Il Ca­ba­non di Um­ber­to Ri­va

Reinventato alla Triennale il rifugio di Corbu

Idea rischiosa quella di chiamare un architetto a ripensare il Cabanon di Le Corbusier, quel piccolo rifugio fatto di legno e modulor che il Maestro costruì a Roquebrune-Cap-Martin, in Costa Azzurra, nel 1952. Ancor più se si pensa di allestire questa «copia» all’interno di un museo, eliminando del tutto la dimensione paesaggistica che dà buona parte del significato all’originale.

Data di pubblicazione
06-06-2016
Revision
06-06-2016

Eppure, la petite chambre de villégiature disegnata da Umberto Riva alla Triennale di Milano – all’interno della mostra Stanze, altre filosofie dell'abitare, curata da Beppe Finessi, fino al 12 settembre – appare un esperimento stimolante, un piccolo divertissement capace di rendere omaggio all’eremo di Corbu ma anche di distaccarsene con garbo. Riva, classe 1928, uno dei maestri più raffinati dell’architettura italiana degli ultimi decenni, ha saputo raccogliere la sfida sfruttando la sua vasta esperienza nel disegno dell’ambiente domestico. Dalla fine degli anni Cinquanta, quando esordì con una serie di case per vacanze a Stintino, in Sardegna (coincidenza: a guardare la cartina del Mediterraneo siamo proprio di fronte a Roquebrune), l’architetto milanese ha infatti esplorato a fondo il tema dell’abitare attraverso uno studio della spazialità e del dettaglio basato su una cultura artigianale del progetto e su di un’inquietudine compositiva evidente nell’ostinata ricerca geometrica che muove i suoi progetti, dalla gestazione al parto fino allo svezzamento in cantiere.

Ma come è fatto il Cabanon di Umberto Riva? Le dimensioni sono quelle dell’originale, circa 16 mq, e la pianta è rettangolare, ma c’è subito una visibile differenza che interessa aspetto formale, organizzazione interna e dunque il modus vivendi di questa piccola chambre, pensata per la riva di un fiume o in mezzo al bosco. Non condividendo la scelta di avere il wc a pochi centimetri dal letto, dietro a una tenda, Riva ha deciso di creare un volume connesso ma indipendente rispetto all’ambiente principale, con funzione di toilette – adeguatamente disimpegnata – e di ingresso. Questa appendice, dalla forma organica e visibilmente inclinata rispetto all’asse principale, segna quindi un distacco (e una critica) rispetto all’originale, ma a pensarci bene rappresenta anche un omaggio all’opera del Maestro: essa ricorda infatti uno di quegli objets à réaction poétique che Le Corbusier amava giustapporre allo spirito cartesiano e alla matematica del Modulor. Se si guardano le piante del convento di La Tourette e il Segretariato di Chandigarh si ritroverà un assemblaggio simile: la forma organica, simile a un’orecchia, che si stacca dal corpo principale per contenere funzioni particolari.

Entrati nella pancia della chambre le differenze si fanno più evidenti e allo stesso tempo sottili, svelando alcune delle cifre caratteristiche dell’opera di Riva, progettista abituato a interrogare le sue piante senza sapere esattamente quale sarà il punto di arrivo, ma con la fiducia che esso potrà essere più interessante dello status quo. In una recente lezione tenuta al Politecnico di Milano, Riva ha usato, un po’ ironicamente, la metafora del flipper: una pallina che sonda lo spazio sfruttando – grazie alla mano del giocatore, ma anche al caso – le sponde disponibili. Nella sua semplicità tale immagine è molto efficace, soprattutto considerando la predilizione di Riva per le triangolazioni, gli spigoli, gli angoli non retti. Accade così che la regolarità di fondo, stabilita dalla pianta rettangolare, viene contraddetta da poche ed efficaci operazioni geometriche di intaglio: una porzione delle pareti lunghe si apre verso l’esterno, quasi fosse una «branchia», producendo una dilatazione dello spazio interno e un inaspettato scambio visivo con l’esterno. La prima, in fondo alla stanza, trasforma l’angolo dedicato al letto in una piccola alcova, mentre la seconda fa da quinta e da piano d’appoggio. Entrambe offrono all’abitante – sdraiato o seduto – una coppia di finestre inclinate che moltiplicano le prospettive. Le pareti diritte, poste agli altri estremi dell’ambiente, ospitano un tavolo e un angolo cucina che Le Corbusier non aveva: lui e la moglie mangiavano sempre nel piccolo ristorante L’Étoile de Mer, collegato tramite una porta. Gli arredi sono fissi, in legno di betulla – che dialoga con il cedro della struttura – e disegnati su misura. Il letto riprende quello del Cabanon (che era in castagno) per la presenza di un poggiatesta e di grandi cassetti per lenzuola e coperte; il tavolo, invece, è parte di una strategia spaziale: fa sistema con la nicchia creata nella parete inclinata e accentua la frammentazione dello spazio. Sui ripiani si trovano le lampade disegnate da Riva all’inizio degli anni Sessanta, la E63 e la Lem. All’esterno domina il ritmo delle scandole di cedro, inclinate e disposte in orizzontale e verticale, che saranno ancora più belle tra qualche anno con il passare del tempo. Speriamo che qualcuno pensi al suo futuro dopo la mostra…

In collaborazione con VSI.ASAI

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