Tra le ma­ni del ma­es­tro

Le Corbusier e la mistica del disegno

La mostra proposta dal Teatro dell'architettura di Mendrisio rivela come per Le Corbusier il disegno sia «una stenografia»: oltre che strumento tecnico attraverso cui indagare e progettare, oltre che mezzo del pensiero e dispositivo della memoria, il disegno è atto fisico, concreto e tangibile; è il piacere febbrile di tracciare un segno.

Publikationsdatum
18-11-2020
Francesca Belloni
Architetto e professore, ricercatrice in Composizione architettonica e urbana presso il Dipartimento ABC del Politecnico di Milano

«Ogni giorno della mia vita è stato dedicato in parte al disegno.
Non ho mai smesso di disegnare e dipingere, cercando, dove potevo trovarli, i segreti della forma»

Le Corbusier, 1965

Nei quindici anni che separano l’ingresso di Charles-Édouard Jeanneret-Gris alla Scuola d’arti applicate di La Chaux-de-Fonds dal tanto anelato trasferimento a Parigi, il giovane Le Corbusier compie un apprendistato intellettuale, culturale e tecnico che lo porterà a diventare il grande maestro del Novecento che tutti noi conosciamo. Tale vicenda, che lo vede prima a La Chaux-de-Fonds e poi in Italia, che lo conduce in Austria, in Germania e a Parigi e che lo spinge fino in Oriente, a Istanbul e ad Atene, si svolge e si sostanzia attraverso il disegno, tra gli studi dal vero dei primi anni di scuola, i numerosi schizzi, le pagine dei carnets di viaggio, i ritratti degli amici, i nudi femminili e gli acquerelli di paesaggio, in un tracciare, incidere, descrivere, annotare, immaginare attraverso il disegno.

Un apprendistato che, se riletto nella successione delle opere esposte al Teatro dell’architettura di Mendrisio in occasione della mostra I disegni giovanili di Le Corbusier. 1902-1916, si rivela in tutta la sua concretezza, prima ancora fisica che intellettuale: la molteplicità dei soggetti, le diverse tecniche di rappresentazione e il numero elevatissimo di disegni non possono infatti che produrre, in noi architetti, un senso di profonda sintonia e ammirazione per quella mano che conosce oggetti e traccia forme, quella mano che, attraverso il gesto, produce mondi. Una passione, quella per il disegno, che avrebbe dovuto condurre il giovane Charles-Édouard alla pittura e che, sebbene così non fu per via dei saggi e lungimiranti consigli del suo mentore Charles L’Eplattenier, lo accompagnò ogni giorno della sua vita; un «esercizio quotidiano della mente» che diede vita e alimentò senza sosta alcuna una relazione di profonda devozione tra il maestro e quella pratica quotidiana, coltivata con estremo rigore e dedizione dalla giovinezza fino agli ultimi anni di vita: «Sono un pittore, fondamentalmente, con tenacia, poiché dipingo ogni giorno. La mattina è dedicata alla pittura, il pomeriggio, dall’altra parte di Parigi, è dedicato all’architettura e al progetto urbano. […] Penso che se qualcosa deve essere riconosciuto alla mia opera di architetto, è a questo lavoro segreto che dobbiamo attribuire la virtù profonda».

La smisurata produzione degli anni giovanili, presentata al Teatro dell’architettura attraverso più di ottanta disegni originali, molti dei quali inediti, affiancati da numerose riproduzioni di opere custodite presso la Fondation Le Corbusier, è in realtà solo una piccola parte rispetto a quanto emerge dalla straordinaria e per certi versi inimmaginabile quantità di disegni raccolti e inventariati nel catalogo ragionato dell’opera grafica – Le Corbusier catalogue raisonné des dessins. Tome 1, Années de formation et premiers voyages – a cura di Danièle Pauly, curatrice della mostra, organizzata proprio in occasione della pubblicazione di questo primo dei quattro tomi previsti.

«Il disegno è una stenografia»

Come specificato dalla stessa Pauly, «il disegno in Le Corbusier è profondamente legato all’intimo, è testimone di “cose viste e ricordate”. È uno spazio di libertà, quello della creazione, del piacere per l’opera e offre una comprensione del processo di ricerca e di invenzione». Sebbene, alla luce di quanto esposto a Mendrisio, non si possa che concordare pienamente con tali riflessioni non meno che con le lucide e brevi note di Mario Botta e Jacques Gubler, contenute nella preziosa guida che il visitatore riceve all’ingresso della mostra, è quanto suggerito da Le Corbusier stesso, in una nota del 1965, a svelare il segreto custodito tra i suoi disegni: «Il disegno è una stenografia». Oltre che strumento tecnico attraverso cui l’architetto indaga e progetta, attraverso cui «l’artista cerca, scruta, annota e classifica», oltre che mezzo del pensiero e dispositivo della memoria, espressione lirica e linguaggio, il disegno, in qualche modo come per Barthes la scrittura, è «materia assoluta», gesto «che frattura il mondo e lo rifà». Il disegno dunque, risalendo attraverso Barthes al piacere (del testo), è per l’architetto e il pittore atto fisico, concreto e tangibile, è gestualità tattile che passa attraverso il fare della mano, la sua lentezza, l’esercizio e il mestiere, il piacere febbrile che incide il supporto.

Visitando la mostra si ha la netta sensazione che il disegno sia per Le Corbusier, fin dagli anni giovanili, atto mistico, anelito e desiderio, sospensione e finanche estasi. Le opere esposte nella silenziosa penombra del Teatro dell’architettura mostrano infatti al visitatore come il disegno si elevi, si faccia azione, mistica del corpo, lasciando echeggiare, tra le immagini catturate dalle mani del maestro, le parole di Barthes: «Per il resto, non conosco della mia scrittura che ciò che so del mio corpo: una cenestesi, un’impressione generale, l’esperienza di una pressura, di una pulsione, di uno scorrere, d’un ritmo: un prodursi non un prodotto, un godimento non un’intellezione».

 

Dove e quando

 

Teatro dell’architettura – USI, via Turconi 25, 6850 Mendrisio

Fino al 24 gennaio 2021

Orari: martedì-venerdì 14.00-18.00, sabato-domenica 10.00-18.00

Maggiori informazioni sulla pagina del Teatro

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