Ca­se d'al­tri

Editoriale

«Tra gli architetti ticinesi manca il dibattito», si sente spesso dire. In questo dossier abbiamo allora chiesto a progettisti attivi in Ticino di commentare una casa realizzata da un collega, senza lesinare analisi e critiche. Un invito a portare avanti, nello spazio pubblico di una rubrica virtuale, una riflessione sulla progettazione in Ticino.

Data di pubblicazione
24-07-2020

Che tra gli architetti della Svizzera italiana (e, forse, non solo) manchino scambio e dibattito è ormai praticamente un luogo comune: lo si dice e lo si ripete, più raro è però che si tenti di darne una spiegazione. Di solito chi lancia il commento poi procede chiedendo: dove sono finiti, oggi, i Tita Carloni, quei personaggi che sapevano parlare di architettura portandola fuori dal recinto dei professionisti, che additavano i problemi del territorio e proponevano soluzioni?1

Qualche tempo fa, una mostra proposta dalla Fondazione Archivi Architetti Ticinesi2 aveva dato un bell'esempio di dialogo tra progettisti, raccontando come, negli anni Sessanta, sempre Carloni, con Luigi Snozzi e Livio Vacchini, si fosse imbarcato nell'impresa di studiare la struttura urbana di Bellinzona, realizzando rilievi minuziosi dei singoli edifici e proponendo strategie di sviluppo urbano a volte un po' screanzate (come l'edificazione di un autosilo nella rocca di Castelgrande), ma che segnalavano la foga e l'entusiasmo con cui tre giovani architetti si confrontavano tra loro e con la città.

Ecco, è proprio la mancanza, oggi, di slanci del genere che si sente spesso lamentare; tuttavia, chi lo fa spesso fatica a individuarne le cause. Se però gli capitasse di sfogliare «Archi» 1/2020, ci troverebbe una breve, illuminante nota in proposito di Federico Tranfa, annidata nella sua riflessione sui progetti segnalati al recente Premio SIA Ticino: Tranfa osserva che, in un contesto urbano invaso dalla speculazione edilizia e dall'incapacità della costruzione di massa di ascoltare la “voce” del territorio, all'architetto non resta, per spiccare nella miriade di edifici fatti in serie, che votarsi a uno stile eclettico garante di straordinarietà. Da questo approccio al progetto deriva un «panorama variegato nel quale le individualità dei progettisti rivendicano un proprio spazio singolare piuttosto che ricercare un confronto con i colleghi», scrive. «Del resto l’assenza di dibattito è divenuta una caratteristica peculiare dei nostri giorni. A enunciati forti, persino provocatori, non corrisponde infatti alcuna polemica, quasi che la contrapposizione delle idee fosse ritenuta sconveniente. Una sorta di pacifico ecumenismo che consente alle scuole di architettura di ospitare al loro interno personalità antitetiche per cultura e orientamenti, senza sentirsi in obbligo di chiarire come metodologie opposte possano ritenersi parimenti valide».

Nell'attesa e nella speranza che qualcosa cambi – e chissà che il diffondersi di concorsi e mandati di studio in parallelo destinati espressamente a gruppi di lavoro, magari interdisciplinari, non apra strade a nuovi confronti –, cerchiamo, sulle pagine di Espazium, di creare una nicchia che solleciti questo dialogo: se “in natura” non scorre libero, vorremmo che qui trovasse almeno una «patria artificiale» (per rubare a Carlo Cattaneo una definizione del mondo costruito).

Abbiamo allora chiesto ad architetti attivi nella Svizzera italiana di commentare, senza lesinare riflessioni e critiche, il lavoro di un collega (scegliendo tra tre proposte selezionate dalla redazione). Il focus è la casa unifamiliare, linfa e limo dell'urbanizzazione del Ticino: se da una parte causa la famigerata periurbanizzazione, al contempo è forse l'unico campo di esercizio con cui tutti i progettisti hanno occasione di misurarsi, contrariamente alle grandi opere, che restano inevitabilmente prerogativa di pochi.

Pubblichiamo qui i primi contributi, con la speranza che questa serie – sempre aperta a nuovi scritti – si sviluppi nel migliore spirito dei maestri ticinesi, capaci di demolirsi amichevolmente a vicenda al suon di battute come «Mi complimento per il tuo nuovo edificio anche se è tutto sbagliato» (Vacchini a Snozzi) e poi di progettare insieme una casa, un insediamento, una città.

Note

  1. Si consiglia la lettura del suo Pathopolis, che raccoglie testi scritti per il settimanale «Area» su paesaggio, attualità, territorio (Edizioni Casagrande, 2011). Sulla stessa linea anche il Diario dell'architetto pubblicato su «Archi» da Paolo Fumagalli, ora raccolto in forma di libro con il titolo Cronache di architettura, territorio e paesaggio in Ticino (Edizioni Casagrande, 2019).
  2. Fondazione Archivi Architetti Ticinesi, Storie, utopie, progetti per Bellinzona – La città di Carloni, Snozzi, Vacchini fra 1962-1970, Bellinzona, Castelgrande, 20.9.2018-20.01.2019.

 

Gli scritti di questo dossier

  • Ca­sa Po' a Pia­nez­zo – Thea Delorenzi e Roberto La Rocca su Architetti Bianchi Clerici
  • Ca­sa Ko. a Mor­co­te – Eloisa Vacchini su Wespi de Meuron Romeo
  • Ca­sa a Son­vi­co – Stefano Moor su Martino Pedrozzi
  • Ca­sa Prou Boz­zi­ni a Cam­po Ble­nio – Gustavo Groisman su Baserga Mozzetti Architetti
  • Ca­sa Noz­za a Col­dre­rio – Otto Krausbeck su Montemurro Aguiar

Questo dossier è concepito come un luogo di riflessione comune; per commenti, suggerimenti, critiche si può scrivere a web [at] espazium.ch (questo indirizzo).

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