Le Cor­bu­sier. Vers un in­té­rieur mo­der­ne

XXI Rencontres della Fondation Le Corbusier

Data di pubblicazione
27-10-2023

Lo scorso 12 e 13 gennaio il Centre Pompidou di Parigi ha ospitato nelle sue sale la XXI edizione delle Rencontres della Fondation Le Corbusier e ha per l’occasione riallestito all’interno delle sue collezioni uno spazio dedicato all’architetto svizzero nella galleria del quarto piano. Il tema indagato dal convegno è stato Le Corbusier. Vers un intérieur moderne e la curatela scientifica è stata affidata a Élise Koering, ricercatrice e docente presso ENSA Paris-La Villette, e Bénédicte Gandini, architetta e storica della Fondation Le Corbusier.

Nei loro interventi introduttivi, le curatrici hanno sottolineato le principali difficoltà incontrate nel trattare l’architettura degli interni del movimento moderno e la necessaria non esaustività del convegno nei confronti del vasto tema. Rispetto alla composizione del volume architettonico, che ai tempi delle ville bianche arriva a toccare toni lirici, muscolari, a volte addirittura eroici, l’interno appare ignoble, cioè non nobile, prosaico, quotidiano, femminile. È l’habitat della donna, insieme guardiana e prigioniera del focolare, mentre la città si costruisce al maschile.

A questa sorta di sottaciuta attribuzione di un disvalore si sommano le difficoltà conservative: nel corso di un secolo o più, i contenitori del moderno hanno cambiato più volte proprietario e spesso anche destinazione d’uso, dove non hanno subito profondi rimaneggiamenti che ne hanno compromesso l’integrità. Gli oggetti che compongono un interno moderno si usurano, invecchiano, si danneggiano, e solo in tempi recenti e in pochi casi sono stati oggetto di vincoli conservativi volti a preservarne le caratteristiche. Le difficoltà conservative sono acuite dal fatto che l’interno moderno è spesso percepito come freddo, vuoto, asettico, anche se si colloca al punto d’incontro tra diverse discipline: architettura, arti decorative, artigianato, produzione industriale in serie, innovazione tecnologica, ingegneria, scienze applicate. L’apporto di saperi apparentemente lontani è fondamentale: basti pensare alle scoperte in campo medico che nutrono l’igienismo ottocentesco, producendo un disegno più consapevole di aperture e orientamenti, o introducono le fondamentali nozioni di comfort ed ergonomia. Fin dai suoi anni di formazione a La-Chaux-de-Fonds, Le Corbusier sostiene programmaticamente che il disegno degli interni deve ricevere la stessa attenzione di quello dell’architettura e le due discipline devono essere concepite in maniera armonica.

Il convegno ha visto alternarsi presentazioni inedite di professori affermati e lavori di giovani ricercatori, risultato delle rielaborazioni di tesi di laurea e dottorato particolarmente meritevoli. La composizione del programma, volutamente intergenerazionale, lascia intravedere e insieme prova a orientare una delicata fase di transizione, dall’ultima generazione di testimoni diretti dei Maestri alla nuova compagine di ricercatori, inevitabilmente meno coinvolti sul piano personale nelle vicende oggetto di ricerca e dunque poveri di aneddoti ma anche dei rischi di una eccessiva soggettività. Variegato era anche il background scientifico degli oratori, tra cui si contano specialisti corbusiani di lunga data e neofiti, architetti, storici dell’arte o dell’architettura, restauratori, ingegneri e ricercatori specializzati.

La prima sessione era dedicata al pensiero progettuale che orienta il disegno degli interni corbusiani ed è stata introdotta dallo svizzero Bruno Reichlin, che ha sapientemente ricostruito il sistema delle fonti bibliografiche su cui Le Corbusier si forma - come Das deutsche zimmer (1886) di Georg Hirth, Im Bürgerhaus (1888) di Cornelius Gurlitt o Das Wesen der architektonischen Schöpfung (1894) di August Schmarsow – e la loro influenza sulla ricerca del comfort psicologico, del compromesso col cliente, di una tecnica di disposizione degli arredi nello spazio.

Le seconda sessione, dedicata al rapporto con i collaboratori, viene aperta da Mary McLeod, preziosa testimone diretta dell’attività didattica e progettuale di Charlotte Perriand. Il suo intervento sottolinea il ruolo delle donne, protagoniste attive del Domestic Reform che porta all’eliminazione di partizioni interne per creare il Liberated Living e alla riduzione dei percorsi inutili, quelle distances vampires che nella vita quotidiana consumano le energie della padrona di casa. I nomi di Erna Meyer, Paulette Bernège, Lilly Reich, Grete Schütte-Lihotzky si ripetono spesso nei due giorni del convegno, evidenziando nella storia del design degli interni una precoce parità di genere che ricostruzioni parziali o tendenziose avevano a lungo offuscato. Non a caso la prima giornata di lavori si chiude con una tavola rotonda dedicata all’eredità corbusiana nel design contemporaneo, evento patrocinato dal main sponsor Cassina e dominato dalla figura di una donna, Patricia Urquiola.

La terza e ultima sessione presenta le più recenti ricerche dedicate alla salvaguardia degli interni corbusiani e si apre con la presentazione di Roberta Grignolo dell’Accademia di architettura di Mendrisio sulle diverse campagne di restauro condotte alla Tourette, in particolare quella del 2002-2013. La necessità di mettere rapidamente a norma l’edificio per evitarne la chiusura al pubblico ha messo in secondo piano la redazione di un progetto generale di salvaguardia e di strategie di valorizzazione, come la creazione di una cellula-tipo o l’inventario del mobilio. La giovane architetta Pauline Percheron ha poi presentato la sua tesi, dedicata al primo affresco fotografico realizzato da Le Corbusier nel 1933 nel refettorio del Padiglione Svizzero, deteriorato o perduto dopo la seconda guerra mondiale. L’opera era stata oggetto di attenzione nella mostra Le Corbusier et la photographie allestita a La-Chaux-de-Fonds nel 2012-2013, ma le ricerche di Percheron hanno permesso di ricostruire per la prima volta il sistema delle fonti iconografiche utilizzate da Le Corbusier, che vanno dalle prime fotografie al microscopio realizzate da Jean Painlevé ed esposte alla Galerie de La Pléiade fino ai grandi paesaggi, nell’intento di dimostrare per immagini la continuità geometrica esistente alle diverse scale della natura.

Al termine del convegno, dopo l’intervento di Arthur Rüegg, si è avviato un acceso dibattito, animato da due voci illustri presenti nel pubblico: William Curtis ha posto il problema dell’opportunità di intervenire su discutibili operazioni di restauro condotte nel passato che hanno compromesso l’integrità e il valore di un’opera architettonica. È il caso dei pannelli musicali della Tourette, sostituiti da infissi in alluminio che non rispettano le proporzioni del Modulor e hanno distrutto l’accordatura delle vetrate e il gioco sapiente delle ombre proiettate: è necessario conservare lo status attuale o più opportuno tentare un ripristino delle condizioni iniziali? Inoltre, secondo Curtis, non si può ragionare sugli interni senza prendere in considerazione il rapporto con l’esterno, dunque il sistema degli elementi di filtro (temi trascurati dal convegno): finestre, oscuranti, spazi intermedi come il tetto giardino, vera e propria «camera sotto il cielo». Tim Benton evidenzia l’assenza di una trattazione delle specificità dell’interno moderno che lo distingua dalle esperienze precedenti, nello specifico dalla produzione art nouveau con la quale Le Corbusier si è formato. Sparisce la decorazione, ma viene sostituita dalla policromia, mentre il ricco disegno dell’illuminazione elettrica, campo di sperimentazione all’inizio del secolo, si cancella nel gesto macchinista della lampadina nuda, che alla prova dei fatti si rivela spesso fallimentare.

Le preziose osservazioni non sono da intendersi come critiche a un lavoro eccellente di costruzione di un ricco palinsesto di interventi differenti e ben argomentati, quanto piuttosto come stimoli per spingere oltre lo sguardo e la ricerca, sul tema fragile del disegno degli interni, troppo a lungo considerato figlio cadetto del progetto, tema che lo stesso Le Corbusier ci invita a considerare paritetico a quello dell’architettura.