Fu­tu­re of con­struc­tion 1 / 4 : co­strui­re fu­tu­ri dal la­bo­ra­to­rio al can­tie­re

Dalla fabbricazione digitale alla robotica, dall’intelligenza artificiale ai nuovi materiali: Future of Construction 2026 ha riunito ricerca e industria per interrogare il futuro del costruire. Un confronto su tecnologie, processi e responsabilità, tra laboratorio e cantiere.

Data di pubblicazione
22-09-2026

Nata nel 2022 dall’iniziativa di un piccolo gruppo di dottorandi e cresciuta in pochi anni da una platea di una quarantina di persone agli oltre 280 della prima edizione, «Future of Construction» è tornata a Zurigo per la sua edizione 2026, in un appuntamento che ha celebrato la conclusione della prima fase dell’NCCR Digital Fabrication e di Design++, guardando al contempo a ciò che verrà.

Attraverso il confronto tra esperti internazionali, provenienti dal mondo della ricerca e dell’industria, l’evento si è articolato cercando di rispondere a quattro domande fondamentali: perché la convergenza tecnologica è importante? 
 Perché collaborare con le macchine? 
 Cosa, dove e come dovremmo costruire? 
 Perché cambiare il nostro modo di lavorare? 
 
Il titolo dell’edizione, Future of construction / construction of futures richiama infatti alla necessità di uno sguardo concreto e attento alla sinergia tra intelligenza umana e artificiale, alla compenetrazione della progettazione computazionale nella costruzione, intesa come strumento e risorsa per far fronte al contesto attuale, di pressione climatica e risorse limitate.

Ad aprire il primo gruppo di interventi, all’indomani della giornata inaugurale dedicata ai workshop, è stato il prof. Mark Burry. Impegnato dal 1979 nello studio della Sagrada Família, Burry è stato una delle poche persone ad aver lavorato nell’opera di Gaudí attraversando il passaggio dall’era analogica a quella digitale. Di fronte all’inadeguatezza degli strumenti allora a disposizione degli architetti nel descrivere le complesse superfici doppiamente rigate del maestro catalano, Burry adottò con una visione pionieristica software sviluppati per l’industria aeronautica e navale. Nel suo intervento, strutturato attorno a sei «ruote dentate» che si ingranano l’una nell’altra, come gli incontri e gli eventi che hanno scandito il suo percorso professionale, Burry ha così ricostruito le tappe di una ricerca condotta al confine tra architettura e tecnologia, arrivando a delineare l’ingresso in un’epoca «post-post-digitale», nella quale la tecnologia non costituisce più un elemento esterno alla pratica progettuale, ma un dato ormai intrinseco al suo stesso esercizio.

Nella prima sessione, moderata da Katrin Dorfler e intitolata Development journeys, ci si è interrogati sulle modalità in cui il percorso formativo confluisca direttamente nel mondo professionale, e, nello specifico, sulle esperienze di contaminazione tra metodi di fabbricazione avanzati e di nuove costruzioni. Ad aprire la panoramica di interventi è stata Yoana Taseva di HKS | LINE, realtà impegnata nello sviluppo di architetture realizzate mediante stampa 3D su larga scala. La sua postura, all’intersezione tra progettazione, fabbricazione robotizzata e nuove tecniche costruttive, costituisce l’ultimo passo di un percorso iniziato alla Cornell University e proseguito all’ETH di Zurigo, nel quale ha avuto modo di prendere parte a ricerche pionieristiche nel campo della fabbricazione digitale durante il programma di master DFAB.
Seguendo il filone di esperienze professionali dedicate alla gestione robotica del workflow nelle aziende ha preso parola Lui Orozco, alla guida della digitalizzazione di Egoyan, una delle maggiori imprese di costruzione in legno della regione spagnola, capace di portare a termine oltre duecentocinquanta progetti l’anno, integrata dal tronco al cantiere. Orozco ha evidenziato come il suo percorso formativo abbia costituito una solida base per il suo apporto nel team, nato per promuovere attraverso un elaborato intervento tecnologico l'automazione della progettazione e dei processi in tutta l'azienda, al fine di realizzare edifici in legno sempre più efficienti, adattabili e aperti alle potenzialità della crisi globale: «il futuro è già qui, solo che non è distribuito in modo uniforme».
Dal fronte accademico è poi intervenuta Edyta Augustinovic, professoressa presso il Digital Fabrication Lab della BFH, che ha ripercorso il proprio percorso professionale, approdato all’insegnamento dopo sedici anni trascorsi presso Herzog & de Meuron. La sua esperienza ha testimoniato la porosità tra pratica professionale e attività accademica, che le ha permesso di osservare l’evoluzione delle tecnologie nel settore delle costruzioni. In particolare, ha evidenziato come la progettazione computazionale abbia reso possibile affrontare geometrie di estrema complessità, citando tra gli esempi il progetto del Chelsea Stadium. L’adozione di un approccio parametrico all’architettura ha avvicinato, nel discorso, la professione del progettista a quella del craftsman, cui consegue una maggiore individualità nella costruzione. Una delle sfide maggiori risulta ancora, secondo le sue parole, quella di integrare automatismi computazionali nelle dinamiche industriali, facilitando i workflow interni: a tal proposito emerge DOKwood, piattaforma nata per aiutare altri stakeholder a lavorare in un modo più collaborativo. A chiudere la sessione, l’intervento di Götz Hilber per Rematter, azienda dedicata all’industrializzazione di lastre per pavimenti e solette in terra cruda e legno, ha dimostrato come anche nella sua esperienza l’integrazione tra produzione avanzata e utilizzo innovativo dei materiali possa generare sistemi costruttivi altamente rinnovabili, mantenendo al contempo competitività economica e possibilità di applicazione su larga scala.

La seconda session, From Lab to Site, moderata da Ena Lloret Fritchi, già organizzatrice dell’edizione 2024 del simposio, ha saputo porre il focus sui processi e le modalità che portano nuove tecnologie e tecniche costruttive a venire implementate, finanziate e messe in opera nella dimensione professionale, generando in essa un impatto di rilievo. Il primo intervento, condotto da Selen Ercan Jenny, ha evidenziato l’applicazione professionale di Layered, la startup plug and spray per la stampa adattiva a spruzzo di rivestimento, capace di dialogare con l'operatore tramite realtà aumentata e dispositivi digitali. Sviluppata nel contesto accademico dell’ETH, Layered ha cercato sin dal principio di rispondere ad una carenza di manodopera qualificata in un comparto la cui tecnologia, ha osservato, è rimasta pressoché immutata da un secolo.

Bruno Knychalla, co-fondatore di additive tectonics GmbH, ha invece raccontato in tre atti la maturazione della stampa 3D industriale applicata a materiali quali legno e cemento, a partire dalla messa a punto di leganti bio-based impiegati per risolvere i problemi di fessurazione, sino alle certificazioni che hanno aperto la strada a collaborazioni per committenze di calibro internazionale, come la partecipazione all’edizione 2026 di Alcova per Milano Design Week o ancora le 500 colonne espositive realizzate per gli spazi dell’arsenale della Biennale di Venezia nel 2025.

A chiudere il quadro è stata la prospettiva del capitale di rischio, portata da Guillaume Bazouin, partner EMEA presso Brick & Mortar Ventures, per il quale il settore si trova a un punto di svolta tra carenza di manodopera, vincoli ambientali e disponibilità di nuove tecnologie e talenti. In undici anni, ha precisato, il suo fondo ha investito in circa novanta startup guardando con interesse alle «mini-fabbriche in situ» come direzione promettente.
 Nella prima mattina del simposio, invece delineare nuovi futuri, è stato messo in luce come molte delle trasformazioni discusse siano già in corso, evidenziando la necessità di integrare innovazione tecnologica e responsabilità progettuale.

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Per approfondire i temi dell'edizione 2024 del simposio vi invitiamo a consultare la terza uscita di espazium quaderni, Mo­del­la­re il fu­tu­ro | Sha­ping To­mor­row acquistabile al seguente link

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