Una direzione «corale»

Tre domande a Marc Collomb, nuovo direttore dell'AAM

Alberto Caruso Architetto, Direttore Archi

Alberto Caruso: Può descrivere in sintesi secondo quale linea si muoverà la sua direzione?
Marc Collomb: La nuova direzione prosegue la linea praticata dall’Accademia negli ultimi anni, tentando di consolidare la base organizzativa e culturale del nostro ateneo. Siamo diventati una grande scuola con un importante numero di studenti. Abbiamo raggiunto una massa critica che ci permette di invitare a insegnare un numero interessante di architetti stranieri. La nuova direzione sarà organizzata in modo corale, perché siamo tutti non direttori ma architetti e a turno dobbiamo assumere questa funzione. Abbiamo consolidato le relazioni con il coordinatore di direzione e con gli altri colleghi professori, in modo da permettere a ogni architetto di assumere il ruolo di decano.

AC: Il suo atelier si è sempre occupato di housing. La questione dell’abitazione collettiva sta diventando in Ticino una questione centrale, perché il modello abitativo della casa unifamiliare a bassa densità è diventato egemone, e la diffusione insediativa sta compromettendo i territori di fondovalle. Il problema è culturale e in questo senso il ruolo della scuola è molto importante. In che modo questa questione entra nella politica culturale dell’Accademia?
MC: È vero, mi sono occupato e mi occupo ancora di tenere un atelier sull’housing al secondo anno. L’Accademia ha imposto che tutti gli atelier del secondo anno devono trattare l’housing, dunque siamo quattro professori che al secondo anno abbiamo l’obbligo di trattare questo tema, nel rispetto di ogni diversità culturale. Questa varietà di atteggiamenti non è male, perché si impara a valutare diversi modi di vivere, anche se oggi non è più una questione di culture nazionali, ma piuttosto è la concezione generale della cellula domestica che cambia. Credo che siamo l’unico ateneo in Svizzera a imporre questo tema agli atelier di un intero anno, dunque mettiamo il massimo impegno per offrire questo insegnamento a tutti i nostri studenti. Poi, come dice lei, c’è bisogno di un movimento solidale tra cultura, politica, mondo economico, per modificare i modelli abitativi, e noi vogliamo essere tra gli attori principali.

AC: Sulla base di quale criterio è stato composto il programma delle conferenze pubbliche e delle mostre per il prossimo anno?
MC: Da un lato vogliamo far conoscere i nostri docenti invitati che vengono dall’estero. È una cosa eccezionale per un paese così piccolo, avere questa diversità. Venendo da Losanna posso dire che l’offerta e la qualità dei relatori che propone l’Accademia non esiste in un altro Politecnico, almeno per l’architettura. L’altro criterio è lo sguardo sull’architetto e sulla scenografia, che è anche un modo per capire lo spazio e in poco tempo essere capaci di concepire uno spazio. Abbiamo voluto mirare su questo aspetto particolare le conferenze che sono fuori dal mondo stretto degli architetti. Tra le mostre programmate, con la prima esposizione sulle strutture in legno, Timber Project, vogliamo far riscoprire attraverso il legno questo scambio, questo legame fondamentale che c’è fra architettura e struttura.

 

Barcelona Connection dal 15 ottobre 

«Social Housing in Urban Context»Il 15 ottobre alle 19.00 si inaugura presso la galleria dell’Accademia la mostra promossa da AAAB di Barcelona, nel quadro del programma di scambio Barcelona Connection, iniziato lo scorso maggio con la mostra sugli architetti ticinesi nella capitale catalana, con Archi tra gli sponsor istituzionali.
Dopo i Giochi Olimpici del 1992 e il Forum delle Culture 2004, la nascita di un linguaggio proprio ha prodotto molti esempi di spazi pubblici dotati di forte relazione con la città, dalla prima piazza «dura», la Plaça Sants, fino al parco Diagonal Mar, ed oggi con il recupero delle corti interne dell’«Eixample» di Ildefons Cerdá.
La qualità degli edifici di abitazione è l’altro elemento principale del «Modello Barcellona». L’esperienza dei grandi architetti degli anni ’60 e ‘70 e poi, durante gli anni della democrazia, di Pascual, Viaplana-Piñon, Clotet, Ferrater, Bonell-Rius e MBM, viene portata avanti da una giovane generazione che cerca di rispondere alle nuove richieste sociali, proponendo nuove tipologie e nuovi modi di integrazione dello spazio pubblico.

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