Lo spa­zio co­me te­sti­mo­nian­za: tra in­da­gi­ne, me­mo­ria e giu­sti­zia

Quando uno spazio marginale diventa strumento d’indagine, l’architettura è chiamata a ridefinire il proprio ruolo politico. Dall’open talk di OSA al lavoro di LIMINAL tenutosi nel foyer dell'Accademia di architettura di Mendrisio, lo spazio emerge come dispositivo forense e campo di cura: dati, confini e violenze invisibili si trasformano in evidenze critiche, memoria e responsabilità collettiva. 

Data di pubblicazione
16-12-2025

Che cosa accade quando uno spazio marginale diventa luogo di indagine e, nella sua dimensione liminale e quasi inafferrabile, costringe l’architettura a ripensare il proprio ruolo di fronte a frontiere, periferie e territori che sfuggono alle consuete categorie?
L'open talk organizzata da OSA, il gruppo studentesco dell’Accademia di architettura di Mendrisio, ha offerto numerosi spunti di riflessione: l’evento, in particolare, ha posto l’accento su situazioni drammatiche che accompagnano tristemente la quotidianità e che, nella percezione comune, vengono spesso derubricate a cronaca nera o a racconti marginali. È qui che si inserisce il lavoro di LIMINAL, laboratorio di indagine e ricerca del Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, che tenta di dare forma a risposte concrete attraverso analisi spaziali capaci di illuminare frontiere e violenze invisibili, trasformando queste soglie opache in strumenti di conoscenza, consapevolezza e giustizia. Sul palco, Tareq Tamimi, architetto e ricercatore LIMINAL, insieme a Giovanna Reder, designer e ricercatrice LIMINAL, hanno dialogato con il pubblico sotto la guida di Matteo Vegetti, filosofo e professore di Estetica e Filosofia dello spazio all’USI, con la moderazione di Hind Al-Shoubaki, ricercatrice presso la FHNW e redattrice di Archi.

L’incontro ha trovato un interessante contrappunto nella mostra allestita presso la Biblioteca dell’Accademia, curata dal prof. Christoph Frank, intitolata La follia della guerra. Mostra commemorativa dedicata al centenario dei Trattati di Locarno del 1925.1 Raccolta e densa, l’esposizione riunisce materiali che delineano una genealogia trasversale del pensiero pacifista: libri, incunaboli e documenti di grande forza evocativa – tra cui il menù satirico del Grand Hotel Locarno di Alois Derso ed Emery Kelen, firmato dal Cancelliere del Reich Hans Luther e dai Ministri degli Esteri Aristide Briand (Francia), Gustav Stresemann (Germania), Austen Chamberlain (Gran Bretagna) e Aleksander Skrzyński (Polonia). – compongono un percorso stratificato intorno al Trattato di Locarno, di cui ricorre il centenario. In questa mostra, le parole – e con esse le persone che le hanno pronunciate o scritte – diventano il vero centro della riflessione.

L’etimologia, come spesso accade, offre una chiave preziosa per interrogare la radice profonda delle cose: aperta a interpretazioni e capace di tessere legami fra pensieri lontani, si rivela uno strumento trasversale che avvicina tempi, luoghi e sguardi differenti. Già nella parola stessa “liminal” si intravedono assonanze con il concetto di limes: dal significato originario di solco agricolo, il limes si è trasformato progressivamente in linea di frontiera, spesso configurata come zona di controllo e sorveglianza piuttosto che come confine netto e politico. Era uno spazio tangibile e misurabile, concepito non come muro nel senso moderno del termine, ma come zona di transizione e mediazione, luogo di contatto che poteva essere al tempo stesso di conflitto e di scambio culturale, economico e umano. La complessità di queste zone di soglia si perde spesso nelle semplificazioni moderne, soprattutto quando il confine appare solo come strumento di difesa e controllo. È in questo spazio complesso, in questa zona interstiziale, che LIMINAL esercita la propria metodologia, cercando di “ri-umanizzare” luoghi volutamente deumanizzati.

Lo spazio si configura come strumento d’indagine e di intervento: una lente capace di rendere leggibili i comportamenti umani e decifrare eventi altrimenti indecifrabili. In termini teorici, lo si può considerare come un’estensione moderna – pur con tutte le dovute cautele – della res extensa cartesiana. Nel formalizzare e misurare l’estensione, Cartesio si distacca dalla concezione rinascimentale dello spazio inteso come semplice “intervallo” tra elementi costruiti, aprendo la strada a un livello di astrazione che accompagnerà il termine fino quasi all’età contemporanea. Questa dimensione del “misurabile” non oscura la fisicità del vuoto tra le cose, quel campo d’azione in cui si manifestano i comportamenti umani e si articolano le dinamiche sociali. Misure, geometrie, l’insieme dei fattori che condizionano e informano lo spazio – in una parola, i dati – attraversano ormai ogni aspetto della nostra quotidianità. Proprio per questo diventa cruciale la figura di un “data humanizer”: qualcuno capace di interpretare, tradurre e consegnare queste informazioni in modo comprensibile, affinché i dati tornino a essere portatori di senso.

Raccolti, analizzati e restituiti criticamente, i dati diventano strumenti con cui architetti e ricercatori possono reinquadrare il mondo e generare nuove forme di comprensione. In questa direzione si muove LIMINAL: lo spazio non è mai neutro, ma testimone, materia e dispositivo di evidenza critica, un terreno in cui le tracce degli eventi diventano indizi da interrogare. Il laboratorio studia mobilità e immobilità, violenze di confine, migrazioni e le conseguenze geopolitiche, sociali e ambientali connesse a tali fenomeni. Formato da architetti, designer e ricercatori, il gruppo adotta un’impostazione interdisciplinare affine a Forensic Architecture 2 (Lorenzo Pezzani, tra i principali promotori di LIMINAL, ha alle spalle esperienze con Forensic Oceanography / Border Forensics). Collaborando con ONG, giornalisti, attivisti e istituzioni culturali, LIMINAL si muove sul crinale tra ricerca e attivismo, applicando strumenti di investigazione spaziale e ricostruzioni visive per rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe nascosto.

Il laboratorio utilizza cartografie, animazioni e ricostruzioni 3D, analisi temporali e statistiche, cross-referencing di dati istituzionali, open source e testimonianze dirette. Questo metodo permette, ad esempio, di ricostruire le rotte dei droni di Frontex, analizzarne frequenza e copertura, e metterle in relazione con intercettazioni e respingimenti di imbarcazioni migranti nel Mediterraneo. Tra il 2019 e il 2023, secondo lo studio condotto,3 oltre 27’000 persone sono state respinte verso Libia o Tunisia dopo rilevamento aereo, un dato che evidenzia come la sorveglianza non sia strumento di soccorso, ma parte di un apparato di controllo. Un simile approccio – una sorta di “forensic imagination”, capace di coniugare rigore investigativo e potenza narrativa – guida LIMINAL nella trasformazione dello spazio in evidenza materiale e mediale, strumento di responsabilità e giustizia oltre che di ricerca.

Lo dimostra il caso della ricostruzione della morte di un giovane migrante siriano, Jumaa al-Hasan, nel tentativo di attraversare il Canale della Manica.4 Accanto al modello tridimensionale della scena, delle imbarcazioni, dei corpi e delle forze intervenute, LIMINAL ha affiancato un lavoro di ascolto attento dei testimoni, affrontando con rigore e sensibilità un processo che implica la necessità di rivivere l’accaduto. Il risultato intreccia dati spaziali e voci umane, trasformando lo spazio in dispositivo di verità. Lo spazio non è più solo scenario o passaggio: diventa soggetto, testimone e campo d’azione politica. Torri e recinzioni, checkpoint, cieli dronizzati – emblematico il caso citato da LIMINAL di un’azienda israeliana che utilizza immagini di uccisioni reali per promuovere i propri sistemi di arma5–, coordinate e flussi diventano strumenti di violenza ma anche di conoscenza critica se interpretati consapevolmente.

Dunque: quale spazio resta all’architettura? E quale ruolo può assumere chi, ogni giorno, si confronta con il compito di dare forma sensibile all’ambiente antropico nella sua accezione più ampia? Hind Al-Shoubaki ha offerto una prospettiva complementare, mostrando come l’architettura possa essere luogo di accoglienza e cura, estendendo quest’ultima dall’individuo al territorio e all’ambiente. Nel numero 5/2025 di Archi, curato con Stefano Zerbi, l’autrice esplora la cura come principio infrastrutturale che orienta il modo in cui progettare spazi, costruire città e strutturare relazioni sociali.

Al-Shoubaki ricorda che in un contesto segnato da disuguaglianze, crisi ambientali, migrazioni forzate e frammentazioni comunitarie, la cura si configura come atto politico e urbano: non si tratta di assumersi responsabilità passive, ma di costruire la dignità come fondamento architettonico ed etico. Immaginare abitazioni “aperte”, quartieri in cui vulnerabilità e solidarietà si intrecciano, strutture in cui rifugiati e nuovi abitanti trovino non solo un rifugio ma un senso di appartenenza, significa risignificare l’abitare come gesto collettivo. L’architettura torna così a essere pratica di comunità, progetto di vita, memoria condivisa.

Pensare lo spazio come agente, cornice vitale e attore della convivenza restituisce dignità alla parola “abitare”: un gesto che guarda al futuro, all’umano, alla responsabilità condivisa. In un mondo attraversato da transiti, fragilità e crisi, l’architettura può diventare terreno di speranza, spazio di cura, ambito in cui la vulnerabilità non viene nascosta o ignorata, ma riconosciuta, abitata e trasformata.
Se l’architettura è politica, la politica attraversa ogni gesto: dalle scelte progettuali alla vita quotidiana, dalle infrastrutture alle relazioni sociali. Il lavoro di LIMINAL e le riflessioni di Hind Al-Shoubaki ricordano quanto profondamente concreta sia l’architettura e quanto possa influenzare la vita umana. Lo spazio, nelle mani di chi lo osserva, lo analizza e lo progetta, diventa allora più di un contenitore: strumento di giustizia, testimonianza, memoria e cura.

Note

 

1. La follia della guerra. Mostra commemorativa dedicata al primo centenario dei Trattati di Locarno, 1925

 

2. www.forensic-architecture.org

 

3. L. Rondi, Oltre 27mila naufraghi respinti in Libia e Tunisia grazie a Frontex. La nuova ricerca di Liminal, Altreconomia, 28 ottobre 2024. Disponibile a questo link

 

4. The Death of Jumaa al-Hasan, indagine di LIMINAL, INDEX e Collectif Hors-Cadre, in collaborazione con Utopia56; con finanziamento dello European Research Council; 2025.

 

5. https://lespresso.it/c/mondo/2025/7/14/azienda-israeliana-drone-gaza-video-rafael/55567

 

Sito ufficiale: liminal-lab.org
Instagram: @liminal_laboratory

Instagram: @osa.mendrisio

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