Fili Rossi
Dalla distopia di Brave New World alle sfide del progetto contemporaneo: tra standard e complessità, fili rossi mette in luce la sostenibilità come nuovo paradigma operativo. Un percorso tra teoria e pratica nella letteratura per ripensare architettura, materiali e futuro.
«O meraviglia! Quali creature mirabili! E come è bello l’umano genere! Oh dolce nuovo mondo, pieno di un tal popolo!!»
È alla figura di William Shakespeare a cui Aldous Huxley ricorre per descrivere un passaggio del suo romanzo
fantascientifico Brave New World, scritto nel 1932 e ambientato nel 632 AF (After Ford), corrispondente all’anno 2540 della nostra era, nel quale la società è classificata e controllata da un ordine tecnologico e sociale rigidamente pianificato, in cui gli esseri umani sono inseriti all’interno di caselle funzionali, schedati in caste prestabilite fin dall’embrione, immersi in un sistema di piaceri artificiali che mira a garantire la stabilità sociale come valore supremo. La citazione shakespeariana, pronunciata nel romanzo dal Selvaggio di fronte alla civiltà artificiale, assume un valore ironico: l’entusiasmo per il nuovo mondo si rovescia nella scoperta di un’umanità standardizzata, ridotta a ingranaggio perfettamente calibrato di un sistema totalizzante.
In un consapevole e fortunato contrasto con il cosmo delineato da Huxley, ben lontani da questo scenario in cui lo standard diventa dogma livellante e dispositivo di controllo delle coscienze, il quadro nel quale oggi ci troviamo a operare come progettisti individua invece in esso un valore proattivo, regolativo e orientativo: non strumento di omologazione, ma dispositivo che anziché annullare le differenze le rende comparabili, capace di indirizzare architetti, pianificatori e ingegneri verso una progettazione fondata su criteri confrontabili all’interno della complessità che contraddistingue il presente.
Ed è proprio sulla parola complessità che si innesta il volume Architettura sostenibile e progetto complesso di Marcello Pazzaglini, saggio nel quale, a partire dalla narrazione delle esperienze editoriali del gruppo Metamorph, storico studio romano di architettura e urbanistica fondato nel 1965, vengono sviluppate riflessioni di carattere metodologico in cui la complessità è individuata come strumento teorico e operativo per affrontare le trasformazioni prodotte dall’innovazione tecnologica, dalle reti informatiche, dalla mobilità e dall’introduzione di nuovi materiali: complessità è, per Pazzaglini, non solo un modo di leggere la realtà, ma una strategia per costruirla, attraverso approcci sistemici, non lineari e integrati, capaci di governare l’interazione tra processi e attori. Nelle trasformazioni menzionate emerge con forza il tema della sostenibilità, non identificata come tendenza contingente, bensì come mutamento strutturale del paradigma progettuale, e occasione per una ridefinizione critica del rapporto tra uomo, architettura e natura su più livelli.
Approdando ad una dimensione meno teorica e più recente, si colloca il volume Sustainable Architecture & Design 2025-2026, a cura di Andrea Herold e Tina Kammer, uno strumento aggiornato che intercetta innovazioni e tendenze capaci di ridefinire il settore edilizio su scala globale, offrendo al progettista un orientamento attraverso esempi selezionati per avanzamento tecnologico. Organizzato in sei macro-capitoli tematici, il volume presenta circa sessanta progetti internazionali che vanno dal riuso alle nuove costruzioni, corredati da interviste e saggi critici, configurandosi come osservatorio comparativo sulle pratiche sostenibili emergenti.
Un’ulteriore pubblicazione che condivide l’ambizione di evidenziare le tendenze più significative e promuovere approcci innovativi alla sostenibilità, ad una scala circoscritta ai singoli materiali, è Circular Materials. Innovation and Reuse in Design and Architecture. Attraverso una cinquantina di progetti, il volume, curato da Joe Gibbs, approfondisce pratiche di riuso dei materiali di scarto provenienti dalla produzione industriale, spaziando tra moda, design e architettura. Ogni capitolo si apre con un caso studio che scandisce un’interpretazione contemporanea del riuso e mostra come i designer abbiano utilizzato materiali di recupero nei loro progetti, evidenziando l’urgente necessità di un ripensamento dei cicli produttivi.
Lasciando alla pagina il mondo distopico di Huxley per volgere lo sguardo ad un futuro più circolare, nel nostro presente la certificazione, quale lo standard SNBS, assume un significato quasi utopico: l’ambizione di definire una grammatica comune entro la quale prestazioni e progetti possono essere confrontate e misurate.