Fe­steg­gian­do Graf­ton Ar­chi­tec­ts

Una serata con Yvonne Farrell e Shelley McNamara

«Come architetto devi essere ottimista, perché immagini nuovi mondi e questi devono essere meravigliosi, pieni di dignità e bellezza». L'Accademia di architettura di Mendrisio ha reso omaggio alle vincitrici del Premio Pritzker 2020 in una serata che ha alternato ricordi degli studenti, riflessioni dello studioso Fulvio Irace e una conferenza delle architette.

Data di pubblicazione
09-12-2020

Il 26 novembre scorso Yvonne Farrell e Shelley McNamara, co-fondatrici dello studio di architettura irlandese Grafton Architects, hanno partecipato a una serata organizzata dall’Accademia di architettura di Mendrisio per festeggiarle in occasione del conseguimento del Premio Pritzker 2020. Si tratta del più alto riconoscimento conferito a un architetto vivente e si aggiunge a una nutrita lista di premi internazionali ricevuti dalle architette, non ultima la RIBA Royal Gold Medal 2020. Ai successi professionali le due progettiste hanno da lungo tempo affiancato l’attività didattica e dal 2013 sono professoresse ordinarie di Progettazione architettonica presso l’Accademia di architettura di Mendrisio.

Qui il video della serata con Grafton Architects

Dopo i saluti istituzionali, la serata si apre con una serie di testimonianze degli ex studenti, molto emozionati, che hanno permesso di ricostruire, attraverso un mosaico di piccoli aneddoti e ricordi, di errori, insegnamenti e correzioni, il lato più umano e meno conosciuto di Yvonne Farrell e Shelley McNamara. Emerge la capacità di trasmettere un metodo senza per questo imporre una propria visione del progetto, sottolineando sempre che «Prima che architetti, siamo tutti esseri umani». Uno studente ricorda che, quando stava disegnando la sua prima casa, McNamara gli ha chiesto dove avrebbero giocato i bambini e si è accorto che non solo non sapeva rispondere, ma non ci aveva mai pensato. La casa è un dono e come architetti abbiamo la responsabilità di costruirlo: questo è il messaggio trasmesso dalle Grafton. Il loro metodo non è cambiato nonostante i successi ottenuti: si lavora tutti insieme intorno a un tavolo, sulla stessa superficie, come geografi intorno a una mappa, o antropologi intenti in una discussione.

Fulvio Irace presenta un altro punto di vista, quello del compagno di viaggio che segue da vicino il lavoro di Grafton Architects, specialmente a partire dal loro primo progetto fuori dai confini nazionali: l’ampliamento dell’Università Bocconi di Milano. Il progetto ha diviso la città tra sostenitori e detrattori, ma dopo il completamento, nel 2008, ha dimostrato una grande capacità di ascoltare e interpretare la città e la volontà di costruirne i luoghi di condivisione. Non a caso la Biennale di Venezia del 2018, curata da Yvonne Farrell e Shelley McNamara, ha avuto come tema il Freespace, lo spazio di generosità1 dell'architettura. La lettura di Irace evidenzia i tratti principali della poetica delle architette irlandesi esplicitando alcuni temi ricorrenti che istituiscono un legame di continuità tra progetti che hanno programmi differenti o sono lontani dal punto di vista geografico o cronologico. Alla Bocconi di Milano come nel campus dell’università UTEC di Lima o nell’Institut Mines-Télécom, vicino a Parigi, il progetto nasce in sezione e si mostra compatto verso l’esterno ed estremamente poroso all’interno, capace di lasciarsi attraversare dall’aria e dalla luce e di realizzare spazi di transizione polifunzionali, come una scala volutamente ampia, che gli studenti trasformano in un sistema di sedute informali. L’architettura è una piattaforma per connettere esperienze, quando si sanno invertire le referenze tipologiche per costruire un connettivo sociale.

«La casa è un dono e come architetti abbiamo la responsabilità di costruirlo: questo è il messaggio trasmesso dalle Grafton»

Numerosi sono i riferimenti culturali che Yvonne Farrell e Shelley McNamara mettono in gioco in maniera implicita o esplicita e che Fulvio Irace ripercorre con la sua inconfondibile eleganza narrativa e capacità immaginifica: dalle citazioni letterarie di Italo Calvino si passa alle visioni complesse di Piranesi ed Escher, evocate nello spazio cavo della UTEC di Lima. I vuoti sospesi dei solai a sbalzo allo stesso tempo richiamano alla mente la street in the air degli Smithson; quando gli studenti popolano l’università, sembra di veder abitare l’utopia.

Leggi l'intervista a Grafton Architects di Francesca Belloni

Le presentazioni di Yvonne Farrell e Shelley McNamara permettono di riconoscere attraverso i progetti il loro contributo allo scenario mobile dell’architettura contemporanea, in particolare alla definizione di nuove risposte progettuali ai diversi programmi che riguardano la formazione, dalla scuola dell’obbligo all’università. Nel campus universitario di Toulouse è la pianta a generare il progetto: un impianto frammentato che si spezza per adattarsi al contesto. Eppure, nonostante le differenze nel concept del progetto, l’architettura si presenta anche qui massiccia all’esterno e incredibilmente porosa all’interno. Nella New Special School di Konju, in Korea, il programma richiede la creazione di un villaggio in cui gli studenti vivono per tre anni in forma comunitaria e imparano un lavoro. La tipologia impiegata per i dormitori è quella della casa a patio tradizionale, che pur appartenendo al costume edilizio locale costituisce una forma rigida all’esterno e porosa all’interno, dunque affine al linguaggio Grafton: è un punto di connessione tra due mondi distanti, tra modernità e tradizione. Il complesso si costruisce in sezione ed è diviso in tre parti funzionalmente distinte: scuola, residenza e centro sportivo. Dal punto di vista tecnologico il progetto è una sfida: la zona è sismica e le piogge sono frequenti e forti. Per tentare una riconciliazione con gli agenti atmosferici, la natura è integrata nel progetto e lo qualifica, attraverso la vista sulle montagne e l’integrazione del verde negli spazi collettivi. Un procedimento analogo anima la costruzione dell’Anthony Timberlands Center, University of Arkansas, realizzato in un territorio di uragani, in cui piove tutto l’anno. L’edificio nasce in sezione e costruisce un profilo frammentato quasi montuoso, che permette di raccogliere l’acqua piovana nelle profonde spaccature della copertura. Realizzato in legno, come gli edifici tradizionali della zona, costituisce una sorta di abaco delle possibilità del materiale e si presenta profumato, trasparente, poroso.

Yvonne Farrell e Shelley McNamara concludono con un’affermazione particolarmente significativa in questo anno di emergenza continua sul piano sanitario, economico, sociale: «Come architetto devi essere ottimista, perché immagini nuovi mondi e questi devono essere meravigliosi, pieni di dignità e bellezza». Un insegnamento rivolto non soltanto agli studenti.

Note

  1. Come spiegano le curatrici nel comunicato stampa dell'evento, «Freespace rappresenta la generosità di spirito e il senso di umanità che l’architettura colloca al centro della propria agenda, concentrando l’attenzione sulla qualità stessa dello spazio. [...] Nel tentativo di tradurre Freespace in uno dei tanti splendidi linguaggi del mondo, speriamo che possa dischiudere il dono che l’invenzione architettonica ha la potenzialità di elargire con ogni progetto. La traduzione ci permette di mappare e di rinominare il territorio intellettuale e quello vero. La nostra speranza è che la parola Freespace ci permetta di sondare le aspirazioni, le ambizioni e la generosità dell’architettura».