Fili Rossi
Nel terzo appuntamento della rubrica Libri di «Archi», Fili Rossi, si intrecciano le riflessioni di Susan Sontag, Beatriz Colomina e altri autori sul rapporto tra malattia, fragilità e architettura, delineando nuovi linguaggi e prospettive di cura nello spazio abitato.
Nell’introduzione al volume Malattia come metafora la scrittrice e filosofa statunitense Susan Sontag scrive: «Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza: nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese».
Il testo, pubblicato in edizione italiana da Nottetempo nel 2020, porta il lettore a una riflessione attiva sulla concezione e l’accettazione della malattia nell’apparato sociale nel quale ci troviamo. Analizzando malattie quali il cancro, l’AIDS e la tubercolosi, Sontag evidenzia la necessità di nuovi linguaggi e nuovi approcci alla dimensione della cura, nella definizione di una società dove l’individuo fragile e quello sano cessino di condurre due esistenze separate, parallele.
La profondità delle riflessioni di Sontag si ritrova nelle righe del volume X-Ray Architecture, di Beatriz Colomina, curatrice, teorica, storica dell’architettura, la quale propone un’indagine sulle interferenze tra il mondo della medicina e l’abitare. Nel testo, Colomina individua attraverso un affascinante approccio interdisciplinare, quanto gli sviluppi dell’architettura moderna abbiano a loro tempo subito l’influenza dei progressi tecnologici introdotti in campo medico agli inizi del XX secolo: primi fra tutti, i raggi x. La rilettura sociale di Colomina evidenzia infatti come alla nascita di una nuova permeabilità tra interno ed esterno del corpo umano, sia corrisposta una corrente architettonica devota al trasparente, in un’ambigua – e rivoluzionaria – relazione tra interno ed esterno.
Sin da Vitruvio, il primo occidentale a sostenere l’importanza dello studio della medicina per gli architetti, passando per Vasari, che coniugava le proporzioni anatomiche alla progettazione architettonica, arrivando alle opere di Michel Foucault sull’interrelazione tra spazio, potere e cura dell’individuo, la connessione tra architettura e cura costella ogni epoca. Ciò si riscontra anche nelle esperienze, – editoriali e progettuali – più recenti: è il caso del volume a cura di Luca Reale ed Eugenio Arbizzani dal titolo L’abitante fragile. Dalla residenza assistita alla casa multigenerazionale, una miscellanea di contributi che si focalizzano sui paradigmi abitativi alternativi, frutto della messa in pratica di prospettive progettuali dal carattere inclusivo e intergenerazionale.
Nello specifico, il contributo di Alberto Bologna traccia una costellazione di esperienze progettuali e editoriali nel territorio svizzero che manifestano un’attenzione critica verso nuove tipologie di residenza assistita, «in grado di esprimere, sempre di più, aderenza ai principi della Baukultur, il tratto distintivo dell’odierna architettura elvetica».
La categoria dell’utenza fragile, analizzata dagli autori in una ricerca condotta tra il 2019 e il 2022, viene estesa oltre l’ambito sanitario, in un orizzonte sociale all’interno del quale poter mettere in pratica nuove esperienze di co-housing e case di cura. Un’ulteriore riflessione attorno al complesso concetto di fragilità è poi da riscontrare nel volume Fragility. To Touch and Be Touched, a cura di Marlies De Munck e Pascal Gielen, una raccolta di brevi riflessioni sulla fragilità umana sviluppate attraverso parole chiave che scandendo i capitoli definiscono il nostro presente: husk (guscio), distance (distanza), interweaving (interconnessioni), sclerosis (sclerosi), wall (muro), profile (profilo).
I testi, alternati alle illustrazioni dell’artista Lotte Lara Schröder, compongono una visione che mette in discussione gli assiomi del presente rivendicando il nostro bisogno di contatto e di confronto, tra uomini, piante, animali, gruppi sociali, facoltà universitarie. «Una castagna rotola davanti a me nel giardino. La seguo con lo sguardo. Si ferma, immobile, simile a un piccolo carapace. Determinata a impedire a chiunque di avvicinarsi. Faccio un passo avanti. Allungo la mano, ma esito. Se voglio prendere il frutto, mi pungerà. (…) Se la castagna vuole diventare un albero, dovrà permettersi di essere toccata. Se vuole vivere, dovrà aprirsi prima o poi. (...) E gradualmente mi rendo conto che la sua forza non sta nelle spine, ma nella sua fragilità. È tutta una questione di tempismo. Se si apre in tempo, può mettere radici. Se rimane chiusa, morirà all’interno. Davanti ai miei occhi, la castagna esita: toccare o essere toccata?» Il pensiero di Marlies De Munck, filosofa, e di Pascal Gielen, sociologo, invita il lettore a uscire dal proprio guscio protettivo, per affrontare l’altro, connettervisi, muovere critiche o subirne, e, non meno importante, esprimere e mostrare le proprie fragilità per rinascere più coesi e più forti, sia come individui che come comunità.