Co­strui­re luo­ghi nel­la cit­tà dif­fu­sa

Editoriale – «Archi» 4/2021

Cos'è lo spazio pubblico nel terzo millennio? Mentre il digitale rende gli scambi sempre più evanescenti, «Archi» 4/2021 va in cerca dei «Luoghi collettivi nella città contemporanea», presentando interventi urbani che si confrontano con gli spazi della vita sociale.

Data di pubblicazione
02-08-2021

«La struttura di una città è costituita dalla stessa mescolanza degli usi, e noi ci avviciniamo di più ai suoi segreti strutturali quando ci occupiamo delle condizioni che generano la diversità».
Jane Jacobs, 1961

 

Numerosi studi specializzati hanno analizzato negli ultimi decenni le caratteristiche dello spazio pubblico contemporaneo riflettendo sulla sua morfologia, sul suo ruolo e significato e, soprattutto, riportando l’attenzione sul modo di progettare luoghi adeguati all’interazione sociale nella città diffusa.

Queste teorizzazioni ed esperienze sul campo rilevano l’importanza di agire sui bordi e non sui limiti, sulle porosità e le soglie di insediamenti urbani policentrici ed eterogenei, evitando la segregazione attraverso la progettazione di spazi collettivi multifunzionali, flessibili e identitari, aperti alla partecipazione quotidiana degli abitanti. Il dibattito interdisciplinare si interroga dunque sul tipo di pratiche – resilienti e sostenibili – da incentivare nei vuoti indistinti di un tessuto urbano ibrido e instabile tramite iniziative che siano in grado di configurare punti riconoscibili d’incontro e inclusione, indirizzando i processi di riappropriazione nel recupero di aree abbandonate, accogliendo la diversità e gestendo il conflitto con l’avviamento di strategie differenziate.

Il breve itinerario storico tracciato nel primo contributo di questo numero dimostra quanto la nozione di spazio pubblico, le sue declinazioni e implicazioni, siano profondamente mutate nel tempo: l’interpretazione dell’agorà greca come archetipo della dimensione pubblica occidentale nella lettura di Hannah Arendt; il foro romano in quanto centro di una civitas che accoglie cittadini diversi legati dalla condivisione della medesima legge e per questo pietra miliare dell’evoluzione successiva della città europea; i «grandi vuoti» della città moderna relegati a componente residuale dello zoning urbano e messi in questione negli anni Cinquanta dai protagonisti del Team X, promotori dello spazio pubblico come cuore pulsante della vita cittadina. Inoltre, com’è noto, l’ulteriore proliferazione dei non luoghi nelle anonime periferie costituisce l’ultima fase: «mondi in cui l’assenza di identità, relazione e storia – precisa Moscatelli seguendo Marc Augé – portano alla perdita del senso di appartenenza e allo svuotamento dell’individualità». La «povertà d’esperienza» dell’abitante del XXI secolo – scisso tra l’evanescenza della rete e l’esigenza di una socialità radicata nel suolo urbano – diventa infatti sempre più frammentata.

L’articolo di Irace coglie perfettamente questa dicotomia tra città virtuale e fisica che si esprime nei grandi movimenti globali che invadono le piazze di ogni angolo del mondo: la rivendicazione dei tanti diritti negati trascina uomini e donne di tutte le generazioni – disoccupati, precari, ecologisti, femministe, militanti Lgbtq+, madri, nonne e figlie con fazzoletti bianchi o colorati, neri e indigeni americani – a manifestare nei luoghi pubblici di tante «città» ormai dissolte dai processi di post-metropolizzazione e flagellate dall’inquinamento, dalla pandemia e dalle disuguaglianze. In tutti questi contesti le strade e gli spazi aperti di aggregazione hanno rivelato una visione alternativa e tangibile di inusitata vitalità che esprime la necessità di piazze come un’esigenza biologica, politica e spaziale a cui il genere umano – finché incarnato in un corpo, come avverte Massimo Cacciari ­– non sarà in grado di rinunciare.

Una successione di progetti realizzati recentemente a Lodrino, Balerna, Vacallo, Canobbio, Lugano, Ascona, Gandria, Mendrisio e Bellinzona illustra infine una ricerca accurata di riqualificazione di spazi pubblici nella Svizzera italiana. Ma il repertorio si allarga anche a esperienze di rigenerazione urbana delle periferie italiane, come quelle portate avanti dal G124 del Laboratorio di Renzo Piano (Corradini) o dal collettivo Orizzontale, il cui lavoro promuove la riattivazione di variegate tipologie di spazi comuni attraverso il coinvolgimento creativo dei fruitori urbani (Chiorino). Con la consapevolezza delle criticità insite nelle trasformazioni territoriali in corso e senza nostalgia per strumentali e anacronistiche agorà che portano spesso alla museificazione dei centri storici e alla gentrificazione di interi quartieri rivalorizzati dalla speculazione edilizia, anche questi puntuali interventi rivelano le potenzialità che gli spazi pubblici offrono ancora – a tutte le scale e anche nella Città Ticino – a chi sa leggere senza pregiudizi contraddizioni e specificità dell’odierna situazione urbana.

In questo numero, a proposito di spazi urbani:

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