Pren­der­si cu­ra del ter­ri­to­rio: sguar­di e pra­ti­che per il Ti­ci­no

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La cura del paesaggio e del territorio è una responsabilità collettiva. La sesta Biennale del Territorio, all’IRB di Bellinzona, ha riunito progettisti, studiosi e istituzioni per riflettere sulle fragilità e le potenzialità del Ticino, tra pratiche di tutela, trasformazione e nuove strategie di rigenerazione territoriale.

Data di pubblicazione
05-11-2026

La cura plasma lo sguardo verso il paesaggio e sul territorio: uno sguardo condiviso e declinato nelle sue più disparate pratiche, approfondite nei panel discussi nel pomeriggio della prima giornata della sesta Biennale svizzera del Territorio, negli spazi dell’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB). Al centro del pomeriggio è stato quindi il territorio ticinese, nelle sue fragilità e potenzialità, un palinsesto dato ma sul quale siamo chiamati, come cittadini e progettisti, ad intervenire e operare attivamente. 

Dopo i saluti istituzionali di Mattia Lepori, del Dicastero territorio e mobilità della Città di Bellinzona, e di Davide Robbiani, direttore dell’IRB, il programma si è aperto con un dialogo intitolato proprio Territory and Agency, rivendicando l’importanza di un'azione collettiva sullo spazio, illustrata dalle esperienze di Martin Huberman e Oliver Büsh, in un dialogo condotto da Rina Rolli. Per Büsh, con 8000.agency, il concetto di agency si traduce nella capacità di intervenire con modalità alternative su aree fortemente urbanizzate, senza ricorrere alla logica della tabula rasa, mentre per Huberman agency è un concetto esplicitato nella mappatura, che mette in discussione e chiarifica lo spazio, come nell’esempio dell’analisi sul rapporto tra Buenos Aires e il Río de la Plata, in cui l’architetto indaga le relazioni tra crescita urbana, geografia e narrazioni culturali. 
 

Nella prima tavola rotonda, moderata da Ariane Widmer, La cura del Paesaggio il dialogo si è aperto a una maggiore interdisciplinarietà e confronto, accogliendo gli interventi di Raimund Rodewald, Martina Voser e Roberto Mossi.

Già direttore della Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio, Rodewald ha presentato le riflessioni sviluppate nel suo recente volume, a partire dalla domanda: che cosa significa preservare un paesaggio? Il concetto di cura si intreccia a quello di preservazione, nozione complessa dal punto di vista etimologico, il cui significato si muove tra tutela giuridica, conservazione e rispetto. La Valle Bavona, su cui Rhodenwald si è dimostrato una figura centrale nella salvaguardia e nella valorizzazione, offre un caso concreto di ricucitura del paesaggio come processo che intreccia memoria e responsabilità.

Una relazione altrettanto attenta tra progetto e territorio emerge nell’intervento di Martina Voser, dedicato al borgo di Bondo, dove la trasformazione della diga viene affrontata come occasione per restituire qualità, attraverso terrazzamenti e percorsi pedonali che ne ridefiniscono il rapporto con la comunità e il paesaggio. La cura si configura come pratica di manutenzione che richiede uno sguardo capace di riconoscere gli strati del paesaggio, dalla geologia alle storie che lo attraversano. L’architetta introduce il termine greco meraki, un impegno che lascia una traccia riconoscibile anche per chi abiterà quei luoghi in futuro. 

La questione della cura si lega infine alla storia della tutela paesaggistica. In Svizzera, il cambiamento normativo del 2011 supera la concezione di cura concentrata su paesaggi selezionati per una generale attenzione al territorio. L’intervento del geografo Roberto Mossi ha riportato lo sguardo sul fondovalle, invitando a superare l’immagine di una Svizzera stereotipata per concentrarsi sugli spazi in cui si svolge la vita quotidiana della maggior parte della popolazione, dove la cura incontra le questioni concrete dell’abitare e del lavoro.

L’ultima tavola rotonda, La cura del Territorio, moderata da Ludovica Molo ha ripreso queste sollecitazioni, concentrandosi sugli strumenti necessari da adoperare o creare per intervenire sulle specificità del territorio ticinese con efficacia, con i contributi Alexander Grass, Mosè Cometta, Nicola Navone e Paola Viganò.

L’accento di Grass si è fermato sull'eccezionale sviluppo demografico della regione ticinese e sulle sue trasformazioni territoriali. Lo dimostra il caso di Lugano, dove circa la metà degli edifici esistenti dal 1919 è stata demolita e ricostruita senza una propria visione pianificatoria. Attraverso documenti d’archivio, Grass ha ripercorso i momenti cruciali del dibattito pubblico, tra progetti infrastrutturali e tutela del paesaggio. Il tema delle infrastrutture e del loro impatto sulle trasformazioni territoriali è tornato con Nicola Navone, che, partendo dal progetto per il tunnel del Gottardo, ha portato il pubblico in un viaggio storiografico sulla poesia architettonica che queste tipologie possedevano, al contrario di oggi, un momento in cui il paesaggio veniva inteso, riprendendo André Corboz, come un palinsesto. Allargando la scala di osservazione al territorio cantonale, emerge la visione di Philip Urech, che opera sul paesaggio con il rilievo a volo d’uccello, collettore digitale di data che permette di tracciare e scannerizzare alcuni luoghi di interesse, sul costruito e sul paesaggio naturale, un invito condiviso da Mose Cometta, che ha sottolineato la necessità di affrontare le sfide attuali attraverso una maggiore consapevolezza e responsabilità collettiva. In conclusione si aggiunge la lettura di Paola Viganò, che ha illustrato come la liminalità geografica e infrastrutturale del Ticino sia una condizione su cui sviluppare nuove strategie di rigenerazione territoriale: leggere i paesaggi lenti dell’Insubria, rende più semplice inglobare nello sguardo valli, laghi, montagne, e percorsi antichi, mettendo in comunicazione non solo nord e sud, ma anche est e ovest, attraversando questa regione cuscinetto tra Milano e l’Oltralpe, «di cui non si capisce se è periferia del nord o del sud». Progetti come il PDComLugano mostrano la necessità di una nuova narrazione spaziale, un lavoro sul trasporto pubblico lavorando a una rigenerazione che pensa all’abitabilità di tutto il territorio. La lentezza, nelle sue declinazioni, può essere integrata in un’ottica progettuale: riferendosi al manifesto dello slow food, che invocava cibo buono, pulito e giusto, Viganò parla di cooperazione per un progetto di cura, dove il territorio si trasforma per giustizia spaziale, resilienza e utilità comune. 

La Biennale del Territorio ci insegna l’importanza di momenti di confronto collettivo per la messa in discussione e la promozione di intenzioni comuni, tra progettisti e istituzioni, urbanisti e altre professioni, prendendosi cura, ognuno con le proprie possibilità e capacità di un territorio che rischia altrimenti a scivolare dalle mani confluendo nelle future generazioni in una forma complessa e difficile.

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