Il pia­no, il pro­get­to e la vi­sio­ne po­li­ti­ca

Torniamo a parlare di densità, un tema assolutamente moderno perché nella cultura insediativa degli abitati antichi la questione non si poneva: si costruivano villaggi e città per vivere insieme, per utilizzare al massimo i vantaggi sociali ed economici delle relazioni e degli scambi tra persone e tra attività. 

Data di pubblicazione
07-06-2017
Revision
19-06-2017

Gli unici ad abitare isolati erano i contadini – che proprio per questo in molte culture regionali erano considerati un po’ asociali, poveri di capacità relazionali – anche se nelle campagne più produttive pure gli abitati rurali erano concentrati in unità insediative più complesse ed evolute.

Riflettendo sugli strumenti operativi utili per realizzare la densificazione, si avverte la stretta connessione con il tema della contrapposizione dei piani e dei progetti, di cui si discute dagli anni Ottanta del secolo scorso. Al proposito, il testo di Andrea Felicioni fa chiarezza, sia sul piano teorico che su quello operativo, sulla questione, con l’atteggiamento didattico di chi, nell’attività di dirigente cantonale, deve illustrare a politici e tecnici come risolvere questioni insediative attraverso procedure complesse e faticose. 

Abbiamo parlato di contrapposizione tra piano e progetto, non tra progetto e piano. È un modo di dire che tradisce come nella pubblica opinione è diffusa la convinzione che viene prima il piano, e che l’architetto, quindi, deve progettare gli spazi dove si svolgerà la vita degli uomini adeguandosi a un quadro di norme e prescrizioni generali dettate dalla pianificazione. Norme e prescrizioni generali che in molti casi sono state elaborate a prescindere dagli effetti spaziali che avrebbero prodotto. Per uscire da una polemica continua e improduttiva, bisogna smontare i luoghi più comuni delle vicendevoli rivendicazioni di gerarchia tra piano e progetto, e portare invece l’attenzione sulla vicendevole relazione di necessità tra i livelli diversi del progetto urbanistico, rompendo i confini e le false incrostazioni disciplinari che hanno finora irrigidito il dibattito. 

Ci sono i livelli delle decisioni insediative e infrastrutturali di grande scala, che devono rispondere a coerenze territoriali più vaste e che vanno assunte ricorrendo a conoscenze diverse – tra le quali sono indispensabili e decisive le competenze spaziali proprie della cultura architettonica – e ci sono i livelli della progettazione vera e propria dei manufatti e delle infrastrutture alle diverse scale. È chiaro – Felicioni insiste su questo – che si può uscire dalla contrapposizione gerarchica, che alimenta rigidità e procedure burocratiche, soltanto se i livelli sono in grado di condizionarsi e correggersi a vicenda in una gestione intelligente e colta dei processi. 

Ma è una scenario teorico, che può funzionare a condizione che a monte ci sia una visione politica forte e condivisa di cosa deve essere il futuro del territorio – una visione fondata su una critica radicale della realtà edificata e dei modelli dominanti - che pervada in generale la cultura insediativa. Una visione forte e condivisa di cambiamento, dalla quale derivino le scelte di quali suoli devono essere edificati, e quali non lo devono essere, quali spazi pubblici e quali relazioni stabilire tra le parti di quello specifico territorio. Altrimenti i processi decisionali vengono condizionati a tutti i livelli da mille piccoli interessi e soprattutto da quelli forti della rendita fondiaria. La politica, intesa nel senso più appropriato e alto di attività civile finalizzata al bene comune, si è in generale impoverita di pensiero e ridotta alla capacità di acquisire consenso nell’immediato. I sondaggi sulle opinioni e le attese degli elettori hanno sostituito i progetti importanti di trasformazione del territorio e la capacità di guardare lontano.

Un esempio di debolezza della politica è il caso di Roveredo. Il progetto di densificazione e «ricucitura urbana» (che di seguito pubblichiamo) è efficace e spazialmente colto, ma non possiamo nascondere che sia l’esito, fortunatamente felice, di un percorso politico sbagliato. È l’esito di una gara tra investitori limitata all’edificazione della piccola porzione centrale dell’ex sedime autostradale, bandita dopo avere archiviato i progetti di un precedente mandato di studio in parallelo, che invece aveva per oggetto il destino dell’intero sedime e dei collegamenti, ed era l’occasione per un pubblico ripensamento critico della forma urbana di Roveredo. 

I progetti urbani di Zurigo e di Ginevra indicano invece una condizione politica e culturale molto diversa, che rende possibile progettare il futuro.