«Le per­so­ne ve­do­no co­me è trat­ta­to il lo­ro mes­sag­gio»

Zona di sviluppo Neugasse a Zurigo, progettazione partecipativa

Intervista di Tina Cieslik a Michael Emmenegger

Data di pubblicazione
19-09-2018
Revision
19-09-2018
Tina Cieslik
Redattrice Architettura/Architettura d'interni TEC21

Tina Cieslik: Signor Emmenegger, qual è il suo ruolo nel processo di progettazione per l’ampliamento del quartiere Neugasse?
Michael Emmenegger: Sono l’addetto esterno allo sviluppo di questa procedura di progettazione per la parte che riguarda la partecipazione e il coinvolgimento dei vari attori. Fungo inoltre da moderatore per gli eventi corrispondenti. Con il mio staff abbiamo concepito la procedura partecipativa e l’abbiamo messa in pratica assieme al team di progettazione. Ci siamo occupati della preparazione, dell’organizzazione, dello svolgimento, della verbalizzazione e della valutazione di tutti i relativi eventi. In collaborazione con il team di progetta­zione, abbiamo inoltre fatto in modo che i risultati confluissero nel loro lavoro. Siamo stati una sorta di intermediario fra i diversi attori che hanno partecipato a questa procedura e il committente. In quest’ottica fungiamo anche da traduttori: nel quadro di questa procedura, noi che agevoliamo la partecipazione e il team di progettisti, ma anche le diverse discipline, siamo soggetti a un progressivo processo di amalgama.

Come si è svolta concretamente la procedura partecipativa?
A marzo 2017, nell’arco di dieci giorni si sono svolti tre eventi pubblici per grandi gruppi. Nel primo workshop abbiamo raccolto i requisiti posti al processo di ampliamento del quartiere nell’area della Neugasse. Nella successiva prima fase intermedia abbiamo valutato i requisiti, sulla cui base abbiamo formulato quattro direttrici di sviluppo. È stata poi la volta del workshop successivo, il cosiddetto atelier di progettazione. Per questioni di capienza abbiamo dovuto svolgerlo due volte. In occasione di questi eventi, i partecipanti hanno elaborato modelli per le quattro direttrici di sviluppo, riuscendo a modellare tri-dimensionalmente le proprie visioni in plastici 1:200.

Nella successiva fase intermedia, assieme al team di progettisti, noi addetti alla partecipazione abbiamo analizzato i risultati dell’atelier, sulla base dei quali il team di progettisti ha elaborato quadri di sviluppo sotto forma di grafici, riassumendo in una biblioteca le idee e gli approcci espressi nei modelli. Prendendo le mosse da questo materiale, il team di progettisti ha poi abbozzato i primi progetti, che sono stati poi perfezionati dai partecipanti nel corso del terzo workshop. Ci siamo poi presi cinque settimane di tempo per sviluppare delle varianti partendo da proposte di massima e immagini, che abbiamo poi presentato a maggio in occasione del quarto workshop.

Con i risultati di questo incontro abbiamo poi elaborato un progetto, che ci ha impegnato fino a novembre 2017. In questa circostanza sono stati coinvolti attivamente anche il comitato esterno di assistenza tecnica e gli uffici cittadini. La bozza del piano di sviluppo urbanistico elaborata è stata poi discussa pubblicamente assieme ai partecipanti in occasione del quinto workshop, tenutosi a novembre. Anche questi feedback sono confluiti nel concetto che costituisce la base per il masterplan delle FFS per la città di Zurigo e per le corrispondenti direttive in materia di diritto della costruzione e della pianificazione del territorio. Fra maggio e novembre non ci sono stati workshop pubblici. In questo periodo si sono svolti i primi due cosiddetti «Hallengespräche», gli incontri tenuti in un padiglione delle FFS, in occasione dei quali sono stati affrontati i temi «Spazio e mobilità» e «Spazio e società». Era importante dimostrare come, mentre si continua a lavorare dietro le quinte, la discussione sui contenuti prosegue a livello pubblico.

Dal punto di vista organizzativo, come si fa a trasferire in un progetto unitario le conoscenze di circa 200 persone?
Occorre portare tutti gli attori in un unico luogo: i decision maker, le persone che assumono la responsabilità operativa e coloro i quali vogliono fornire il proprio contributo. Bisogna poi suddividere il tutto in piccole unità in grado di lavorare concretamente. Generalmente riuniamo da otto a dieci persone attorno a un tavolo. I gruppi rice­vono compiti differenti, hanno istruzioni precise e si auto-moderano, oppure vengono assistiti. Solitamente raggruppiamo i partecipanti in modo arbitrario, anche per questo è necessaria una preventiva analisi degli attori ed è richiesta l’iscrizione ai workshop. A quel punto si tratta di porre le domande giuste: domande a cui i soggetti coinvolti possano rispondere, che abbiano senso per loro e che li motivino a lavorare a una soluzione. E naturalmente che forniscano un contributo al miglioramento del «prodotto». Il nostro metodo di lavoro presuppone che le persone ai tavoli si sentano parte di una collettività e siano disposte a discutere le une con le altre per sviluppare un’idea comune. Non sempre ciò riesce in maniera efficace, ma in ogni caso si ottengono un gran numero di conoscenze e informazioni per il progetto. È importante che persone diverse fra loro si confrontino su uno stesso argomento e che tutte le posizioni e le esigenze abbiano la stessa rilevanza.

Sono i parte­cipanti stessi a decidere cosa portare avanti in maniera unanime. Esprimono valutazioni e definiscono priorità anche per quanto riguarda il risultato, definendo cosa considerano particolarmente importante. Noi ci occupiamo poi di verbalizzare e valutare i risultati. Sulla base dei contributi dei singoli ­microsistemi elaboriamo in più fasi un quadro generale, esclusivamente con le affermazioni dei gruppi di discussione. Ci accertiamo che le persone possano vedere a ogni passo come viene trattato il loro messaggio. Nel corso del workshop successivo mostriamo come abbiamo impiegato i risultati. Il team di progettisti presenta come questi sono stati sviluppati dal punto di vista progettuale, poi si torna a discutere in gruppi. Per la procedura di progettazione relativa all’area Neugasse la parti­colarità è consistita non solo nel fatto che abbiamo svolto i tre workshop pubblici in grandi gruppi «Raccogliere», «Creare» e «Perfezionare» nell’arco di soli dieci giorni, introducendo inoltre l’elemento dell’atelier di progettazione – ovvero la modellazione urbana vera e propria quale concreta fase di lavoro e sviluppo– ma anche che i partecipanti hanno integrato nel modello i requisiti posti dalle direttrici di sviluppo. Le persone ne sono state entusiaste, e anche tutti noi! Degni di nota sono stati anche l’energia e l’elevato livello delle argomentazioni e del coinvolgimento dei partecipanti, così come della riflessione critica al momento della sintesi. Anche questo è espressione dell’importanza del tema e del progetto.

La sfida ora consiste nel far sì che questo vitale processo partecipativo non si spenga.
Nella progettazione classica, dopo l’elaborazione delle linee guida e del piano di massima, il lavoro si svolge prevalentemente fra i proprietari del fondo e le autorità. L’obiettivo, nostro e delle FFS, era quello portare avanti tale processo sotto il profilo del diritto pianificatorio, proseguendo parallelamente la riflessione, ad es. sulle esigenze delle attività commerciali, sulle possibilità di organizzazione e sulla gestione degli spazi aperti e liberi, così come sulla questione della pubblica utilità. Tutto ciò ha anche lo scopo di ottenere, oltre al piano di sviluppo urbanistico, anche gli spunti per i concorsi di progettazione. Anche in seguito i risultati intermedi dovranno essere costantemente oggetto di discussione. L’idea di questa procedura è di ­creare una base per perfezionare costantemente lo spazio e, nel caso ideale, anche realizzare strutture che consentano in futuro agli abitanti e ai lavora­tori dell’area di organizzarsi e confrontarsi. In tale ­contesto vogliamo assolutamente partire dalla considerazione che coloro che oggi partecipano alla progettazione, in futuro potrebbero abitare e lavorare in quest’area.

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