costruzione nella scelta dei materiali, individuando otto famiglie di sostanze problematiche, tra cui i composti organici volatili (COV) e semivolatili.
La sensibilità verso la salute degli artigiani delle imprese di pittura e dei futuri occupanti era emersa già negli anni Cinquanta, ma le pitture al piombo hanno continuato a essere usate a lungo, nonostante gli effetti neurotossici; in Svizzera sono state vietate nel 2005. Le pitture gliceroftaliche, o alchidiche a solvente, hanno poi dominato il mercato fino alla fine del secolo scorso, prima di cedere il posto alle pitture acriliche in dispersione acquosa. Più di recente, hanno acquisito visibilità le pitture minerali, mentre i prodotti biobased restano marginali. Qualunque sia la soluzione scelta, ricorda Joëlle Goyette Pernot, presidente dell’ORTQAI, la ventilazione resta un pilastro della qualità dell’aria interna e deve essere prevista fin dalle prime fasi di progetto, secondo la norma SIA 180.