Lin­gua, ar­chi­tet­tu­ra e ter­ri­to­rio, og­gi

Un'escursione tra origini e metamorfosi delle parole che «dicono» il territorio e il costruire. A far da guida, il linguista Ottavio Lurati.

Data di pubblicazione
29-07-2020

1.

Una lotta tra archistar avvampa ad esempio nel 2014 per conquistarsi lo Stirling Prize. L’agognato premio di architettura che viene assegnato dal Royal Institute of British Architects vede tra i finalisti Renzo Piano con lo Shard, il grattacielo che è ormai punto di riferimento nello skyline di Londra, e la britannica di origini irachene Zaha Hadid che ha presentato il suo London Aquatics Centre, un centro per gli sport in piscina (realizzato per le Olimpiadi 2012). Piano e Hadid sono ormai comunemente indicati come due giganti dell’architettura moderna. Ben presto il London Aquatics Center è stato recepito come uno dei simboli del villaggio olimpico di Londra: positivo è poi anche il fatto che da anni non giace abbandonato (come avviene in altri Stati) ma viene sfruttato pure oggi, a manifestazioni sportive concluse.

Dal canto suo Piano punta (come spesso; vedi il grandioso museo Klee a Berna) sul gigantismo: nel caso londinese dai 310 metri di altezza agli 87 piani (72 dei quali abitabili). Lo Shard è in gran parte costruito con materiali riciclati.

Quanto citiamo non è che un esempio tratto dalle gare (forse meglio: lotte) tra architetti che segnano la nostra attualità: sembra di tornare a una sorta di «barocco» che mirava alla sorpresa, a épater le bourgeois come avrebbero detto più tardi. La volontà dello stupire è innegabile nell’architettura odierna, mentre veementi sorgono le accuse sull’architettura copia e incolla, tema e commento polemico che dalle nostre schedature corre dall’agosto 2012: l’architettura deve avere un copyright o meno?

Su un piano diverso, mossi da istanze ecologiche, si addensano commenti quali città diffusa (almeno dal 1961, inteso purtroppo quel fenomeno per cui la città si estende senza coordinazione nei territori di periferia e di campagna), città verticale (almeno dal 1990, ma forse con un richiamo alla futuristica Città che sale di Boccioni del 1910, e con estensione poi ai vari giardini verticali e al Bosco verticale di Stefano Boeri del 2009-2014), urbanizzazione (1930), conurbazione (quanto meno dal 1934), pianificazione sostenibile (1987), cintura verde (1956; cfr. tedesco Grüngurtel), aree protette (1985), ripristino ambientale (1989), aree perturbane (1985), periferizzazione massiccia (preoccupato commento che circola quanto meno dal 1975). E si parla di aree dismesse (termine che inizia a circolare a Milano attorno al 1985), di periferizzazione delle localizzazioni (2001), di isola ecologica (almeno dal 2003). Ancora, anche sulla scia del discorso di Serge Latouche, di naufraghi dello sviluppo (1991), pianeta dei naufraghi (1991), di sviluppo sostenibile (almeno dal 1989, a seguito della definizione, in inglese, nel 1987 del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), deterritorializzazione (dal 1989), di coscienza ambientale (2000; ted. Umweltbewusstsein); si paventa la desertificazione di ampie zone come in Africa e sul Rio delle Amazzoni e si rileva, per molte popolazioni a tribù, l’importanza fondamentale dell’acqua, ormai dal 1999, qualificata di oro blu.

Ci si chiede del resto se impostazioni di problemi all’insegna del a misura d’uomo non siano se non di conio, quanto meno in larga misura di veicolazione di pianificatori.1 Per tentare di rispondere seppur sommariamente, si accerta la frequenza di a misura d’uomo in molti testi sessantottini e poi, sempre nel 1968, giudizi del tipo: Cremona è davvero una città a misura d’uomo.

Queste poche note si avviano con un cenno alla modernità perché non ci sembra più sostenibile una toponimia che si impigli solo in cose e nomi del passato, come quello di qualche vecchio cascinale. Importa osservare i nuovi contesti di vita in cui oggi siamo calati a condurre la nostra giornata. Ma, come ovvio, si tengono presenti aspetti antichi, come quando Leonardo parla di trabucchi e di mangani, termini su cui cercheremo di sostare con due nuovi etimi. Annunciava: «Componerò briccole, mangani, trabucchi e altri instrumenti di mirabile efficacia, e fora dell’usato».2

2.

Veniamo dunque a quel trabucco che Leonardo evoca spesso e che desume dalla terminologia di militari e di tecnici dell’assedio.

Per trabucco si avanza un nuovo etimo. Siamo ricondotti ai trabocchetti che tendevano insidie nei castelli così come a quel termine di trébuchet che i francesi usano da secoli. Una sosta merita pure trabucco nel senso di ‘macchina da guerra’. È, inoltre, una voce che, nel significato di ‘palizzata’, ha ad esempio lasciato tracce in toponimi lombardi quali laTrebécca di Chiavenna (da tipizzare in ‘trabacca’) e quel Trabucchello come gli abitati del luogo sono soliti dire. Intendono una frazione di Isola di Fondra, in provincia di Bergamo (2020). Il termine ci viene da periodi remoti, da designazioni del tipo trabucchello che indicava una ‘impalcatura’, ‘una costruzione di travi combaciati a creare un sostegno ben solido’. Avverte il GDLI (XXI, p. 106): «trabocco, ant. trabucco, trabuco, antica macchina da guerra usata fino al sec. XV per lanciare grosse pietre, dardi, proiettili incendiari».

Travi e puntelli, gli artigiani e i futuri «soldati del genio», li rizzavano incastrandoli l’uno nell’altro. Lo montavano con travi approntate in precedenza e che si incastravano con grande precisione l’una nell’altra. Lo erigevano di regola dinnanzi alla fortezza che intendevano assediare. La macchina del trabucco (e varianti fonetiche) si conosce per lo meno dai periodi bizantini: gli occidentali la vedono e sperimentano durante la prima Crociata. Ben presto la imiteranno. Entrerà a far parte anche delle tecniche belliche francesi, inglesi e tedesche, dove a lungo (quanto meno dal sec. XIII) viene indicata come trîboc. Oggi, il nome, lo si scrive Tribock: ciò sulla scia di un tardivo accostamento secondario a Bock ‘montone, ariete’ e anche ‘grande tronco montato su ruote di cui gli assedianti si servivano per sfondare porte di città poste sotto assedio’.

Molti appunto, nei documenti, i riscontri sul ricorso a trabucchi per demolire delle mura assediate o per colpire con «proiettili» (nel senso che vengono proiettati, lanciati lungo una parabola curva) dietro le mura di una certa fortezza. Un trabucco viene ad esempio impiegato per il lancio di pietre calibrate (tutte del peso di 104 kg) verso il 1180 contro il castello di Serravalle di Blenio (futuro Canton Ticino, Svizzera).

Numerosi ulteriori riscontri mostrano una già salda diffusione europea prima del Duecento. Oltre alla data relativa al 1224 recata dall’OED, si veda trubechetum ‘machine de jet utilisée pour abattre des murailles’ citato in FEW XV/2, p. 7 (articolo che resta valido per la documentazione, anche se non più per l’etimo). In testi stesi in latino medievale, un trabuccus viene ad esempio usato a Viterbo nel 1251.

Le variegazioni semantiche che trabucca, trebucca, trabiccolo presentano sono ampie. Ciò già nel Duecento e Trecento: fatto che prova la grande diffusione sia geografica sia applicativa che questa «macchina» gode ben presto. Dagli spogli che abbiamo eseguito, emerge che trabucco e trabucchello hanno già nel sec. XIV, in Italia, un’applicazione fitta e in settori quanto mai vari: di qui appunto l’ampia variegazione semantica di cui si diceva, con significati come ‘tranello’ (tra l’altro in Romagna, Liguria, Puglia), ‘impalcatura di travi usata a sostenere le reti da pesca’ (Veneto e tutta la costa adriatica fino alla Puglia, e pure qualche tratto di quella tirrenica; anche 2020), poi pure ‘barca da pesca provvista di una carrucola, di cui si servono i pescatori che lavorano sulla laguna veneta’.

Altri utilizzi del trabucco si riscontrano per montare una ‘stadera, una bilancia’ così come esso era l’‘arnese che l’uomo si costruiva con travi e che gli serviva a cavare acqua dal pozzo’.

Le particolarità semantiche contano sempre, in ogni caso (non vi è solo la fonetica…). Qui sono davvero ragguardevoli e provano che almeno dal Mille vi fu applicazione estensiva del concetto generale di trabucco nel senso di ‘impalcatura di pali e/o di travi’. La macchina base si diffonde presto tra compagnie militari e settori specifici, tra artigiani, muratori, costruttori, al punto da essere non solo in ambiti militari, bensì in applicazioni estensive che si aprivano in un ventaglio di usi, accezioni e paragoni per nulla limitati ai militari.

Risaltano alcuni fatti:

  • il tipo lessicale trabucco (con u) ‘macchina bellica’ era radicato soprattutto in aree lombarde e piemontesi;
  • in Toscana, Umbria, Lazio, Campania il termine si presentava con o: trabocco, parola che parecchi scrivani e castaldi annotavano talora quale traboccho.

Quanto alla base di origine occorre a nostro parere richiamarsi al latino trabs, trabis ‘trave’. Trabucco fu – è ovvio – parola non del latino classico, bensì una formulazione medievale creata dai parlanti mediante il ricorso al suffisso -ucco, usato ora con connotazioni negative ora con allusioni accrescitive.3

Appare insostenibile l’etimo germanico Buk ‘Bauch, ventre’ pur avanzato dal mio stimatissimo maestro e professore a Basilea Walther von Wartburg. Ciò in FEW XV/2, pp. 5-7. Nessun elemento delle parlate germaniche (gotiche, longobarde o franche) è in grado di suffragare simile proposta etimologica né i dati semantici permettono un inquadramento che da ‘ventre’ sia suscettibile di passare a ‘macchina da guerra, catapulta’. I derivati da trabs ‘trave’ sono parecchi e spesso li si rileva proprio in questo significato.

Da parte nostra insistiamo sulla necessità di parlare non di invenzione della macchina da assedio durante la prima Crociata, bensì di utilizzazione durante la prima Crociata. La concezione della macchina è per lo meno bizantina (cfr. il tipo lessicale greco mangano su cui torneremo). Simile idea di macchina da assedio viene «solo» importata in Europa sulla scia delle esperienze vissute dagli occidentali alle Crociate.

Nel 1387 ad esempio anche gli statuti di Cremona usano il termine trabuchellum nel senso di ‘strumento che contadini e mercanti utilizzano per pesare’. Era il frutto del passaggio semantico (in realtà: funzionale, pratico) a ‘strumento di misura’ che muoveva dal fatto che gli addetti ai lavori costruivano una sorta di puntello, di incastellatura a cui sospendere il carico che dovevano pesare.

E, nel 2009, abbiamo colto al volo, conversando con dei contadini, un uso che mostra il passaggio dall’arnese costruito dall’uomo a un uso legato alla lettura della natura. Dall’uomo alla natura. Ciò quando, sul Carso, la gente ti spiega che il trabuco è una ‘voragine carsica’: ecco una delle non rare applicazioni alla natura di un fatto dell’architettura; nel caso specifico, il contadino del luogo ebbe a muovere da quel significato di ‘caditoia’ che a trabucco era stato fatto assumere in parecchi castelli. Molti i trabocchetti che vi venivano previsti per far cadere i nemici quando, ormai scalate le mura, erano sul punto di occupare il castello. La stessa esperienza della «paura» di cadere, della «vertigine» venne dalla gente applicata alle foibe, ai canaloni del Carso.

E vi fu passaggio a un altro settore di competenze, quello dei costruttori che lavoravano nei cantieri navali. Sono numerosi i documenti che abbiamo trovato in cui trabocco e trabocchetto era volto a dire ‘incastellatura rizzata ricorrendo a parecchie travi e utilizzata nei cantieri navali per conferire l’esatta curvatura allo scafo delle navi’. Un uso di carpentieri e calafati che, per il seguito (con uno dei tanti episodi di generalizzazione che subirono molti termini tecnici), passerà a venire applicato al trabucco quale arnese per misurare i campi: da qui alla misura lineare in area quantomeno lombarda; bella la secolare continuità: le tavole del catasto settecentesco recano la scala di misura in trabucchi e ancora verso il 1920 parecchi anziani e anziane lombarde parlano di trabucco per dire ‘misura terriera’. Ciò in Lombardia e nel Piemonte e certo anche altrove, come, è pensabile, in Corsica e Sardegna, che, come noto, furono a lungo dipendenti politicamente dal Piemonte.

Trabucco, insomma, non sta per nulla isolato. Gli fanno da corona parecchie voci (come travacca, trabacco, trabaccola, stravaccare) che hanno percorso analoghi sviluppi di significato. Anche lì si ebbero vicende semantiche del tipo: ‘impalcatura di travi’ > ‘trabiccolo, pontile di assi che viene montato a scopi bellici o per arginare dei torrenti’ > ‘trappola’ > ‘inganno’ > ‘persona che inganna, giocoliere, persona che fa giochi di inganno, simulatore’ > ‘prestigiatore di piazza’ > ‘persona che diverte, che sa riuscire spassosa’.

L’architettura medievale ora sa costruire una catapulta per un assedio, ora si impegna ad approntare un’incastellatura di legni e travi che costringa nel suo alveo un torrente irruente. In larga misura sono analoghe le estensioni che ingegneri (e amministratori di ducati e province) hanno fatto percorrere alla voce càssero (in sé dall’arabo, che a sua volta aveva assunto il lat. Castrum). Ma prima, importa segnalare il riverberarsi del termine trabucco anche in nomignoli (e poi cognomi) che verranno attribuiti a parecchie famiglie. Si richiama il fatto che, nei decenni scorsi, portava ad esempio il cognome Trabucchi un insigne penalista napoletano e storico del diritto a livello universitario. Aggiungi che il nome di famiglia Trabucchi è documentabile (2020) nella zona di Verona, analogamente al fatto che un nome personale Trabucco è menzionato a Padova in periodi medievali.

Abbiamo tentato una ricostruzione globale dei semantismi. In essa si chiariscono pure quei trabocchi con cui, con chiara allusività, si designavano i falsi mendicanti. Nel 1595, a Roma, un falso mendicante viene interrogato dal bargello e confessa la presenza nella sua congrega anche di mendicanti specializzati quali trabocchi, appunto quelli che per raccogliere l’elemosina simulano di non potersi reggere. Vacillano e devono appoggiarsi a un bastone. Desumevano l’immagine da trabucco ‘sostegno, puntello, bastone’ così come dall’instabilità che presentavano numerosi trabucchi, che in genere ondeggiavano e non solo al momento del lancio del proiettile (una sorta di rinculo ante litteram...).

3.

Si vorrebbe anche dire di ballatoio che, a nostro parere, da tempo attende una rilettura. Non sappiamo se l’azzeccheremo. Ma almeno tentare, bisogna tentare. Giacché la solita e troppo ripetuta riconduzione al latino *bellatorium per quell’italiano ballatoio che fin verso il 1950 troviamo nei modesti caseggiati di periferia proprio non riesce a convincere. Scrupoloso come sempre, il LEI elenca le varie forme linguistiche che via via si sono accumulate negli schedari, ma si direbbe (solo qui, non certo nel resto dell’opera) che una nuova prospezione dell’etimo culturale sembra assente. Forse, talora, è rischioso riprendere cose già dette da altri senza rinnovare a fondo l’analisi di parole come queste, che pure fino all’altro ieri circolavano, e con frequenza, tra la popolazione.

Ci si chiede: è verosimile che in un elemento tecnico delle modeste case di ringhiera (ad esempio lombarde) si mantenesse un termine militare? Simili costruzioni non emanano certo da una precedente esperienza militare, tanto più che il latino classico bellum era andato sostituito dalla più coinvolgente guerra. A bellum era subentrato il germanico guerra, werra che in sé era l’affrontarsi corpo a corpo, non più un ordinato scontrarsi di eserciti schierati l’uno contro l’altro. Né è necessario stare a ricordare a lettrici e lettori il germanico wirr- warr- come intrico di cose e di uomini.

Per ballatoio si suggerisce a qualche giovane studioso di esaminare se non ci si trovi piuttosto dinnanzi a un’altra origine, ad esempio a una derivazione dal termine (regionale, di aree centrali e meridionali) balata che appunto indicava una lastra di pietra, quella che, con altre, costituiva il ballatoio che correva lungo una parete delle case di ringhiera. Né questo sarebbe l’unico caso di tecnicismo costruttivo che muove dalle regioni. Anche la tarda attestazione della voce crea uno iato culturale e temporale tra la voce in esame e depone contro una derivazione da uno sporadico termine latino, che non è attestato in modo saldo. La fitta densità di attestazioni (ben provate dal sedulo spoglio di LEI 5, 1995, 926-931), mostra che è inverosimile una derivazione da bellum e dal mondo militare. Anche il presunto continuare del termine unicamente in Italia, fatto esplicitamente ammesso da LEI o.c. 930, rende insicura una derivazione da ambiti militari.

Nell’analisi pesa in negativo anche il dato di fatto che il ballatoio quale ‘corridoio nelle fortificazioni’ sia documentato solo ante 1540 (Guicciardini) e dunque tardo: è solo un’applicazione tardiva, secondaria, episodica, non certo sostanziale. Il bellatorium ripescato dal Migliorini e dato come «definitivo» non è per nulla fondamentale nella storia della voce.4 Si pensi piuttosto al sic. bbalata, s.f., ‘grossa lastra di pietra lavica o calcarea, lavorata o non, adibita a vari usi in muratura; roccia nuda e liscia che affiora dal terreno’ (Piccitto). Il termine «geologico» è diffuso in ampie zone meridionali. Dove (dall’arabo balath) ha innescato anche il cognome Balata, portato oggi ad esempio da Mauro Balata (nato nel 1963) a Tempio Pausania e presidente (2020) della Lega Nazionale Professionisti B del calcio italiano. L’uscita poi, in -oio era usuale nel linguaggio di costruttori e muratori, come corridoio, feritoia, fenditoio, laminatoio ecc.

4.

Si è accennato al mangano e al suo costruttore rispettivamente manovratore, il manganaro, poi divenuto anche nome di persona (allargato, in processo di tempo, alla famiglia): di qui i meridionali Manganaro, oggi (dal 1986) presenti anche in Lombardia e in Ticino.

In breve, vediamo almeno alcuni riscontri, quali, dall’arabo mang’anik ‘fionda, trabucco, catapulta’, il termine militare medievale mangano (posto spesso sopra il portone d’entrata del castello) e poi, a livello di vita agricola, il siciliano mànganu, arnese per stigliare e battere la canapa, napoletano manganielle, argano, antico provenzale manganel, catapulta, macchina per lanciare pietre ben calibrate. È da questi ambienti che le squadracce di Mussolini e accoliti assunsero il manganello di cui si servivano con abbondanza.

Paralleli? Non sono pochi. Ma limitiamoci ora alla catapulta (pure di origine bizantina e greca) e destinata ad avere un suo impatto «immaginoso» tra la gente, al punto che tanti giovani d’oggi raccontano di un amico che dopo averli salutati si è catapultato (anche: si è fiondato) sull’autostrada, insomma, in macchina, è entrato a velocità molta alta in autostrada, con impeto e, per noi, creando non pochi pericoli. Da decenni ormai sulle portaerei chiamano catapulta la pressa per aiutare a spingersi in volo e riuscire a passare in volo il limitare della pista dei caccia.

5.

Galleria. Soprattutto piace segnalare una parola dell’architetto finita sulle bocche dei parlanti comuni: è la galleria, francese galerie, tedesco Galerie, inglese gallery. Un termine che sottende vari avvincenti intrecci culturali legati in origine alla Galilea come spazio della predicazione di Cristo e come entità geografica. Subentreranno varie fasi successive, per giungere agli usi odierni, in cui nulla lascia trapelare che all’inizio si accennasse a una zona geografica, a un nome di luogo. La «metafora» della Galilea come zona che sta davanti alla Palestina venne volta a indicare lo spiazzo che sta davanti alla chiesa. Poi via via lo si applica in senso esteso e lo si dice della parte edificata che era antistante la chiesa, inteso in particolare il ‘piccolo portico che ne proteggeva l’entrata’.

A loro volta vari costruttori «romanici» chiameranno galleria la ‘parte della chiesa che andava coperta da una volta’. E nella galleria, in alto, quasi sotto il tetto, erano «confinate», in chiesa, le donne. La estendono in seguito anche a designare il ‘locale a volta in cui si conservano i quadri’ con il successivo e generalizzato rigoglio di significati che conosciamo. Attorno al 1550 ecco intervenire un’ulteriore estensione. Nell’intendersi tra di loro, i minatori portano galleria a venir applicata ai cunicoli che scavano nella roccia, così come, in seguito, al tunnel che le maestranze edili aprono nella montagna in vista di un percorso ferroviario.

Tutti usi che in sé, virtualmente, erano presenti nel fatto che tra ecclesiastici e costruttori medievali fosse usuale richiamarsi alla Galilea quale zona antistante a quella Palestina che era stata scenario della predicazione di Cristo. Un «cristianismo» risuona insomma, a rigori, anche nello sfrecciare dei treni sotto le Alpi. Spesso, la nostra cultura è tutta un accumulo di estensioni che si sommano l’una all’altra: in questo caso il nome volto a indicare lo spazio antistante alla chiesa giungeva, attraverso una lunga serie di vicende ancorata nei secoli e all’avanzare delle tecnologie, ad applicazioni inattese, mentre galleria a dire il ‘tunnel con cui i costruttori osano aprirsi un varco nelle rocce della montagna’ è rilevabile, sin qui, in Italia dal 1826. Del resto, è noto come l’accezione artistica di galleria non durerà dapprima solo sulla bocca dei responsabili di musei fiorentini (la prima applicazione avviene agli Uffizi di Firenze). Passerà a galleristi e artisti di ampie zone del mondo.

6.

I secoli in cui vivono e soprattutto anche faticosamente operano i nostri antenati vedono parecchi scambi tra le culture degli architetti e le parole che diverranno anche della gente comune. Valga da esempio il boulevard (baluardo, tedesco Bollwerk) che era un muro di rafforzamento di un castello e/o delle mura di una città e che, col tempo e il mutare delle condizioni sociali, si «imborghesirà». Nel corso dell’Ottocento diverrà uno spalto su cui cittadini e mogli con gli ombrellini passeggiano per diporto… Nelle case di città, nelle campagne, là dove da secoli resistono arginature e ripari utilissimi, ci si fanno incontro nomi ricchi di sprazzi culturali. A prima vista sembrano indecifrabili. Ma le verifiche fanno affiorare i segni della mano dell’architetto e le tracce dell’operosità di muratori e artigiani. Sono ora luoghi antichi, ora sperdute cappelle, ora ballatoi settecenteschi di case di ringhiera.

A momenti – confessiamolo – siamo un poco sbrigativi: prendiamo nomi preziosi, densi di vissuto come Pamperduto, Trebecca, Briccola, Manganaro, cassero, Cassarate, Tresa ecc. e li imprigioniamo in un crudo elenco alfabetico quando vanno accostati insieme, non uno isolato dall’altro. Dietro loro si cela una genesi se non unitaria quanto meno affine. Ci vengono tutti dall’arte muraria e dall’uomo che costruisce e/o bonifica ed erige argini e tenta di disciplinare il corso dei fiumi.

Con piacere osservavamo, andando negli scorsi anni in escursione con studenti e studentesse, come essi ammirassero molto le secolari opere di sistemazione idraulica che l’uomo ha realizzato quasi in ogni regione europea, americana e asiatica. Ciò con strumenti quanto mai scarsi: picco e pala e «olio di gomito». In contesti italiani, dopo le ammirevoli opere svolte dai Romani, ecco interventi che si radicano nel Millecento e nei secoli successivi. Per addurre, per comodità, solo casi lombardi, ecco nel 1241 le comunità trattare del «fossatum quod est inter Mediolanum et Papiam», ossia tra Milano e Pavia. Prenderà il nome di «Ticinus novus» o di «Ticinellus». Sarà una tessera di quell’ampio disegno strategico con cui ci si prefiggeva di regolare grandi e piccoli flussi d’acqua in una delle maggiori pianure europee. Interventi grandiosi che sarebbe riduttivo, penoso accostare solo con interessi linguistici. Sono opere che hanno avuto un impatto antropologico e civile intenso, sono interventi che anche oggi incidono sul nostro contesto di vita.

Salda, capillare insomma l’osmosi tra parlare quotidiano e linguaggi settoriali. Tutto un fascio semantico va ricco di legami tra noi e la storia dell’architettura medievale così come con le poliedriche dialettiche promosse dagli architetti di oggi. Lo spazio ci permette qui di avanzare solo un crudo elenco, in cui abbiamo sia opere idrauliche sia lavori militari di rafforzamento del terreno:

  • Àvaro, Bocca d’Avaro, Boca de Tropión: così veniva detto il condotto (in genere di pietra) che l’uomo costruiva per disciplinare lo sbocco di un torrente o una presa d’acqua; la pratica si riflette tuttora in numerosi nomi di luogo, dove àvara = lat. aqua, a sua volta, con rotacismo, dal diminutivo aquula;
  • bealera, acquedotto che, in Liguria, veniva costruito quasi solo per decisa volontà della comunità: «li particolari che sono soliti servirsi della bealera o sia condotto saranno obbligati…» (Bandi campestri liguri di Alto e Caprauna); cfr. latino medievale piemontese beale, presa d’acqua del Canale (anno 1389); di qui toponimi quali il piemontese Bedale; voce gallica *beda- ‘fosso, canale’; LEI 5 (1995) 820-825;
  • Cerca, venne usato nel senso di ‘fossato di circumnavigazione, canale che gira attorno a una certa località’, talora anche ‘canale che funge da confine’; di qui sono scaturiti vari toponimi toscani e dell’Italia centrale. E vedi, nella zona dell’Aquila, il Cìrchie, in italiano il Cerchio: nome che in periodi medievali veniva assegnato al canale sotterraneo che i Romani avevano scavato per smaltire le acque del lago del Fucino;
  • Città delle ville: così nel Settecento era chiamata Palermo: ora in questi terreni sta solo un disordinato accumulo di palazzi su palazzoni;
  • custoza (latino/italiano custodia, sorveglianza, e anche stanziamento militare); di qui il tipo toponimico Custoza e varianti;
  • Dovèra: nome che è stato assegnato a un comune cremasco; lat. medievale dugaria, canale: la voce è tuttora viva anche nei dialetti di Mantova e Brescia (dügal e dogal) per indicare un corso d’acqua artificiale;
  • Fodésta, nome di località piacentina; letteralmente Fossa augusta (Pellegrini 1987, p. 159);
  • fracta, fratta, settore di terreno che per assicurarsi una migliore vista è stato disboscato attorno a una costruzione fortificata; lat. fracta, da frangere;
  • ghirla, ghirlanda, tipo di fortificazione militare in zone di confine. Di qui nomi quali la Ghirlandina e cognomi che suonano i Ghirlanda: così compaesani e concittadini chiamavano il nucleo famigliare che viveva vicino a una ghirlanda, nei pressi di un muro di protezione della città o della castellanza; caso analogo quello dei Pusterla, dal nome della posterla che era l’uscita secondaria della fortificazione situata sul retro. Quanto a Ghirla (come anche per Garlasco, ossia ‘territorio che dipende da un presidio militare’) occorre rifarsi al germanico Wehrle ‘piccolo rafforzamento del terreno’, piccola Wehr, piccola difesa’; di qui anche chiesa dei Ghirli, a Campione d’Italia, proprio là dove sul confine stavano delle piccole opere militari;
  • Mignano Monte Lupo, in provincia di Caserta. Sorge su uno sperone di roccia composta quasi esclusivamente da tufo vulcanico. Forse non è del tutto esatto quanto propone il DIZTOP, p. 394 che pensa a un tipo prediale minius o maenius. Conviene piuttosto cogliervi un accostamento al termine dialettale locale di mignano, che indicava il balcone, la posizione alta, appunto, nel caso specifico, uno sperone aggettante. In origine, era la posizione alta che veniva edificata sul muro di cinta di una cittadella; cfr. REW 5220;
  • Miorina: varie generazioni dei secoli passati indicavano in questo modo la bonifica cui loro stessi attendevano. Letteralmente il ‘miglioramento’, la bonifica che l’uomo si procurava eliminando o restringendo delle paludi. Questa nozione di ‘miglioramento’ dura ad esempio in parecchi toponimi veneti, da cui provenne anche il cognome Migliorini, intese le famiglie che vivevano su una zona che era stata bonificata. Non seguiamo Pellegrini 1987 che pensava a un ‘campo piantato a miglio’. Riscontri comaschi (Melliarina, Meiorina) per ‘terra bonificata’ si ascrivono già al tardo Duecento. Anche pianificatori svizzeri tedeschi e poi germanici del sud parlano correntemente di Meliorationswerk, intesa l’opera di rettificazione di un fiume o la bonifica di una palude;
  • Pamperduto, zona che gli uomini soggetti al signore dovevano dissodare e/o bonificare gratis, senza ricevere pane, a «pane perso». Il viandante incontra ad esempio, nella brughiera di Lonate, la zona che (dal 1425) porta il nome di Panperduto; dalla stessa motivazione e obbligo giuridico muovono parecchi vari altri toponimi lombardi ed emiliani e vedi la componente dell’obbligo giuridico di fornire (all’autorità reggente) delle prestazioni gratuite quale affiorava nelle francesi corvées (esito del lat. corrogatae, lat. latino giuridico rogare ‘richiedere’);
  • Savarùna, poi anche Saarùna, Sarùna, nome che i bresciani hanno assegnato e continuano ad assegnare a diversi terreni in cui scorre un torrente. Vedi ad esempio Savarùna, fiume minore che va a versarsi nell’Oglio. Siamo nella zona bresciana di Quinzano;
  • seriola: vanno pure tenute presenti tecniche come quelle che si riflettevano nella cremonese seriola, canale che muratori e uomini soggetti al signore dovevano scavare per recar acqua al castello: anche canale di irrigazione; di qui varie località lombarde; va qui anche il nome assegnato al Serio;
  • Sesto Calende: in diversi casi siamo di fronte a sesto nel senso di ‘costruzione di legnami e travi per regolare il flusso d’acqua in uscita da un lago’. Non è da una ipotetica lapide miliare. Si tratta del derivato da assestare ‘mettere insieme delle travi e legarle l’una all’altra, metterle insieme e adeguarle in modo da costruire una struttura che serva a regolare il flusso della massa d’acqua’;
  • Trèsa, chiusa che viene montata su vari corsi d’acqua; così a Chioggia nel 1376; da questa tecnica il nome di vari altri fiumi regolabili mediante una chiusa.

7.

Insomma. Sembra utile andare a sondare certe componenti semantiche e applicative legate all’intervento dell’architetto di ieri e di oggi. L’esame di trabocco e del francese trébuchet permette alcuni ritocchi alla storia culturale così come a DELIN (trabucco) e a FEW (che avanza un inverosimile germanico *Buk ‘ventre’). Si chiarisce anche perché quali trabocchi, con netta allusività, erano designati i falsi mendicanti. In tema, riesce interessante la confessione di un falso mendicante che agisce nella Roma del 1595. Interrogato dal bargello e dai suoi sbirri, rivela che nella sua congrega ci sono anche degli «specialisti». Così tra altro anche dei trabocchi che sono falsi mendicanti che per muovere a compassione il pubblico simulano di non potersi reggere e di doversi appoggiare a un bastone.

Interessanti, infine, le designazioni che dalla dimensione della cultura, dal costruire passavano ad indicare episodi della natura. Ecco la voragine carsica che, da coloro che le devono vivere accanto e devono spesso muoversi su un terreno infido, viene designata dal trabucco costruito dall’uomo e dei trabocchetti che spesseggiavano in numerose fortezze.

Sono parecchie le voci dell’artigianato della guerra di cui ci serviamo senza più rendercene conto. Una dimensione bellica improntava ad esempio il già citato Bollwerk ‘bastione di difesa’ poi imborghesitosi nei boulevard su cui passeggiavano i cittadini parigini. Significativi gli stimoli di lettura storica che ci provengono dal ted. Handwerk. Dapprima, e per secoli, indica il lavoro fatto attorno alle macchine belliche. Oggi noi lo applichiamo all’artigianato e siamo del tutto dimentichi dell’origine. Pratiche umane e parole percorrono a momenti tragitti davvero inattesi. Non rare volte storia del diritto (panperduto), storia dell’architettura (trabucchi, manganàro) e storia delle comunità si legano intimamente, integrandosi a vicenda.

Il territorio in cui viviamo si trama insomma talora anche di echi della storia dell’architettura e dell’intervento dell’uomo sul territorio: fatti e usi si riverberano sino ad oggi nei nomi che assegniamo ai luoghi e ai nostri compaesani.

 

Note

  1. Né mancano espressioni provenienti da architetti e da pianificatori come quella di a pelle di leopardo che negli ultimi decenni abbiamo quasi automaticamente assunto dal discorso degli architetti. Sembra poi che l’attuale voga di oasi sia stata lanciata dall’uso (frequente e metaforico) che ne hanno fatto vari moderni architetti europei. Vedi ad esempio ad Arosa nel Canton Grigioni la Bergoase di Botta. Oggi, poi, si parla di oasi fiscali, di oasi finanziarie e via di seguito.
  2. Cfr. Leonardo da Vinci, Scritti scelti, a cura di A.M. Brizio, Torino 1952, p. 632.
  3. ll suffisso compare in numerose voci, come montrücch ‘cumulo di pietrame di scarto’, gentücch ‘gente grossolana’, mazzarücch ‘grossa mazza, grossa clava’, sterlücch ‘vacca sterile, che non dà latte e che è brutta’.
  4. Un’aggiunta non frivola bensì che vuol essere precisa e segnare un parallelo. Vedi il napoletano gergale ballaturo, seno di donna (LEI o.c. pag. 926) che ha un netto parallelo nell’attuale e frequente commento toscano e lombardo la mia amica ha uno di quei davanzali…, per dire che è senuta, con un petto prominente.

 

Bibliografia

Si indicano solo lavori citati più volte. Le sigle, poi, sono note a tutti e tutte.

  • Enzo Caffarelli, Massimo Fanfani (a cura di), Lo Spettacolo delle parole. Studi di storia linguistica e di onomastica in ricordo di Sergio Raffaelli, Quaderni Italiani di RIO, n. 3, Società editrice Romana, Roma 2011
  • Serge Latouche, La megamacchina, Bollati Boringhieri, Torino 1995
  • Le acque interne, Miscellanea Giovanni Moretti, Perugia-Magione 2004
  • Ottavio Lurati, Dizionario dei modi di dire, Garzanti Grandi Opere, Milano 2001, p. 1057 (ottenibile presso: utet [at] utet.it).
  • Ottavio Lurati, Lessico e storia della gente, in La Cultura Italiana, diretta da Luigi Luca Cavalli Sforza, vol. II: Lingue e linguaggi, a cura di Gian Luigi Beccaria, Utet, Torino 2009, pp. 409-511 (utet [at] utet.it)
  • Ottavio Lurati, Tra la gente. Parole “giovani”, fascino di luoghi e famiglie. La Bibbia nel nostro parlar corrente, Salvioni editore, Bellinzona 2018, p. 175
  • Luca Molinari, Le metamorfosi dell’architettura, in Scenari del XXI secolo, Utet, Torino 2004, pp. 835-843
  • Giovan Battista Pellegrini, Ricerche di toponomastica veneta, Clep, Padova 1987

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