Adrian Al­ten­bur­ger

Otto domande

Adrian Altenburger risponde alle Otto domande de "Lo spessore dell'involucro".

Data di pubblicazione
24-10-2016
Revision
24-10-2016
Adrian Altenburger
Dipl. ing. termico HTL e arch. MAS ETH, partner della società Amstein+Walthert AG, vicepresidente SIA e presidente del Consiglio di esperti SIA Energia

1. In che modo secondo lei l’evoluzione delle richieste energetiche e di «comfort» ha cambiato negli ultimi vent’anni il modo di concepire una facciata?

La concezione delle facciate è cambiata in maniera significativa, in particolare per quanto riguarda le vetrature. Le migliori proprietà isolanti consentono superfici vetrate notevolmente maggiori a fronte di un fabbisogno di riscaldamento costante, mentre la compensazione delle correnti d’aria fredda mediante elementi riscaldanti ha perso importanza. Al tempo stesso, le minori dispersioni termiche in caso di vetrature di ragionevoli proporzioni consentono l’impiego di sistemi di riscaldamento e raffreddamento superficiali con temperature vicine a quelle ambientali (<35°C e >16°C) e quindi con asimmetrie termiche impercettibili rispetto ai sistemi ad alta temperatura precedentemente necessari o correnti d’aria dovute alle quantità d’aria di raffreddamento, obbligatoriamente elevate.

2. Ad una «Podiumdiskussion» tenutasi nel corso dell’ultima edizione della Swissbau, qualcuno dei partecipanti sosteneva che tra i fenomeni evolutivi negativi ai quali stiamo assistendo, ci sarebbe l’abuso del ricorso alle facciate interamente vetrate, indifferenti e uguali tra loro. Gli edifici realizzati in questo modo e ripetuti ovunque nel mondo, sarebbero poco a poco responsabili della perdita di identità e specificità dei luoghi. Condivide questa tesi? O come la declinerebbe? Le pare invece che siano nate nuove specificità locali negli ultimi anni?

La cosiddetta architettura di vetro sembra effettivamente determinare solo in misura limitata un legame con le condizioni climatiche locali e ha di conseguenza un carattere che non promuove particolarmente l’identità nell’ottica della cultura architettonica locale. Tuttavia, questa concezione deve sottostare a limiti fisici: là dove manca il confronto interdisciplinare a livello di pianificazione nascono spesso problemi di comfort oppure consumi energetici spropositatamente elevati. Di quest’ultima eventualità si occupano nel frattempo apposite norme e disposizioni (ad es. valore g minimo) per edifici climatizzati in Svizzera in conformità alla norma SIA 382/1.

3. È una tipizzazione grossolana ma la concezione di una facciata può, in fondo, contare su un numero relativamente ristretto di tipi, ovvero:

  • la facciata interamente vetrata.
  • la facciata a «cappotto», o isolata esternamente, con l’aggiunta di sottili rivestimenti applicati direttamente allo strato isolante (intonaco, tessere in mosaico, in qualche caso elementi più consistenti come mattoni o pietre)
  • la facciata ventilata, che tra lo strato isolante e lo strato «visibile» (più o meno consistente o pesante, che potrebbe arrivare ad essere anche un collettore di energia) prevede una camera d’aria.
  • la facciata isolata internamente rispetto allo strato portante. Cioè una facciata che prevede che l’appoggio delle solette avvenga con giunti speciali in grado di evitare il ponte termico (Tipo «Shöckdorne»), oppure che l’isolamento venga risvoltato per qualche metro all’interno, sopra e sotto la soletta. Questa costruzione consente di mostrare e rendere visibile all’esterno lo strato portante normalmente in beton faccia a vista.
  • la facciata sandwich, ad elementi prefabbricati, sia in legno sia di elementi pesanti in beton.
  • Il beton isolante

Le sembra che l’elenco vada ampliato? Tra queste varianti (sempre che non ne voglia aggiungere qualcun’altra mancante) si è fatto un’idea precisa dei vantaggi, del potenziale economico, della pertinenza architettonica, culturale o espressiva di ciascuna di esse? Ovvero nella sua prassi professionale che ruolo gioca ciascuna di queste diverse possibilità? Ce le potrebbe commentare o criticare dal suo punto di vista?

Nella lista andrebbero eventualmente citate ancora le facciate a doppia pelle, che possono generare un valore aggiunto specialmente in caso di elevate immissioni acustiche. Le facciate a doppia pelle di buona qualità vantano una circolazione dell’aria naturale o forzata di sufficiente qualità, tale da prevenire corrispondenti accumuli di calore. Oltre al tema dell’isolamento, nell’elenco dovrebbe essere citato anche quello relativo alla protezione solare (esterna, nell’intercapedine, integrata nel vetro). Dal mio punto di vista di ingegnere specializzato in energia e impianti tecnici posso commentare le varianti elencate come segue:

–    Facciata continua in vetro: elevato consumo energetico e fabbisogno di prestazioni e (soprattutto) dotazioni tecniche. La problematica della protezione dal sole viene spesso risolta in maniera insoddisfacente e/o compensata con un maggiore ricorso alla tecnologia.

–    Facciata rivestita: nessuna osservazione (non problematica dal punto di vista tecnico).

–    Facciata ventilata: come sopra.

–    Facciata con isolamento interno: eventualmente problematica sotto il profilo della protezione contro l’umidità, ma in particolare in caso di edifici esistenti di cui deve essere mantenuto l’aspetto esterno si tratta dell’unica possibilità di risanamento efficace sotto il profilo energetico (ad es. tappetini aerogel).

–    Facciata a sandwich: nessuna osservazione (non problematica dal punto di vista tecnico).

–    Calcestruzzo isolante: come sopra.

–    Facciate a doppia pelle: limitato rivestimento esterno e complessa struttura per garantire la dispersione del calore nell’intercapedine.

4. In che modo nella composizione di una facciata o più in generale nella definizione del limite che separa il dentro dal fuori, si riesce ancora a istituire un legame con la tradizione storica o, se vogliamo, con gli esempi di alcuni maestri del passato? 

Per spiegare meglio il tema sul quale le chiediamo una riflessione, prendiamo un elemento architettonico specifico, ad esempio il «marcapiano» o la griglia strutturale. Negli edifici degli anni Cinquanta ma anche precedenti (pensiamo ad esempio al municipio di Göteborg di E.G.Asplund) questo elemento segnava in facciata la presenza della soletta «portante», separata dagli elementi di tamponamento «portati». Un riferimento contemporaneo a questa immagine dovrebbe realizzarsi necessariamente in modo costruttivamente diverso. 

E dunque, è ancora possibile, nel concepire facciate, un riferimento alla storia, oppure le nuove necessità costruttive devono farci rinunciare ai tentativi di istituire analogie con il passato?

La questione dell’efficienza energetica degli edifici è principalmente una questione di isolamento delle superfici e non di singoli punti deboli. Se risolvibili dal punto di vista della fisica delle costruzioni, questi ultimi dovrebbero essere sempre possibili e consentire quindi un riferimento al passato architettonico. In caso di utilizzo esclusivo di vettori energetici rinnovabili e privi di CO2, la questione del consumo energetico e del fabbisogno di potenza è irrilevante e soggetta a limiti di sola natura economica. 

5. I sistemi di facciata sviluppati negli ultimi anni sono secondo lei esclusivamente soluzioni «tecniche» per conciliare architettura e requisiti di legge (termici/acustici -di comfort) o stanno creando una nuova architettura? A metà Novecento si è passati dalle facciate rivestite a quelle in calcestruzzo «faccia-vista», ritiene che ci sarà una nuova proposta architettonica che creerà una nuova «scuola» dell’architettura?

Sì, suppongo che ci saranno nuove possibilità, in particolare quando il parco edifici sarà decarbonizzato e l’approvvigionamento energetico si baserà per la maggior parte su vettori energetici da fonte rinnovabile. In quel caso a essere determinanti a livello costruttivo saranno solo gli aspetti di fisica delle costruzioni (ciclo di vita dei materiali) e i costi complessivi (costi del ciclo di vita). Già oggi, inoltre, grazie ai nuovi materiali isolanti (ad es. aerogel) sono possibili costruzioni slanciate; tuttavia, come per il fotovoltaico, anche qui manca ancora una domanda sufficientemente elevata sotto il profilo quantitativo tale da generare costi economicamente sostenibili.

6. Come giudica la spinta più tecnologica verso le facciate «attive» in grado di produrre energia? È una moda passeggera o ci sono i presupposti per rendere l’integrazione dei sistemi solari una soluzione di massa, accettabile dal progettista e adattabile alle diverse soluzioni?

L’autoproduzione di energia elettrica su tetto e facciata è una soluzione sensata nella misura in cui economicamente sostenibile. Più importante rispetto all’integrazione del maggior numero possibile di elementi fotovoltaici nell’involucro edilizio è la questione dell’accumulo e dei picchi di potenza. Non ha molto senso immettere in rete l’energia elettrica prodotta in loco e avere un edificio a energia zero o addirittura positiva se contemporaneamente il picco di potenza prelevato dalla rete non viene ridotto o nello scenario ideale addirittura annullato. Altrimenti si finisce per produrre solamente una ridondanza che, a fronte di notevoli costi, non genera nemmeno la sicurezza dell’approvvigionamento energetico.

7. Le normative sul fabbisogno energetico stanno tecnicizzando notevolmente il processo di progettazione della facciata; le pare che il mondo dei progettisti sia assente dalla discussione, e dunque che si stia andando verso l’iper-specializzazione dei compiti nell’edilizia, oppure l’architetto possiede realmente ancora tutte le leve di progetto?

A suo giudizio gli architetti si stanno svincolando dallo studio di nuove soluzioni di facciata demandando il compito a specialisti, produttori di sistemi, fisici della costruzione? Se sì, secondo lei, perché?

La mia impressione è che la risposta debba essere «sia sia». Ci sono sia architetti che sviluppano la soluzione globale autonomamente e con un ruolo guida, sia quelli che ricorrono a un certo numero di specialisti. Entrambe le opzioni sono possibili e la scelta dipende spesso dai requisiti specifici dell’immobile. Sarebbe tuttavia auspicabile che lo specialista venisse coinvolto solo quando è effettivamente richiesta una soluzione speciale. Nella maggior parte dei casi ciò non sarebbe dunque necessario. L’architetto dovrebbe essere in grado di concepire la propria facciata in collaborazione con l’ingegnere civile e l’ingegnere in tecnica degli edifici. A seconda della soluzione può poi essere successivamente coinvolto l’uno o l’altro specialista per i dettagli o gli elementi specifici.

8. Le nuove tecnologie di involucro sono spesso ritenute «non realmente sostenibili» (a causa della quantità e qualità del materiale utilizzato e dell’energia grigia in esso contenuta – non sempre in linea con l’obiettivo della riduzione degli impatti energetici delle nuove costruzioni). Ritiene siano possibili dei miglioramenti in questo ambito in termini legislativi, normativi, tecnologici?

Sì, ritengo sempre possibile apportare miglioramenti a norme e disposizioni. Come ho già accennato nelle altre risposte, le attuali basi di riferimento si concentrano sui combustibili fossili per il riscaldamento e su un’energia elettrica gravata dal CO2 o da fonti nucleari. Quando riusciremo ad approvvigionare gli edifici senza energia fossile per il riscaldamento e con energia elettrica da fonti rinnovabili, le attuali norme e disposizioni potranno o dovranno essere riviste.

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