Due ca­se uni­fa­mi­lia­ri a Gru­mo

Per la rubrica Le case degli altri, Rolando Zuccolo si reca a Grumo, in Valle di Blenio, in visita alle case di Matteo Bianchi: un racconto tra geometria, paesaggio e memoria, dove il progetto si misura con il suolo e il tempo.

Data di pubblicazione
30-03-2026

«A dire il vero, l’architettura offre l’aspetto mobile di una geometria viva, e ciò non può ottenersi che a condizione di non seguire un rigore assoluto […]. L’architettura marca il passaggio della geometria dal piano intellettuale a quello sensibile».

Élie Faure, L’esprit des formes, 1949

Quando, lasciata alle spalle Bellinzona, l’autostrada della Città-Ticino consente a Biasca di imboccare con naturalezza la strada per la Valle di Blenio, il paesaggio cambia tono: le montagne restano alte ma si discostano, concedendo respiro al fondovalle. È martedì grasso mentre risalgo la strada verso Grumo,1 frazione di Torre, per visitare le due case unifamiliari progettate da Matteo Bianchi con la collaborazione di Ladislao Ricci. La pioggia si fa leggera, perde consistenza e si trasforma in neve: fiocchi esitanti che per un attimo si posano sul parabrezza prima che i tergicristalli li dissolvano. 

Guidando, torno con la mente alla prima visita, nell’aprile di tre anni fa, a lavori appena conclusi. La luce tersa e primaverile della Valle del Sole disegnava con secca precisione spigoli e aggetti, esaltando la scabrosità dell’intonaco e la composizione geometrica dei volumi, organizzati su una griglia quadrata. Ricordo lo schema ordinatore: i pieni — le due unità abitative e il locale tecnico-autorimessa, tutti su un unico livello — e i vuoti — il patio verde centrale, quello a grigliato dei posteggi per gli ospiti e gli altri spazi aperti che si dilatano nel prato circostante.

Un modulo quadrato (58 × 58 cm) genera l’intero impianto; gli interstizi tra i volumi tracciano percorsi aperti o collegano internamente i due corpi di ciascuna unità. Rivedo l’ombra che sottolinea lo stacco degli edifici dal terreno pianeggiante, sollevati su vespaio ma radicati al suolo dal prolungamento delle paraste dei telai strutturali in calcestruzzo. Mi tornano alla mente anche le coperture a padiglione in lamiera zincata con camino centrale, e l’immediata associazione con la scuola progettata da Dolf Schnebli a Locarno (1963-64)2 e con il Jewish Community Center di Louis Kahn a Trenton (1954-58).

Man mano che seguo il corso del Brenno, appare la neve sui prati; i fiocchi però tornano pioggia. Del resto sto pur sempre salendo in montagna, anche se Grumo è a poco meno di 700 metri. Sono quasi arrivato: devo solo stare attento a non mancare la deviazione che conduce alle case. Appaiono poco più in basso rispetto alla strada principale, ordinate e silenti, sulla sinistra orografica del fiume. Appena sceso dall’auto mi sorprende l’improvvisa apertura del paesaggio: l’ampiezza del fondovalle, i prati, il pendio distante di Marolta e Ponto Valentino.

Con le planimetrie alla mano lo sguardo oscilla tra territorio e rappresentazione e si concentra sulla linea del Piano regolatore che separa zona edificabile e agricola. Una «linea Kandinskij»: astratta, come una saetta attraversa e taglia il mappale imponendo un limite netto ai volumi edificabili. Sul terreno faccio fatica a giustificarla. Il confronto con la planimetria generale evidenzia pertanto lo sforzo del progettista nel conciliare l’idea insediativa, di rigorosa matrice geometrica, con le rigide ingabbiature planivolumetriche fissate a PR. I volumi non oltrepassano quella linea; a superarla è semmai il perimetro ideale del grande quadrato dell’ensemble che, vista la chiarezza dell’impianto, subito si ricompone nella percezione di chi, sul posto, osserva. Il progetto è maturato attraverso ripetuti sopralluoghi e rilievi accurati del terreno, racconta Matteo Bianchi, per ridurre le movimentazioni di terra e calibrare al centimetro tutte le quote. Come ricorda Robert Smithson, il camminare condiziona la vista:3 qui il lavoro di piedi e mente dà i suoi frutti e non necessita di espedienti correttivi — terrapieni, muri di controriva o goffi basamenti — frequenti nelle Objektarchitekturen, impeccabili come oggetti ma meno risolte nel confronto con il suolo.

Più ancora dell’indubbia qualità compositiva e costruttiva, della scelta dei materiali e delle finiture anche interne, ciò che più mi colpisce in questa seconda visita è il misurato inserimento nel paesaggio e la dinamica spaziale che si genera tra le due unità abitative e a partire da esse: unità che, come le foglie di Ginkgo Biloba, sono una eppure doppie.4 Interno ed esterno scivolano fluidamente senza conflitti né cesure (siepi o recinzioni sono del tutto assenti): lo spazio è definito dal relazione tra pieni e vuoti, lontano da ogni esercizio convenzionale. 

Poco importa allora se le torrette delle coperture tronco-piramidali5 non coincidono più con l’originario focolare centrale previsto dal progetto, oggi ridotto a traccia. Dal punto di vista spaziale tale assetto può apparire estraneo al volume del locale tecnico/posteggio; è invece il soggiorno nei volumi abitativi — che pure gode di una generosa luminosità — a beneficiare al suo interno del retaggio di questa configurazione, riaffermando la centralità dell’impianto quadrato. Resta affascinante immaginare come percorsi e assetti distributivi avrebbero potuto articolarsi attorno alla presenza del focolare centrale. Dalla geometria pensata alla geometria vissuta, avrebbe forse chiosato monsieur Faure.

Note

1La località di Grumo fu comune piccolo e autonomo fino al 1928. Nel 2006 Torre è confluito nel comune di Blenio. Oggi la frazione di Grumo conta poco meno di una cinquantina di residenti.

2Nelle scuole di Locarno, le aule costituiscono il principio compositivo dell’intero complesso, assimilato a un sistema-villaggio di abitazioni e, analogamente, si riconosce una tipologia a padiglioni, articolata in gruppi di aule, ciascuna coperta da un tetto piramidale che ne rende leggibile dall’esterno l’autonomia volumetrica e l’identità formale.

3“Walking conditioned sight, and sight conditioned walking, till it seemed only the feet could see” (Il camminare condiziona la vista, e la vista condiziona il camminare, a tal punto che sembra che solo i piedi possano vedere), Robert Smithson, A tour of the Monument of Passaic, New Jersey, in Artforum, December 1967.

4Il 15 settembre 1815 Goethe donò una foglia di Ginkgo biloba all’amata Marianne von Willemer; nei giorni successivi, segnati dalla separazione definitiva, il reiterato dimidiamento delle sue foglie gli suggerì questi versi: Ginkgo biloba. La foglia di quest’albero d’Oriente /affidato al mio giardino/Delizia il sapiente/coi suoi significati nascosti / E’ un essere unico/diviso al suo interno?/O sono due che hanno scelto di unirsi/così da sembrare uno? / Cercando la risposta/ho trovato un sentore di verità/Non senti nei miei canti/che io sono uno eppure doppio?

5Il fondo è inserito a PR in zona Re-residenziale estensiva, con obbligo di tetto a falde. Per ognuna delle due unità – ciascuna composte da due volumi contigui - è stata realizzata una sola copertura a falde, sufficiente a soddisfare le prescrizioni del PR. Diversamente, il volume dell’autorimessa/locale tecnico doveva obbligatoriamente essere dotato di tetto a falde. Per certi versi, risulta significativo il confronto con la soluzione adottata da Livio Vacchini a Vogorno nella Casa Rezzonico (1985): sulla copertura piana furono sovrapposti due tetti a falde in struttura lignea, rivestiti in piode, la cui palese inutilità funzionale rendeva evidente il carattere critico dell’ «addizione» puramente formale imposta da una prescrizione pianificatoria non condivisa.

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