Un com­men­to sul con­cor­so per il Pa­laz­zo del Ci­ne­ma a Lo­car­no

In qualità di membro della Giuria del concorso internazionale per il nuovo Palazzo del Cinema a Locarno, concorso di progettazione pubblicato nel 2012 conformemente al Concordato intercantonale sugli appalti pubblici (CIAP) – con gli altri colleghi di Giuria ho discusso e giudicato gli 83 progetti provenienti da tutta Europa. 

In questo breve testo me ne guardo bene di raccontare e descrivere quanto discusso all’interno della Giuria, né tantomeno la posizione dei suoi singoli membri. Questione di correttezza e soprattutto di etica professionale.

Tuttavia alcune considerazioni di carattere generale mi paiono possibili, e cercherò di esprimerle in questo mio breve testo. 

Data di pubblicazione
30-07-2018
Revision
03-10-2018

Il concorso di architettura e i due temi di progetto

Bandito come detto nel luglio 2012, il Concorso internazionale di progettazione per il nuovo Palazzo del Cinema era aperto a tutti gli architetti europei abilitati, e aveva come tema il progetto dell’edificio del Festival del Cinema di Locarno. Con l’ambizione di realizzare una struttura architettonica capace di qualificare il Festival con una sede consona al suo ruolo internazionale, non più temporanea ma stabile per tutto l’anno.

Quale luogo per il nuovo edificio, la Città di Locarno ha messo a disposizione l’area delle ex-scuole comunali, ubicata in un punto strategico della città, lungo il percorso tra la Rotonda e Piazza Grande. Il programma di concorso prevedeva tre sale cinematografiche, uffici amministrativi e altri spazi. 

Inoltre, il bando di concorso lasciava totale libertà di scelta ai progettisti in merito all’edificio esistente: mantenerlo e conservarlo, oppure ristrutturarlo e ampliarlo, oppure ancora demolirlo per creare una nuova architettura.

Le ex-scuole comunali erano collocate in un edificio storico che si potrebbe definire ibrido. Nel senso di essere costituito di una parte originaria risalente al 1894 (progetto dell’arch. Ferdinando Bernasconi sr.) e un’altra parte realizzata con un successivo ingrandimento nel 1931 (architetti Silverio Rianda e Gianpiero Respini). Il valore storico-architettonico dell’edificio è un fattore importante nell’ambito del concorso, perché trovandosi in un luogo urbanistico strategico, posto ai piedi del Castello, e primo volume di architettura antica per chi proviene dalla rotonda d’accesso alla città, costituisce la premessa per poi accedere al cuore antico della città, Piazza Grande.

Come detto, il bando di concorso lasciava totale libertà di scelta ai progettisti concorrenti: conservare l’edificio esistente, ampliarlo, o abbatterlo per costruirne uno nuovo. Quindi l’analisi del suo valore storico – lasciata ai concorrenti – costituiva un fattore determinante per deciderne il progetto. Per esprimere una valutazione, penso occorra poggiarla su quattro criteri: primo, quello storico, secondo quello architettonico, terzo quello di memoria o testimonianza, quarto quello urbanistico. Su due di questi criteri già ho detto: il valore storico e quello architettonico delle ex-scuole sono scarsi, l’edificio è uno spurio sorto in momenti differenti e il cui insieme non è per niente straordinario. Il valore di memoria è ovviamente presente, tutti i giovani locarnesi di ieri l’hanno frequentato da scolaretti. E infine, sul valore urbanistico è innegabile che il suo volume – bello o mediocre che sia – crei o potrebbe creare una specie di «porta» d’ingresso a Piazza Grande.

D’altro lato però ai partecipanti al concorso è lasciata anche la libertà di demolirlo per creare una nuova architettura. Che significa poi riflettere su cosa è o potrebbe essere il nuovo Palazzo del Cinema del Festival locarnese, e quali positive opportunità emergerebbero in caso di una nuova costruzione. E queste opportunità sono mica poche: perché significa disegnare – a saperlo fare bene – un edificio di alto valore aggiunto, con un ruolo d’immagine, di rappresentatività e di veicolo promozionale per un Festival di valore internazionale aperto sull’arte, sulla ricerca, sulla modernità, sul mondo. Non solo, ma potendo dare a questa nuova architettura forme libere da vincoli, sarebbe anche l’occasione per un (bravo) progettista di disegnare un’architettura capace di creare un «luogo» nuovo. In grado di porre in relazione e saldare tra loro i quattro elementi architettonici, storici e urbanistici che in quel punto convergono: l’uscita dallo stretto passaggio dalla Rotonda, il Castello con le sue mura e i suoi spazi d’accesso – che verrebbero quindi finalmente valorizzati – il nuovo edificio con lo spazio-piazza che determina, e ovviamente il passaggio verso la parte antica della città, Piazza Grande e il suo valore storico e urbano.

È proprio in questi due – per un certo verso opposti – fattori del conservare l’esistente oppure di crearne uno completamente nuovo, che si celava uno dei maggiori interessi progettuali del concorso, lasciando liberi gli 83 (ottantatré!) progettisti provenienti da tutta Europa di trarre le loro considerazioni e di elaborare le conseguenti proposte progettuali. Un’occasione non solo irripetibile, ma avvincente nei risultati che avrebbero potuto fiorire. 

E aggiungo, mi sembra importante ricordarlo, che al concorso era anche affiancato un vincolo temporale importante, poiché la Fondazione Stella Chiara avrebbe versato un contributo finanziario alla Città pari a 10 milioni di franchi (su un costo totale di poco più di 30 milioni) per la realizzazione del Palazzo del Cinema: però alla condizione che l’edificio, o comunque l’inizio del cantiere, avvenga entro termini vincolanti. Altrimenti il contributo verrebbe a cadere.

L’intervento della STAN

A concorso oramai avviato – lo ricordo: internazionale, aperto a tutta Europa – con tale interessante libertà di scelta e possibili avvincenti diversità di esiti, ecco che la STAN, Società ticinese per l’arte e la natura, dichiara pubblicamente – con un comunicato del 12 luglio 2012 – rivolto quindi alla popolazione, ai politici locali e a quelli cantonali, nonché ai responsabili del Festival, che le ex-scuole comunali esistenti costituiscono un edificio storico di valore, e implicitamente fa capire che si opporrà contro la sua demolizione. Ibrido (come l’ho definito) o no, non ha importanza: l’edificio va mantenuto, conservato.

Ovvio, una simile presa di posizione da parte di una società da tutti riconosciuta per la serietà e l’impegno nel proteggere l’architettura antica, costituisce una pressione e ha un influsso importante sull’opinione pubblica. E influisce e condiziona ovviamente le decisioni future delle autorità comunali e cantonali, che vedrebbero la realizzazione dell’eventuale progetto vincitore bloccata per anni, e di conseguenza perdere i 10 milioni della Fondazione Santa Chiara. Non dico poi dei responsabili del Festival, che vedrebbero il loro Palazzo del Cinema sfumare nella nebbia degli anni a venire. Insomma una simile pressione ha il sapore del ricatto. E poi ha posto la Giuria e i suoi membri nell’assurda situazione che le sue scelte non si sarebbero limitate, come di consueto, a scegliere il progetto migliore, ma avrebbero determinato i destini della realizzazione del nuovo Palazzo del Cinema.

Ma cosa è la STAN? Forse almeno un paio di righe sono opportune, mi sembra. Per dire che prima di chiamarsi STAN, il suo nome era «Heimatschutz»: che tradotto dal tedesco significa «protezione della Patria». Un nome che la dice lunga. Fondata nel 1905, è del resto proprio l’Heimatschutz in prima linea nel «difendere la Patria» da quella nuova architettura che nel primo Dopoguerra proponeva nuove forme architettoniche, inediti materiali, concetti allora sconosciuti. L’Heimatschutz ebbe allora un ruolo conservativo e difensivo contro quella nuova architettura che dopo gli anni Venti costituì il vento del Moderno.1 È vero che in seguito ha cambiato posizione, che ultimamente ha inventato il «premio Wakker», e oggi specifica che si batte per l’architettura nuova ma di qualità, ma le sue radici affondano in ben altre realtà: la difesa del patrimonio architettonico esistente. Per carità, un ruolo importante e direi fondamentale, perché nel fervore edilizio-speculativo di oggi sono molti gli edifici di valore del passato che sono meritevoli di protezione. Ma un conto è sindacare – e saper sindacare – sul valore storico di un edificio, ben altro conto è invece giudicare i nuovi progetti.

Nel caso del concorso del Palazzo del Cinema la STAN fa qualcosa di peggio che giudicare il progetto di una domanda di costruzione. Ahimè, sembra tornata alle origini. Perché con la sua presa di posizione nel difendere l’edificio antico – con i suoi «balbettamenti» storici – si fa baluardo dell’esistente ed esprime implicitamente l’avversità verso il nuovo. Manifesta la sua completa diffidenza verso l’architettura contemporanea, peggio, dimostra la paura verso un progetto oltretutto sconosciuto – il concorso non è ancora terminato, la Giuria non ha ancora espresso il suo parere – un progetto che adotterà modi e forme dell’oggi.

Demolire il vecchio, creare il nuovo: le opportunità perse

Con simile palla ai piedi la Giuria non aveva certo molta libertà di scelta, è facile intuirlo senza rivelare nulla di ciò che al suo interno si è andato discutendo. A parte la figura barbina fatta a livello europeo – con oltre 80 progettisti che nulla sapevano di simili nostrane «battaglie» e non hanno potuto vincere il concorso perché eliminavano o modificavano l’edificio esistente – più importante è, in conclusione di questo testo, porre l’accento su quello che si è perso. Che non è per niente poco: l’opportunità di saldare il Castello alla città, di creare un nuovo «luogo» urbano, di realizzare un Palazzo del Cinema con un’architettura degna, aperta sul nuovo. Quel nuovo che proprio il cinema – e il Festival – vuole ogni anno andare a scoprire. Un edificio coerente con gli ideali e le ambizioni di una manifestazione cinematografica tra le più importanti al mondo, di cui l’architettura del «suo» PalaCinema avrebbe potuto essere un veicolo di valori. E che a mio parere, a bocce ferme, malgrado alcune innegabili qualità di ciò che è stato realizzato, quello che oggi si può vedere non sembra saper tradurre.

 

Note

  1. Peter Meyer, nell’articolo «Heimatschutz und Moderne Architektur», in Das Werk, no. 1 del 1936: «Noch vor wenig Jahren bestand zwischen den Heimatschutz-Gedanken und der modernen Architektur une Animosität, die auf dem unüberbrückbaren Gegensatz zwischen revolutionär und reaktionär zu beruhen schien».

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