Ar­chi­tec­ts of Li­be­ra­tion. Mo­der­ni­sm in We­stern Afri­ca

Tra adozione e adattamento, il modernismo architettonico nell’Africa occidentale postcoloniale rivela le contraddizioni di un’emancipazione sospesa fra autonomia culturale e dipendenza tecnica. Architects of Liberation attraversa l’Africa occidentale postcoloniale tra ambizioni panafricane, contraddizioni e identità da reinventare.

Data di pubblicazione
20-08-2026
Tomà Berlanda
Architetto USI, professore all’Università di Città del Capo

Terzo capitolo del trittico che il MoMA ha dedicato al nesso fra modernismo architettonico ed emancipazione politica, dopo i volumi sulla Jugoslavia (2018) e sull'Asia meridionale (2022), Architects of Liberation accompagna la mostra omonima allestita nelle Robert B. Menschel Galleries da luglio di quest’anno, e prosegue, sul versante dei manufatti, l'indagine che il museo ha condotto sull'Africa postcoloniale, da ultimo con Ideas of Africa: Portraiture and Political Imagination. Il catalogo raccoglie in poco più di duecento pagine l'esito di quattro anni di ricerca d'archivio su sette paesi dell'Africa occidentale, dal Senegal al Camerun, negli anni attorno all'indipendenza. Curato da Martino Stierli e Ikem Stanley Okoye con Mallory Cohen, porta per la prima volta a un vasto pubblico la gran parte di questi materiali e chiarisce fin dall'introduzione le proprie scelte di metodo: trattare la regione come uno spazio culturale condiviso più che come una somma di storie nazionali, privilegiare gli architetti autori dei progetti rispetto ai leader politici, leggere il modernismo come discorso più che come stile.

Il volume adotta una struttura polifonica. Ai due saggi dei curatori si affiancano contributi tematici di studiosi da tempo attivi sul campo, fra cui Łukasz Stanek, Johan Lagae e Prita Meier, un'intervista a giovani progettisti togolesi sul tema della conservazione, e un portfolio commissionato al fotografo François-Xavier Gbré, che documenta lo stato presente degli edifici. L'introduzione dichiara con onestà anche i propri limiti, elencando gli archivi che non è stato possibile rintracciare o consultare: una lacuna che il volume converte in programma di ricerca.

Il saggio di Stierli, Adoption versus Adaptation, ordina la materia lungo l'asse indicato da Nkrumah1 nel discorso di Accra del 1958: adottare significa perpetuare forme importate, adattare trasformarle per renderle vitali in un contesto diverso. Su questa base l'autore rilegge la Tropical architecture di Fry e Drew2 come adozione mascherata da un velo pseudo-africano, e la négritude di Senghor3, con il «parallelismo asimmetrico» codificato dalla legge senegalese del 1978, come tentativo di adattamento e insieme come «invenzione della tradizione». Il confronto fra il CICES di Dakar, dove il motivo triangolare si fa principio frattale, e i complessi fieristici di Accra e Lagos, dai profili spaziali e dalle superfici metalliche, illustra con efficacia i due poli. L'analisi prosegue con le riprese dello stile sudano-saheliano nei lavori di Bonamy e Chomette4 e con il dibattito ospitato dalle riviste dell'epoca, dal West African Builder & Architect di Vaughan-Richards5 a New Culture di Demas Nwoko6, di cui è documentata la Cappella domenicana di Ibadan. Non manca il richiamo critico di Soyinka7 a Senghor: «deve una tigre proclamare la propria tigritudine?».

Okoye, in Pan-African Architecture and Possible Black Futures, sposta il fuoco sulle contraddizioni. Le sedi bancarie della BCEAO, della BAD e della BOAD, il Teatro nazionale di Lagos costruito per il FESTAC del 1977, i musei di Dakar, dal Musée Dynamique al Musée des Civilisations Noires, dichiarano un'ambizione panafricana, eppure furono progettati e costruiti in larga misura da studi dell'Europa orientale, israeliani o cinesi, con cemento e acciaio importati o forniti da filiali europee. L'autonomia culturale convive così con una dipendenza tecnica ed economica che riproduce, sotto altra forma, i legami con le ex metropoli. Richiamando Mudimbe e Mbembe8, Okoye lascia aperto il paradosso e lo consegna come archivio di ambizioni e di limiti.

Da entrambi i saggi affiora un nodo che il lettore vorrebbe più esplorato. Le grandi opere richiesero risorse e competenze che quei paesi non possedevano, e finirono per servire soprattutto le élite, mentre la maggioranza subì l'architettura modernista come prima aveva subìto quella coloniale. La stessa etichetta di «stranieri» andrebbe scomposta: l'afroamericano J. Max Bond, che insegnò a Kumasi e intese il ruolo dell'architetto come impegno militante, legando la decolonizzazione alle lotte afroamericane per l'emancipazione, sta su un piano diverso dai tecnici al servizio di investitori come i fratelli Mayer9. E fra gli africani corre distanza fra Jean Léon, primo modernista senegalese, e Cheikh Ngom, architetto di grande influenza politica. Il libro coglie queste differenze, ma di rado le mette a tema.

Resta il limite della scelta antinarrativa. Trattando l'Africa occidentale come spazio omogeneo e rinunciando all'ordine cronologico, il volume attenua cesure decisive: i colpi di stato del 1966 in Ghana e Nigeria, il rovesciamento degli esperimenti socialisti, la persistenza di regimi dove la stabilità confinava con la dittatura. Ogni progetto vale come emblema di una storia più ampia, che qui resta spesso implicita.

Se però, come argomenta Enwezor10 nelle pagine citate dai curatori, il modernismo appartiene alla narrativa dei dominatori, che ne accreditarono l'universalità riaffermandone al contempo il marchio europeo, l'architettura modernista si lascia leggere anche come dispositivo per organizzare l'urbanizzazione planetaria. Più che di «architetti della liberazione» si potrebbe allora parlare di «liberazione degli architetti», capaci di adattare il modernismo alle aspirazioni dei nuovi gruppi dirigenti e per questo giunti in Africa a trovarvi il terreno propizio per esibire la propria creatività. È il merito maggiore del volume aver riunito le fonti che permettono di porre la domanda, e aver mostrato quanto lavoro d'archivio resti ancora da fare.

Architects of Liberation. Modernism in Western Africa

A cura di Martino Stierli e Ikem Stanley Okoye, con Mallory Cohen. The Museum of Modern Art, New York, 2026. 224 pp., 175 ill. col. ISBN 978-1-63345-185-8

Note 

  1. Kwame Nkrumah (1909-1972), primo presidente del Ghana dal 1957 al 1966, guida del paese dall’indipendenza, e figura centrale del panafricanismo.
  2. Maxwell Fry (1899–1987) e Jane Drew (1911–1996), coppia di architetti modernisti britannici, fra I pionieri del modernismo tropicale.
  3. Léopold Senghor (1906-2001), primo presidente del Senegal dal 1960 al 1980, uno dei maggiori teorici della négritude.
  4. Henri Chomette (1921-1995), architetto francese attivo in Africa occidentale e legato agli esordi della scuola di architettura di Dakar.
  5. Alan Vaughan-Richards (1925-1989), architetto di origine britannica attivo a Lagos.
  6. Demas Nwoko (1935-), artista e architetto nigeriano, leone d’oro alla carriera alla Biennale di architettura di Venezia 2023.
  7. Wole Soyinka (1934-), scrittore nigeriano, Premio Nobel per la letteratura nel 1986.
  8. Rispettivamente Valentin-Yves Mudimbe (1941-2025), filosofo congolese autore di “The Invention of Africa”, e Achille Mbembe (1957-), storico camerunense, teorico del pensiero postcoloniale.
  9. I fratelli Moshe e Mordechai Mayer, imprenditori israeliani promotori dell’Hôtel Ivoire di Abidjan.
  10. Okwui Enwezor (1963-2019), curatore, critico e storico dell’arte nigeriano, ha contribuito a portare l’arte africana contemporanea all’attenzione mondiale.

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