Den­tro la pre­e­si­sten­za

Guscetti Pazzinetti Pedimina a Poschiavo

Per la rubrica «Le case degli altri», Matteo Inches osserva il progetto dello studio Guscetti Pazzinetti Pedimina a Poschiavo, dove il recupero di un antico fienile diventa occasione per riflettere sulla continuità tra preesistenza e trasformazione, attraverso l’integrazione di un nuovo volume ligneo all’interno dell’involucro storico.

Data di pubblicazione
22-09-2026

La continuità, intesa come la relazione tra preesistenza ed una sua rispettosa trasformazione, è un aspetto indispensabile da considerare all’interno di una riflessione progettuale. L’intervento dello studio Guscetti Pazzinetti Pedimina a Poschiavo si inserisce in quest’ambito, assumendo il patrimonio costruito come principale risorsa per  lo sviluppo del progetto. L’edificio esistente, già frutto di una precedente riqualifica da parte di Giorgio Guscetti, viene ulteriormente reinterpretato, dal contitolare dello studio Enea Pazzinetti, attraverso il recupero di una porzione di costruito originariamente destinato a fienile.

La conversione dell’antico spazio ad uso agricolo in ambiente abitativo preserva la memoria dell’esistente, leggibile nella sua configurazione spaziale e nella permanenza della sua sostanza costruttiva, trasformandolo attraverso un processo prettamente d’integrazione piuttosto che di sostituzione o cambiamento formale. Un approccio, quest’ultimo, che rimanda ad interventi già effettuati da Guscetti in contesti storici (cfr. Archi 2/2011, Trasformazioni nei nuclei antichi). Si pensi a Chiè di Bronzit (1988) e Casa Marconi (2002) ad Airolo, volumi risalenti rispettivamente al 1727 e al 1612, in cui l’architetto ha optato quale strategia di intervento per «L’inserimento all’interno del volume di un nuovo involucro destinato ad accogliere una casa unifamiliare» al fine di «favorire una lettura stratigrafica dei diversi interventi subiti dall’edificio nel tempo». 

Nel caso specifico di Poschiavo, quindi, si aggiunge un ulteriore elemento di riflessione. La continuità non viene applicata solo all’oggetto studiato bensì al modus operandi degli attori coinvolti. L’atelier di Ambrì ha tracciato un continuum tra il titolare, il fondatore Giorgio Guscetti (1958), e i giovani partner Damiano Pedimina (1971) ed Enea Pazzinetti (1990) che si sono formati, in seguito ai rispetti percorsi scolastici, tra i tavoli di lavoro dell’atelier leventinese. 

L’intervento a Poschiavo può essere letto secondo due gesti, chiari e distinti: la posa di una soletta in calcestruzzo, ancorata ai muri perimetrali e sorretta da un setto al piano inferiore, che suddivide lo spazio tecnico interrato da quello abitativo soprastante e l’inserimento in quest’ultimo di un volume in legno che ospita le funzioni richieste dalla committenza.

La «scatola» in legno, con intelaiatura strutturale in abete e rivestita con pannelli tre strati dello stesso materiale, crea un’interessante dialettica tra la monumentalità dell’involucro storico in pietra e il nuovo elemento in struttura leggera: una boîte à miracle che aggiunge una nuova componente abitativa alla casa preesistente, connotandola di una nuova ala, con accesso indipendente seppur connessa alla zona giorno esistente.

Il nuovo volume abitativo è composto da tre spazi interni: un ampio disimpegno, dotato di armadi a muro su tutta la lunghezza, che funge da atrio d’ingresso, guardaroba e zona per componenti tecnico-funzionali (es. quadri elettrici, lavatrice ecc.), una zona servizio ed una camera matrimoniale con bagno annesso. 
Un intervento sobrio e concettualmente conseguente, sia dal profilo strutturale, con le travi portanti che toccano solo puntualmente i muri in pietra esistenti, sia a livello di finiture, dove il legno avvolge gli spazi, che si arricchisce tuttavia di spazialità extra-muros.

Il vuoto creatosi con il distacco del nuovo involucro dal muro perimetrale verso sud permette di evidenziare la struttura muraria esistente e di integrarla quale componente atmosferica negli spazi interni della residenza, andando ad evidenziare, con una grande vetrata e seguendo la traccia dei progetti passati dello studio, la memoria della preesistenza. Parimenti si crea, al di sotto del volume ligneo e alla quota della nuova soletta in calcestruzzo, un interessante zona di accesso alla casa: una sorta di ampio androne, illuminato zenitalmente, che quasi «grida» di essere utilizzato. Ma rimane tuttavia scevro di qualsiasi arredo e indicazione di utilizzo; e forse il fascino di questo grande spazio risiede nella sua potenzialità futura d’utilizzo, nel suo «poter divenire» piuttosto che nel suo essere.

Ai vuoti interni si aggiunge poi lo spazio esterno della terrazza, accessibile dalla camera o dal disimpegno, ricavato dall’unica vera e propria demolizione sostanziale del progetto: l’eliminazione di un volume accessorio verso ovest, del quale tuttavia rimane traccia nelle componenti murarie che delimitano la terrazza stessa.

L’intervento di Poschiavo è l’esempio di come il concetto del riuso non costituisca soltanto una pratica tecnica o una scelta dettata dalla necessità di aderire al mantra della sostenibilità, ma un approccio culturale capace di attribuire nuovi significati agli edifici esistenti, mantenendo viva la loro identità attraverso la trasformazione e la valorizzazione delle stratificazioni storiche degli interventi.

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