«L’ar­chi­tet­tu­ra è un edu­ca­to­re»

Intervista a Mario Cucinella

Mario Cucinella, titolare dello studio da oltre cento collaboratori MC A, presenta tre progetti in corso dedicati a campus universitari, tra sperimentazione architettonica e trasformazioni della vita accademica.

Mario Cucinella (1960, Hon FAIA, Int. Fellow RIBA) si laurea in Architettura all’Università di Genova nel 1986 e fino al 1992 lavora con Renzo Piano a Genova e Parigi. Nel 1992 fonda MC A – Mario Cucinella Architects, studio che oggi ha sede a Bologna, Milano e New York e si avvale di un team internazionale composto da più di cento collaboratori. Lo studio vanta una solida esperienza nella progettazione architettonica, integrata dall’impiego di strategie ambientali ed energetiche, e conduce un programma interno di ricerca sui temi della sostenibilità. Nel 2012 fonda Building Green Futures, un’organizzazione no-profit che fonde cultura ambientale e tecnologia, e nel 2015 SOS - School of Sustainability, un master per la formazione di figure professionali nel campo della sostenibilità. Nel 2018 è Curatore del Padiglione Italia alla 16° Mostra Internazionale di Architettura di Venezia con Arcipelago Italia, mostra-progetto dedicata alle aree interne del Paese.

Silvia Berselli – Nella sua ricca produzione progettuale spiccano per numero e riconoscimenti ottenuti le opere dedicate alla formazione, come il pluripremiato Asilo d’infanzia «La Balena» a Guastalla, costruito dopo il sisma del 2012 integrando le linee guida di Reggio Children, secondo le quali l’architettura è il terzo educatore. Quali sono i progetti in corso di MCA per le architetture universitarie?

Mario Cucinella – Ad Aosta stiamo costruendo un primo dipartimento universitario all’interno dell’ex-caserma degli Alpini «Testafochi». Il progetto nasce grazie ad alcuni sopralluoghi condotti dal soprintendente ai nuovi cantieri universitari in Svizzera: al suo ritorno egli decide di togliere il vincolo a due edifici novecenteschi, permettendoci di demolire le ali della piazza d’armi, troppo dense di pilastri per poterle riadattare a contenere i grandi volumi delle aule universitarie. Il primo edificio di nuova costruzione, destinato ad accogliere le facoltà umanistiche, dovrebbe essere ultimato per settembre e c’è molta attesa intorno al progetto. La città di Aosta presenta infatti un centro di impianto romano basato su rigorosi tracciati ortogonali, mentre fuori dalle mura, specie ad ovest dove si colloca il progetto, le espansioni degli anni Sessanta e Settanta hanno una forma confusa, con rare emergenze, nel nostro caso un edificio del Ventennio adibito a biblioteca. Ad oggi la caserma è separata dalla città, ma con l’abbattimento del muro di confine questo spazio pubblico diventerà uno sviluppo della città storica che si inserisce nel tessuto dell’espansione postbellica. Il progetto assume un forte valore urbano, accentuato dalla sua destinazione: infatti nei due fabbricati esistenti troveranno posto il rettorato e una biblioteca universitaria aperta al pubblico.

L’edificio di nuova costruzione ricorda un blocco di ghiaccio e si sviluppa su tre piani, con i corridoi di accesso alle aule che guardano su un grande atrio a tutta altezza. Al piano interrato si trovano un auditorium da trecento posti e una serie di laboratori che si affacciano su un piccolo cortile concepito come un teatro all’aperto. Il progetto è ambizioso perché ad oggi l’Università della Valle d’Aosta ha spazi frammentari e per questa ragione si appoggia spesso ad altre istituzioni, mentre con la costruzione di questo polo si consolida l’identità dell’ateneo.

A differenza di Aosta, il progetto di ampliamento della Bologna Business School si rivolge a studenti già laureati e si propone di realizzare gli spazi contemporanei della formazione continua. Quali sono le linee guida dell’intervento?

La Bologna Business School offre percorsi differenziati post laurea e di formazione continua per la piccola e media impresa, costruendo profili che si integrano perfettamente al tessuto economico del territorio. La scuola ha sede nella storica Villa Guastavillani, sui colli che circondano la città, e ha bisogno di aule nuove e più flessibili e di spazi di ritrovo per gli ex-alunni, diventati manager o dirigenti. La didattica è cambiata molto nella direzione di attività laboratoriali e di discussione, facendo risultare inadeguati i vecchi anfiteatri con le seggioline fisse. Pertanto abbiamo recuperato edifici preesistenti di pregio (la casa colonica e l’ex forno) creando tre grandi aule flessibili e una mensa molto ampia che si trasforma in auditorium quando non viene utilizzata per il pranzo: spazi polifunzionali, intelligenti, che vengono utilizzati meglio e di più. Un grande pergolato esterno connette i fabbricati e costituisce al contempo uno spazio di aggregazione informale.

I lavori iniziano nella primavera 2021 e dureranno un paio d’anni; il progetto risponde alle grandi sfide ambientali che ci attendono per il futuro, proponendo strategie climatiche ed energetiche flessibili e resilienti. La scuola lavora sette giorni su sette: oltre agli studenti neolaureati ospita in formazione continua manager lavoratori che intraprendono un percorso di sei mesi con frequenza solo nel weekend. Per questo la scuola mette a disposizione anche uno spazio per lavorare e una palestra: è un ottimo modello di formazione continua che accoglie quelli che iniziano, ma anche i top manager e gli amministratori delegati che hanno bisogno di essere costantemente aggiornati. I pacchetti proposti aiutano il mondo del management e delle aziende a far crescere i propri dipendenti; nel mondo dell’architettura invece noi paghiamo personalmente la formazione post laurea e spendiamo molto per aggiornarci sulle risorse digitali, la ricerca e lo sviluppo dei progetti. Oggi la formazione continua è determinante e l’università potrebbe giocare un ruolo determinante, ma forse si deve ancora organizzare per farlo.

Il cantiere di Roma ha, come quello di Aosta, un forte valore urbano e sociale, in quanto si inserisce nel piano di riqualificazione dell’area Ostiense-Garbatella. Quali sono gli elementi del progetto?

Il progetto nasce per accogliere la sede del rettorato dell’Università Roma TRE, a cui si aggiungono aule per gli studenti e una piazza telematica, dove i ragazzi possono prenotare un computer e andare a studiare. Il complesso, sviluppato secondo i principi della progettazione passiva e della sostenibilità ambientale, si articola in due distinti edifici, rispettivamente di otto e nove piani, con una particolare forma ellissoidale e prospetti completamente vetrati che, affacciandosi sulla piazza pubblica, contribuiscono a garantire un dialogo continuo tra gli spazi interni ed esterni. Il connettivo è un giardino dove gli studenti vanno quando sono in attesa di immatricolarsi, consultare un ufficio, o semplicemente per studiare insieme: i ragazzi imparano molto dal confronto reciproco, quindi bisogna creare gli spazi di incontro da dedicare all’autoformazione. Il progetto sorge sulla via Ostiense, un asse caratterizzato da edifici chiusi in cui si inserisce come un elemento eccezionale con la sua piazza aperta e l’auditorium al piano terra e primo, visibili dalla strada. Chi percorre l’Ostiense è invitato a entrare nel giardino e magari a partecipare alla vita dell’ateneo, visitando una mostra o seguendo una conferenza: l’università deve essere parte attiva della quotidianità, non un luogo segregato. Anche quando si progetta un campus, non si può farlo sul modello americano, in un luogo isolato raggiungibile solo in macchina, vissuto solo da studenti e professori. Bisogna collocarlo ai margini della periferia urbana, connettendolo alla viabilità pubblica, in modo che un autobus di linea lo colleghi al centro città, come nella proposta che abbiamo presentato anni fa al concorso per il campus biomedico di Roma.

Quale relazione si instaura tra città e luoghi di formazione?

È un tema molto italiano, perché per ragioni storiche spesso i contenitori della formazione sono stati inseriti nei centri: a volte, come a Bologna, questa convivenza è stata difficile, perché gli studenti sono spesso visti come portatori di confusione e vita notturna. In realtà gli studenti non trovano dentro all’università gli spazi di socializzazione e scambio, quindi vanno a cercarli fuori: è mancata una progettualità, mancano le case dello studente, le sale studio, i servizi, non è colpa dei ragazzi. Le sedi universitarie nei palazzi affrescati sono affascinanti, specialmente per gli studenti che vengono dall’estero, ma spesso polverizzano l’ateneo in una moltitudine di sedi lasciando lo studente in mezzo alla strada: il problema è nel sistema. A Bologna ci sono più di 90.000 studenti, se anche solo il 10% ha un cervello di primo livello potremmo avere in città 9000 ragazzi in grado di dare un contributo creativo. Selezioniamo di questi il 10% e diamo a 900 studenti meritevoli una casa, un luogo dove studiare: sono numeri su cui una città come Bologna può permettersi di investire.

In Italia, fatte alcune eccezioni, le sedi universitarie più recenti sono spesso vetuste e progettate male perché mancano gli spazi di aggregazione e i ragazzi studiano seduti a terra nei corridoi. C‘è bisogno di una nuova grande stagione progettuale per le università: un edificio pubblico come una scuola è una raffigurazione del paese, perché viene offerto dallo stato allo studente per permettergli di immaginare il suo futuro e per comunicargli la propria identità nazionale. L’università deve essere un tempio splendido in cui si ha voglia di andare e in cui ci si identifica positivamente, non si può continuare a investire al ribasso con progettazioni scadenti. L’architettura è un educatore, come sottolinea la didattica di Reggio Children. Basti pensare che l’aumento di CO2 in una classe troppo densa fa diminuire la capacità di apprendimento in maniera drammatica: la scuola funziona bene quando è ben progettata, tenendo conto di luce, ventilazione, colore, design. Un ragazzo creativo che immagina nuovi mondi digitali si spegne se lo rinchiudi dentro una scatola di cemento grigia e triste.

Come vedi l’Università oggi?

L’università italiana presenta un’inerzia e una lentezza che le impediscono di affrontare i cambiamenti rapidi dei millennials e l’arrivo di una cultura digitale che ormai è entrata nella vita di tutti e nel lavoro. C’è sicuramente un problema di ricambio generazionale nella docenza, unito al fatto che, mentre i tempi cambiavano lentamente fino a quando io ero studente, negli anni Ottanta, oggi vedo alcuni giovani così veloci nel capire e nel fare, che credo facciano fatica a vedere nell’università il luogo dell’innovazione. Ci sono le eccezioni, come i Politecnici di Milano e di Torino, ma nel complesso la macchina avrebbe bisogno di qualche marcia in più per stare al passo con le ambizioni che hanno i ragazzi nei confronti del loro futuro. Tutto il mondo dei lavori digitali o dell’intelligenza artificiale produce nuove figure lavorative che vanno a sostituire alcuni ruoli tradizionali che stiamo perdendo, ma non esistono percorsi universitari in grado di fornire una formazione adeguata per queste nuove professioni. In molti paesi del mondo l’università dura tre anni, per rispondere all’imperativo della velocità dettato dal mondo del lavoro, a cui cerca di avvicinarsi. Questo non può valere per tutte le professioni, non è applicabile ad esempio a medicina, ma nel caso di architettura, ingegneria, letteratura, forse c’è bisogno di un tassello post-accademico che permetta di far convergere la conoscenza in una forma di professionalizzazione. Non che l’università debba preparare solo professionisti, ma c’è uno scollamento troppo ampio tra il nuovo mondo del lavoro e la capacità di offrire la formazione adeguata.

Ad architettura si registra un calo di iscrizioni, dovuto alla carenza di lavoro e al fatto che i ragazzi hanno trovato altrove il loro percorso formativo. Oggi ad esempio è molto attivo il mondo del gaming, il gioco digitale, che è una sorta di connettivo sociale ad alta tecnologia i cui strumenti vengono impiegati anche nel mio studio per i rendering, eppure non esiste un percorso di studi che permetta di lavorare in questo settore. Ci troviamo in un momento di trasformazione, molto interessante perché stanno cambiando gli obiettivi del lavoro e spesso sono le aziende a provvedere alla formazione interna, come facciamo noi con la nostra Scuola di Sostenibilità SOS, rivolta a neolaureati che desiderano approfondire la formazione nella direzione dell’European Green Deal, imposta a livello sovranazionale con la Roadmap 2050. Obiettivi che la formazione accademica sembra non voler considerare.

Basti pensare che in Cina il top manager di un’azienda che fattura miliardi è un ragazzo di 35 anni: cosa abbiamo sbagliato? Forse in un’azienda che guarda al futuro devi mettere un ragazzo che quel futuro ce l’ha negli occhi.

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