Dia­rio del­l'ar­chi­tet­to, ago­sto 2016

Che gli alloggi dei profughi siano degni

Mentre noi discutiamo (giustamente) di paesaggio, di spazio pubblico, di densificazione, di difesa del verde, di protezione di edifici storici, di trasporti pubblici, di posteggi e così via, dal mondo globalizzato che ci circonda una minacciosa nube va oscurando i rapporti tra gli umani: l’emigrazione di milioni di persone. 

Data di pubblicazione
27-07-2016
Revision
02-08-2016

Rifugiati, migranti

Mentre noi discutiamo (giustamente) di paesaggio, di spazio pubblico, di densificazione, di difesa del verde, di protezione di edifici storici, di trasporti pubblici, di posteggi e così via, dal mondo globalizzato che ci circonda una minacciosa nube va oscurando i rapporti tra gli umani: l’emigrazione di milioni di persone. Questi milioni di migranti sono persone e famiglie in fuga da guerre e dittature e violenze, disperati che tutto hanno perso e sono alla ricerca di un luogo in cui potersi rifugiare. Secondo l’ultimo rapporto dell’Unhcr – Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – sono oltre 65 milioni i rifugiati nel mondo, persone che sono fuggite da guerre e persecuzioni. 

Ma altri milioni di migranti sono in fuga, popolazioni intere che si spostano da territori oramai inabitabili per siccità, in fuga dalla fame e dalla miseria, da paesi diventati inospitali, per desertificazione o disastri naturali. Profughi climatici. Senza riconoscimento giuridico. L’Unhcr non si occupa dei rifugiati climatici, perché la convenzione riguarda solo chi fugge da guerre e da persecuzioni, non ne ha il mandato: l’ONU stima che saranno 50 milioni nel 2020.

I lager, i campi di concentramento di oggi

Questa moltitudine di rifugiati e di migranti che si spostano per disperazione da paesi divenuti inospitali si dirige prevalentemente verso il mondo occidentale, tra cui l’Europa, attratti dal benessere di cui hanno sentito parlare, o visto in televisione o internet, oppure chiamati da parenti o amici di amici che già vi risiedono. Sono ammassati a milioni in prossimità dell’Europa, dentro immensi campi nel Nord Africa, in paesi già alle prese con proprie difficoltà e povertà e prossimi a focolai di guerre. Sono alle porte dell’Europa, come in Turchia, o dentro l’Europa in quegli stati che eufemisticamente sono chiamati «paesi di accoglienza»: Italia e Grecia.

Ma mentre questi disperati bussano alle porte dell’Europa, queste porte che sono anche nostre, queste stesse porte si chiudono. Malgrado mille accordi e promesse l’Europa volta le spalle contro ogni principio di solidarietà e si perde invece in una crescente xenofobia, nel razzismo. Sulla spinta di una paura populista le frontiere si chiudono, stati contro stati, nell’illusoria difesa da queste moltitudini in viaggio nella disperazione. 

Certo, la storia mai si ripete. Mai si ripete nelle stesse forme. Ma le enormi distese di tende dei campi con milioni di profughi rinchiusi dietro alte barriere di filo spinato, sono i lager di oggi, sono i nuovi campi di concentramento – sorti per motivi ben diversi da quelli di più di 70 anni fa – ma dove comunque si muore per malattia, per stenti, per promiscuità, per disperazione. Ciò che più è grave, è che alla radice di tali lager – di ieri e di oggi – è certamente il timore che vengano a pervadere i nostri luoghi, ma è soprattutto l’avversione per il diverso, è il razzismo, la paura per lo straniero. In un mondo che tutti chiamiamo globalizzalo, tale globalizzazione vale solo per beni e servizi, per la finanza. Non vale per le persone.

Oggi come 40 anni fa: allora gli stagionali, oggi i rifugiati

«Illusoria difesa da queste moltitudini in viaggio nella disperazione» ho scritto. Già, perchè potremo anche portare eserciti di polizia e soldati ai nostri confini, potremo sigillare quanto vogliamo le nostre frontiere, ma alla fine la pressione di questi disperati – pressione per l’insostenibilità della drammatica situazione in cui si trovano – sarà incontenibile. Un giorno insomma le barriere oggi erette dai paesi europei, e ci metto anche la Svizzera, dovranno inevitabilmente cedere. E per queste persone si dovranno realizzare luoghi per abitare: che non vuol solo dire dare loro un letto, una cucina, una doccia e WC – alla riscoperta di un nuovo existenzminimum – ma anche luoghi di relazione, di incontri, di gioco.

In un oramai vecchio numero di «Rivista Tecnica» – il numero 22 del 1973 dedicato al tema L’abitazione e i suoi problemi – in collaborazione con Flora Ruchat avevamo pubblicato alcuni testi su particolari situazioni sociali legate all’abitazione. Oltre a un articolo di Flora Ruchat sulla situazione abitativa in generale e in Ticino in particolare, il numero di «Rivista Tecnica» proponeva anche due testi sulle condizioni di alloggio dei frontalieri in Ticino e dei lavoratori stagionali in Svizzera.

Occorre ricordare che allora – eravamo nel 1973 – molta manodopera straniera in Svizzera era composta di stagionali. Istituito all’inizio degli anni ’30, lo statuto di stagionale prevedeva un soggiorno in Svizzera limitato alla durata della stagione lavorativa. Ma non era questa l’unica particolarità del cosiddetto «permesso A»: le prestazioni delle assicurazioni sociali erano ridotte, i lavoratori non potevano né cambiare datore di lavoro né luogo di domicilio nel corso della stagione e il ricongiungimento familiare era vietato. In quel 1973, l’86% della manodopera impiegata nel settore edile era straniera, gli stagionali 200’000, di cui 150’000 nell’edilizia, e 30’000 i frontalieri in Ticino nello stesso settore. 

Il testo Cortina d’oro scritto dal regista Willy Hermann, che allora stava filmando la situazione a cavallo del confine tra Ticino e Italia, descrive le precarie condizioni di vita e di alloggio dei 30’000 frontalieri, operai che vivono la notte nei comuni italiani posti lungo la fascia di frontiera e lavorano di giorno nei cantieri edili del Ticino, per i quali «... il problema dell’habitat – scrive Hermann – diventa sempre più allarmante ... da quando esiste un forte afflusso di “doppi immigrati”, operai cioè che hanno emigrato una prima volta dal sud al Nord Italia, e che emigrano oggi una seconda volta passando pendolarmente dalla fascia esterna a quella interna del confine svizzero».

Il secondo testo pubblicato da «Rivista Tecnica» è redatto dal Centro di contatto Losanna, un estratto dal testo Travailleurs saisonniers, conditions de logement. Vi vengono esaminate le condizioni di alloggio di questi lavoratori, vuoi in edifici in attesa di demolizione, vuoi in baracche, isolate oppure raggruppate attorno a una mensa comune. «Le baracche – si può leggere – materializzano l’esclusione dei lavoratori immigrati. In questo senso si può considerarle i “ghetti” dell’attuale società svizzera... Ciò non è dovuto solo al loro isolamento geografico, ma anche perché questo tipo di alloggio condanna il lavoratore immigrato a vivere nella quarantena organizzata dell’isolamento, dell’anonimato e della promiscuità». E nella legenda alla fotografia di un gruppo di baracche poste in alta montagna, si può leggere che «... significano l’esclusione di coloro che vi abitano da ogni contatto sociale con la popolazione autoctona».

Alloggi per profughi: un compito per gli architetti

Oggi come 40 anni fa lo stesso problema si ripresenta, se – come io credo – l’Europa e la Svizzera vorranno – o dovranno – aprire le loro frontiere a questi disperati, per solidarietà verso chi soffre o per inevitabilità.

E il problema è proprio l’alloggio. Non certo la vergogna di nasconderli sottoterra nei nostri ampi rifugi antiatomici, ma nell’offrire loro degli alloggi degni, in luoghi opportuni, con degli spazi comuni di relazione tra loro, e nell’auspicio di una migliore tolleranza e ospitalità. Che non siano dei luoghi isolati – dei ghetti – ma luoghi che permettano anche contatti e rapporti con gli abitanti, con gli autoctoni. Non solo per idealismo e per solidarietà, ma anche perché la loro integrazione – provvisoria o definitiva che sia – è l’unica soluzione da un punto di vista sociale. È nel convivere che si evitano fratture, contrasti, dispute, violenze.

Noi architetti abbiamo allora un compito. Che non è quello di assistere passivamente a vicende che sembrano esulare dalle nostre competenze, ma al contrario esigono da parte nostra un impegno forte. Io credo che questo sia con urgenza un tema – un problema – che gli architetti debbano affrontare: il progetto di abitazioni e di quartieri per questi immigrati. Negli aspetti urbanistici, abitativi, sociali, economici. 

È un compito e un obbligo per l’Accademia, per la SUPSI, per i Politecnici, per le associazioni professionali. Un compito oltretutto urgente prima che sia troppo tardi, per dimostrare – anche – che la professione di architetto non è solo una faccenda squisitamente tecnica, ma anche umanistica, sociale, di impegno civile. E quindi: non solo far lavorare gli studenti, ma anche sostituire per una volta qualche premio di architettura – utile ad acclamare se stessi – e organizzare invece dei concorsi per progettare questi alloggi, per queste persone che arrivano qui da lontano.

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