Il nuo­vo gi­ar­di­no so­s­pe­so del Lin­got­to

Publikationsdatum
29-09-2021
Cristiana Chiorino
Architetto e dottore di ricerca in Storia dell’Architettura e dell’Urbanistica PoliTo

La prima invenzione della costruzione futurista, secondo Filippo Tommaso Marinetti; un progresso per la pianificazione urbana nella nuova età delle macchine, per Le Corbusier; la perfetta personificazione di una fabbrica fascista, per Mussolini. La fabbrica Fiat Lingotto di Torino costruita secondo i principi dell’organizzazione scientifica del lavoro da un gruppo di ingegneri Fiat guidati da Giacomo Matté Trucco, è stata descritta, interpretata e classificata in infiniti modi ed è, in gran parte involontariamente, una delle icone più celebrate della modernità in architettura.

Il simbolo più straordinario dell’edificio è sempre stato la pista da collaudo sul tetto, che in modo così straordinario riusciva a introdurre la velocità in architettura e fare del Lingotto il monumento della civiltà in movimento.

Ora con l’installazione di 40.000 piante la pista, su progetto di Benedetto Camerana, con la collaborazione specialistica di Cristiana Ruspa dello studio Giardino Segreto, si appresta a vivere una nuova vita e diventare, come promette la comunicazione targata Fiat Stellantis, “uno spazio in cui sfrecciare con le nuove 500 elettriche” (tenuti a balia da piloti autorizzati), “correre, andare in biciletta e monopattino, fare yoga e annusare i profumi delle nuove piante”.

Composta da due tracciati rettilinei e due curve paraboliche, la pista ha una lunghezza complessiva di 1 km per una larghezza di carreggiata di 24 m. Vi si accede da due rampe elicoidali, monumento della costruzione in cemento armato secondo il brevetto Hennebique. Progettata per auto con velocità massima di 90 km/h, la pista era parte integrante della catena di montaggio: la costruzione della vettura cominciava al piano terra e procedeva in sequenza per cinque piani per arrivare a compimento a due passi dal tetto, dove era pronta per essere testata. Nel corso di cinquant’anni quelle curve in cemento hanno ospitato la prova su strada di migliaia di vetture Fiat fino a quando la fabbrica è stata chiusa e la produzione trasferita a Mirafiori.

Nonostante la convenzione del consorzio Lingotto con la Città di Torino, stipulata al momento della riconversione della fabbrica prevedesse l’apertura al pubblico della pista, questa è rimasta un luogo chiuso ai più anche a chi visitava la Pinacoteca Agnelli sul tetto. Mancanza di funzioni che ne giustificassero l’utilizzo da parte del pubblico, un insieme di lacci e lacciuoli imposti da chi doveva assumersi la responsabilità della sicurezza di quello spazio hanno reso la pista e la rampa di accesso Sud e un luogo frequentato solo da qualche sparuto e coraggioso appassionato di architettura moderna.

Riuscirà il nuovo giardino a popolare la pista e riaprire ai torinesi e ai turisti uno dei luoghi più iconici ma misconosciuti della città? Per il momento le modalità di accesso non sono ancora chiare, il che fa presupporre che non si tratti proprio di uno spazio interamente aperto al pubblico, che potrà accedere alla pista probabilmente a molte condizioni. La nuova Pista 500, come è stata rinominata in omaggio alla storica vettura Fiat a cui è dedicato anche il piano terra della Pinacoteca, sembra piuttosto una fantasia babiloniana, che ha molto poco di spazio aperto al pubblico e sembra più essere una trovata pubblicitaria per dipingere di verde il futuro dell’elettrico Fiat Stellantis.

L’introduzione del verde nel colosso di cemento armato del Lingotto non è però una novità. Già il progetto di Renzo Piano del 1983 introduceva quattro giardini con alberi ad alto fusto nelle corti della fabbrica, poi ridotti a uno, il Giardino delle Meraviglie, per scelte commerciali.

La riconversione, un progetto complesso di quasi 20 anni

Il restauro di quella che nel 1982 diventa la più grande reliquia del passato industriale di Torino, è stato infatti il simbolo del faticoso processo di reinvenzione che ha seguito la deindustrializzazione torinese avviata negli anni ottanta.

Nel 1982 un infruttuoso concorso di idee è rivolto a venti studi di architettura, celebri talenti delle due sponde dell’Atlantico fra cui Hans Hollein, Renzo Piano, James Stirling e Richard Meier e nomi meno prevedibili quali Gaetano Pesce, Aldo Loris Rossi, John Johansen e Luigi Pellegrin. I progetti allestiti negli spazi abbandonati della fabbrica prevedono un’ampia gamma di proposte di conservazione e riconversione: un museo dell’industria drive-in, versioni assortite di parchi scientifici e tecnologici, nuovi Beaubourg e piazze pubbliche, buona parte delle quali permeabili al traffico automobilistico o collegati alla città mediante sistemi di trasporto automatico e metropolitana leggera. Il Lingotto non è quasi mai mantenuto in tutte le sue parti, più spesso demolito o addirittura ridotto in rovina, comunque radicalmente trasformato. Il collegamento dell’edificio al tessuto urbano circostante, assillo ricorrente degli architetti, viene assolto da una serie di soluzioni che vanno da ponti sospesi a tunnel, vialetti coperti, passerelle pedonali, superstrade sopraelevate e giardini pubblici. Tutte proposte che rimarranno sulla carta.

Nel 1983 è commissionato a Renzo Piano il progetto del nuovo Lingotto, un complesso polifunzionale di 246.000 mq che mantiene la maglia di cemento armato di 6x6 m e le facciate dell’edificio originale, portato a termine in diverse fasi tra il 1993 e il 2002. L’Officina di smistamento a sud è trasformata in un Centro Fiere. L’edificio principale, suddiviso in due palazzine da cinque piani con corti interne, ospita il centro congressi e l’auditorium sotterraneo, un albergo con il Giardino delle Meraviglie, un cinema multisala e una galleria commerciale.

I segni più visibili del progetto di Piano sono nascosti sul tetto, dove sovrastano l’iconica pista: la Bolla, una sala riunioni di vetro sospesa e lo Scrigno, una struttura in metallo che ospita la Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli. Ma la pista che nelle sezioni di RPBW è pensata per essere una piazza animata e vissuta è rimasta paradossalmente la parte più incompiuta del progetto di riconversione.

Il nuovo giardino sospeso

Distribuito su 28 aiuole, il nuovo giardino si sviluppa come parco lineare contemporaneo lungo 700 metri degli 1,2 chilometri della pista. Coprendo poco più di 7.000 metri quadrati dei 27.000 disponibili, promette di mitigare l’isola di calore creata dall’asfalto della pista. Ospita più di 40.000 piante appartenenti a 300 specie e varietà autoctone, delle zone piemontesi e limitrofe, distribuite anche secondo le variazioni di colore stagionali. Sono state adottate nuove tecniche per ridurre il consumo di acqua e l'uso di fertilizzanti. Le varietà di piante selezionate sono abituate ad essere poco annaffiate, per diventare sempre più resistenti a malattie e parassiti. Diverse specie di farfalle e coleotteri hanno già preso dimora nei giardini del Lingotto.

Il visitatore può quindi passeggiare tra i cinque spazi classificati per specie botaniche, “noccioleto”, “piante didattico-tintorie”, “piante edibili”, “erbacee arbustive” e “meditazione”, correre, andare in bicicletta o fare yoga e godersi lo skyline cittadino e alpino grazie alle infografiche sul paesaggio e sui monumenti della città, e ammirare anche le grandi sculture di alcuni grandi maestri del Novecento, anticipazione della mostra temporanea "Fondazione Maeght. Un atelier a cielo aperto" che si terrà alla Pinacoteca Agnelli a partire dal 15 ottobre.

Quello che però il visitatore non troverà è la memoria dell’ex fabbrica simbolo del taylorismo. Certamente il Lingotto deve trovare e in parte ha trovato con il progetto di Renzo Piano una nuova vita ma forse un omaggio alla storia poteva essere pensato. Senza andare troppo lontano le rampe elicoidali che portano alla pista non hanno nulla da invidiare a quelle del celebrato Museo Mercedes Benz a Stoccarda degli olandese UN Studio, perché non immaginare di dedicarle in qualche modo al ricordo della fabbrica e delle macchine che vi sono state prodotte?

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