Ti­ta Car­lo­ni. Via Luc­chi­ni nu­me­ro set­te

Archivi Architetti Ticinesi

Data di pubblicazione
03-10-2022

Rosanna Carloni mi accoglie nel suo bell'appartamento di casa Giuliana a Cassarate, dove l'arredamento epurato, quasi zen, ben si sposa con i raffinati dettagli di Peppo Brivio. Ci frequentiamo da molti anni ma questa volta ci sono andata per farmi raccontare degli anni nei quali lavorava nello studio di suo fratello Tita, a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta. Via Lucchini 7 fu il primo ufficio di Tita Carloni: «Nei primissimi tempi dopo la laurea a Zurigo Tita lavorava a casa dei nostri genitori. Aveva trasformato in studio la camera da letto. La casa era in via Rodari e al piano di sopra mio padre aveva affittato dei locali all'impresa Garzoni: parlo del vecchio Garzoni, che diede a Tita il suo primo lavoro importante, cioè l'Arizona ». Via Lucchini 7 fu l'ufficio della stagione più feconda dell'opera di Carloni: non solo l'Arizona, ma anche casa Balmelli a Rovio, palazzo Bianchi in via Nassa, le case di via Beltramina, la sede dell'OTAF o la casa Dobranski per non citare che alcuni lavori di quegli anni particolarmente intensi.

«A quei tempi – racconta – lo studio era nello stesso palazzo dove c'erano anche la tipografia e la redazione del "Corriere del Ticino". Avevamo tre locali: due cubicoli e un ambiente grande con il pavimento di legno scricchiolante e una vecchia stufa nel bel mezzo del locale. In uno dei due cubicoli lavoravano Tita e Camenisch, nell'altro c'era la segretaria e Mirko Bizzozzero, uno dei due collaboratori tecnici che si occupava di capitolati e preventivi. Nella grande sala c'erano 3 tavoli da lavoro: in uno c'era Enzo Cavadini, un bravissimo collaboratore che aiutava soprattutto Camenisch per i cantieri. Poi c'ero io e il terzo tavolo veniva occupato dagli apprendisti oppure da giovani architetti in formazione come Flora Ruchat. Infine c'era Imre Reinhardt, profugo ungherese del 1956 che costruiva i modellini. In totale eravamo dalle sei alle otto persone. Camenisch si occupava essenzialmente dei cantieri. Io lavoravo soprattutto a preparare piani di pubblicazione e piani per le domande di costruzione e per i clienti. I grandi piani di dettaglio, disegnati a matita 3B su una carta leggera leggermente pergamenata e spesso in scala 1:1 erano soprattutto affare di Cavadini e degli apprendisti. Ma nulla veniva disegnato senza l'approvazione di Tita. Il controllo era continuo. Se c'era un dubbio e lui non era presente preferiva che andassimo a bere un caffè piuttosto che continuare su qualche cosa non approvato. Tita era molto esigente: non poteva essere disegnata una sola vite senza che fosse stato controllato sui cataloghi che fosse veramente sul mercato».

Effettivamente fra le carte di Tita abbiamo trovato una grandissima quantità di disegni di dettaglio, spesso bellissimi e preceduti da innumerevoli schizzi. Servivano per le discussioni con gli artigiani – allora tutto veniva costruito su misura, niente profili prefabbricati – ma questa abbondanza sottolinea anche la grande attenzione di Tita Carloni per i materiali e per quello che possono apportare alla definizione dell'oggetto architettonico.

Faccio qualche altra domanda per capire meglio quale era l'atmosfera dello studio. «Nonostante Tita fosse molto esigente riguardo alla qualità del lavoro – prosegue Rosanna – l'atmosfera generale era abbastanza rilassata: non venivamo mai rimproverati se scendevamo a prenderci una bibita al bar dell'angolo e uno dei compiti degli apprendisti era, oltre ad accendere la stufa al mattino, quello di procurare uno spuntino di metà mattina con caffè e brioches. Quando eravamo fermi con il nostro lavoro per una ragione o un'altra Tita ci spronava comunque sempre a «studiare i dettagli»! Inoltre l'ufficio era frequentato da persone interessanti, come i giovani architetti che completavano la loro formazione: ho ricordato Flora Ruchat, ma anche Giancarlo Durisch la cui famiglia era molto legata alla nostra fin da quando eravamo bambini, poi c'erano Peppo Brivio e Ponti, che passavano volentieri per una chiacchierata. Talvolta capitava pure che Ponti rimanesse a dormire! Lo studio era anche molto frequentato dall'amico Dobranski, e dall'ingegnere Dante Gerosa, amico, collaboratore e committente di molti lavori. In quegli anni arrivò anche Mario Botta, che venne da noi come apprendista: ancora lo ricordo, piccolo e magro, con i calzoni alla zuava nel freddo del mattino mentre accendeva la stufa!».

Via Lucchini 7 chiuse i battenti nel 1973. L'ufficio di Carloni si spostò in via Ciani, con il suo primo «collettivo» di lavoro. Ma questa è un'altra storia.