Il sa­pe­re tec­ni­co e ar­ti­sti­co de­gli stuc­ca­to­ri ti­ci­ne­si

Progetti di ieri e di oggi per costruire l'università di domani

Le decorazioni a stucco vengono realizzate secondo una tecnica artistica già sperimentata prima dell’epoca classica, che impiega un impasto a base di calce e sabbia (lo «stucco») estremamente duttile e poco costoso, a cui viene talvolta aggiunto gesso e/o polvere di marmo o altri additivi, per realizzare decorazioni tridimensionali a imitazione dei rilievi marmorei. 

Data di pubblicazione
09-10-2017
Revision
09-10-2017
Giacinta Jean
Dr. Arch. Responsabile del corso di laurea in conservazione e restauro, SUPSI

Per creare preziose opere d'arte in stucco è però necessaria una grande esperienza, spesso tramandata di generazione in generazione attraverso i così detti " segreti di bottega" e un'affermata capacità individuale.

Gli stuccatori provenienti dalle regioni del Ticino hanno goduto di una grandissima fortuna soprattutto tra il XVI e il XVIII secolo. La loro abilità tecnica, le loro capacità organizzative e il loro lessico iconografico li rendevano dei professionisti richiesti in tutta Europa, dai principi e regnanti fino alle piccole committenze locali. Durante la forzata pausa invernale, questi artisti, legati principalmente a un’emigrazione di tipo stagionale, facevano ritorno al paese d’origine, dove si impegnavano ad abbellire la propria dimora o gli edifici sacri della propria regione.

È interessante osservare come in questi cantieri gli stuccatori non intervenivano solo come semplici esecutori, ma avevano anche un ruolo importante nel promuovere, realizzare e sostenere economicamente le opere del loro paese natale. Inoltre, essendo questi cantieri strettamente legati a una famiglia, le decorazioni di molte chiese sono frutto del lavoro di diverse generazioni di artisti, ciò che ha permesso di capire quanto cambiasse o rimanesse invariato il modo di lavorare di una stessa bottega su un lungo arco temporale. Sicuramente la struttura organizzativa di questi artisti, la capacità di lavorare in squadra con altre maestranze, l’attenzione per l’aggiornamento formale e il fortissimo legame con la terra d’origine, che permetteva loro di trovare un rinnovamento continuo di idee e di manodopera, hanno rappresentato degli importanti punti di forza.

Queste qualità probabilmente non sarebbero state sufficienti se non fossero state accompagnate anche da una particolare abilità nel padroneggiare la difficile arte dello stucco. Numerose ricerche e pubblicazioni hanno studiato le opere di questi artisti e il loro contesto culturale, ma non è mai stato indagato come lavorassero questi maestri, per capire quanto il loro «saper fare» avesse contribuito a determinare il vasto successo professionale di cui hanno goduto. Non è ancora noto, infatti, se si possa parlare di un’arte dello stucco tipica del Cantone Ticino e della regione dei laghi, oppure se ogni artista interpretasse l’uso dei materiali e delle tecniche in modo del tutto originale.

Questo progetto di ricerca, finanziato dal Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica (FNS) e che, oltre alla SUPSI, coinvolge anche la Berner Fachhochschule, Hochschule der Künste di Berna, sta analizzando la tecnica con cui tre botteghe (i Silva di Morbio Inferiore, i Colomba di Arogno e i Casella di Carona), attive tra il XVI e il XVII secolo, hanno realizzato importanti opere nei loro luoghi d’origine.

L’indagine viene condotta con un approccio interdisciplinare, intrecciando i dati provenienti da ricerche d’archivio e dallo studio delle fonti storico-artistiche, con osservazioni dirette e ravvicinate dei manufatti e con le analisi scientifiche per la caratterizzazione dei materiali compositivi. Purtroppo non sempre le opere che sono ben documentate da un punto di vista storico, con testimonianze legate alla loro realizzazione (contratti con gli artisti, perizie e discussioni sull’esito finale) e all’approvvigionamento dei materiali necessari (provenienza, quantità, costo, caratteristiche) sono anche quelle tuttora esistenti. Molti cicli decorativi sono stati distrutti o profondamente modificati, oppure, per ragioni logistiche, non sono osservabili da vicino. Nonostante queste difficoltà della ricerca, lavorare in un ambito geografico e temporale ben circoscritto permette di intrecciare i dati che riguardano le stesse «famiglie» che sono intervenute su diversi cantieri.

Un primo tema trasversale di grande interesse è legato alla conoscenza dei materiali che venivano utilizzati e alla loro provenienza, che era in parte locale (soprattutto la calce, che arrivava spesso dalle fornaci di Riva San Vitale, e la sabbia) e in parte di importazione. I manufatti in ferro, ad esempio, quali chiodi e barre metalliche che servivano per costruire lo scheletro interno delle statue più aggettanti, arrivavano da Lecco o da Como. Spesso i materiali arrivavano sul cantiere ancora da preparare: da Musso, sul lago di Como, arrivavano per esempio scaglie di marmo che dovevano essere ridotte in polvere e poi setacciate prima di essere usate per creare l’ultimo bianchissimo strato di finitura. Questo lavoro era spesso svolto dalle donne o anche da semplici manovali. Il gesso invece arrivava quasi sempre da Nobiallo (Como), mentre una questione aperta è capire se tutte le botteghe usassero del gesso nei loro impasti, per velocizzarne la presa, o solo alcune di loro.

Un altro tema di indagine è legato ai trattamenti finali delle opere in stucco, per capire quanto le superfici fossero lasciate rugose o lisce, opache o lucide e in particolare, la diffusione di policromie e dorature. Su questi aspetti la convergenza tra analisi di laboratorio e studio dei documenti d’archivio risulta particolarmente promettente. Purtroppo, anche in questo caso, non è sempre facile osservare superfici originali ben conservate: bisogna infatti ricordare che l’aspetto attuale delle decorazioni a stucco può essere stato profondamente modificato nel corso del tempo per cambiamenti di gusto, per riparazioni o restauri grossolani, e presentare quindi caratteristiche lontane da quelle avute in origine. I documenti di archivio aiutano a capire quando erano richieste particolari finiture superficiali e i materiali usati per realizzarle. Questi scritti permettono anche di ricostruire come e fino a che livello di dettaglio venivano definite le caratteristiche formali delle opere, se per imitazione con lavori già conosciuti dai committenti, su proposta di un architetto o dello stesso artista. Attraverso i documenti consultati è emerso come gli stuccatori fossero attivi anche nel ruolo progettuale e non solo come semplici esecutori di disegni o di programmi iconografici elaborati da altri, come avessero un ruolo importante nell’organizzare il cantiere, nell’assumere altre maestranze e nel regolare le collaborazioni con i pittori o con i doratori. La ricerca in corso, iniziata nel 2015, sta permettendo di fare luce su come sono state eseguite alcune importanti decorazioni a stucco nel Canton Ticino, supportando con nuovi dati le conoscenze degli storici dell’arte.

Il tema di ricerca è decisamente orientato a conoscere in modo specifico la tecnica artistica di una regione, ma si pone anche come un lavoro di rilevanza internazionale in quanto gli stuccatori del Canton Ticino hanno lavorato – per fare solo alcuni esempi – a Genova, Torino, Roma, Venezia, in Austria, Germania, Gran Bretagna, Irlanda e Europa dell’Est. La loro importanza viene spesso sottovalutata, eppure questi artisti hanno svolto un ruolo assolutamente rilevante nel diffondere da sud a nord (e viceversa) la cultura barocca. I risultati di questa ricerca, previsti per il 2018, permetteranno di ricomporre gli scambi culturali che hanno caratterizzato l’emigrazione delle maestranze ticinesi verso l’Europa, e di ampliare la comprensione di come questi scambi non abbiano influenzato solo l’elaborazione formale delle decorazioni a stucco, ma anche la trasmissione di una cultura tecnica e materiale.

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