Den­si­fi­ca­re non è au­men­ta­re l’in­di­ce di edi­fi­ca­bi­li­tà

Editoriale Archi 5/2015

«…una città deve offrire agli uomini sicurezza e, insieme, felicità.» (Camillo Sitte, 1889)

Data di pubblicazione
23-11-2015
Revision
16-12-2015

La singolarità dell’altezza del piano terra dell’isolato Kalkbreite, progettato da Müller Sigrist Architekten nel quartiere zurighese di Aussersihl, è rivelata dalle grandi porte aperte sugli angoli: l’interno dell’edificio ospita un deposito dei tram colorati di azzurro che percorrono le strade cittadine. La copertura piana del deposito è una grande corte aperta e, intorno al suo perimetro, altre attività e abitazioni si elevano con altezze variabili. La corte è situata in mezzo alla città, e contemporaneamente è isolata dal rumore ed è attrezzata per essere vissuta intensamente dai residenti di tutte le età, riuniti in cooperativa. Una parte delle abitazioni, tutte di dimensioni diverse, è organizzata in cluster, gruppi di monolocali con angolo cucina, aggregati intorno a spazi comuni per il soggiorno e il pranzo, forme aggiornate di cohousing, condivise da anziani e giovani. La costruzione di Kalkbreite ha rafforzato la complessità della città, prodotta dalla sovrapposizione di tante attività e dalla loro interazione frequentata da generazioni diverse. L’area del deposito dei tram, situata nel centro della città per necessità logistiche, è stata anch’essa utilizzata «per fare città».

Il caso di Kalkbreite è più eclatante, per via della morfologia inconsueta, ma gli altri casi illustrati in Archi 5/2015 sono altrettanto esemplari per gli obiettivi sociali che li hanno promossi e per gli effetti spaziali ottenuti. Kraftwerk 2, a Zurigo Höngg, di Adrian Streich Architekten, è un’altra realizzazione in cooperativa, caratterizzata dalla Terrasse Commune, uno spazio che collega tutti i piani, sul quale si aprono gli alloggi, che celano sul retro gli spazi più riservati per la notte. E Hunzikerareal, di Duplex Architekten, a Zurigo Leutschenbach, è un vero pezzo di città, costituito da tredici edifici in cooperativa che ospitano alloggi, scuole per l’infanzia, ristoranti, atelier. Qui le abitazioni in cluster sono satelliti in un grande spazio comune. La conformazione cittadina a isolati viene riproposta alla scala degli spazi interni, risolvendo con efficacia la differenza tra spazi privati protetti e spazi comuni aperti. E infine il Lieu intergénérationnel, di dar Architectes, a Ginevra Meinier, propone l’incontro tra anziani e giovani ad una scala minore, adeguata alla piccola località.

Il tema è chiaro. La popolazione anziana cresce sempre di più, per l’aumentata longevità e per la riduzione della natalità. Le abitazioni unifamiliari – che si sono espanse, nel Canton Ticino, fino al 30% degli edifici, il 40% dei quali sono abitati da over 65 – offrono agli anziani una prospettiva di solitudine sociale, risolvibile soltanto con l’abbandono dell’abitazione ed il trasferimento in una casa per anziani. La strada indicata dagli esempi illustrati è quella di una politica abitativa che garantisca quello che Giovanni Bolzani definisce «alto valore di longevità attiva», attraverso una condizione di housing sociale complesso, un mix di abitazioni per tutte le generazioni, con altre attività, scolastiche, commerciali, culturali, che ricostruiscano in modi nuovi – tutti da sperimentare – una socialità solidale, compromessa da decenni di dispersione insediativa.

La città di Zurigo e quella di Ginevra sono riuscite a promuovere il «ritorno in città», proponendo dense soluzioni abitative capaci di coniugare privatezza spaziale e condivisione di attività sociali. In quelle città l’abitazione in affitto è assolutamente prevalente, mentre in Ticino prevale una cultura diversa rispetto al concetto di privatezza della casa. Ma quella ticinese è una condizione, oggettivamente più difficile, che dovrebbe sollecitare più creatività nel progetto sociale e spaziale di rinnovo delle soluzioni abitative.

La «densificazione», di cui ormai tutti parlano, non è certamente perseguibile soltanto con l’aumento degli indici di edificabilità: se la cultura abitativa e il progetto spaziale corrispondente rimangono quelli di prima, l’aumento degli indici provoca disastri paradossali, avvicinando tra loro gli edifici isolati unifamiliari, aumentando il numero dei piani degli edifici nuovi, e annullando i già scarsi spazi pubblici. La densità aumentata solo quantitativamente non muta le relazioni sociali e può aggravare le condizioni ambientali. Si tratta di riconoscere la dispersione insediativa e le sue ragioni, e di lavorare in quel territorio, progettando negli interstizi e nelle aree ancora libere spazi pubblici e nuovi manufatti che propongano alternative abitative complesse e convincenti. Paradossalmente, sembra più facile che questo avvenga nei comuni più piccoli, in quei casi nei quali politici e tecnici locali sono più consapevoli della specifica condizione territoriale, e possono utilizzare strumenti di intervento più semplici che nelle città. È il caso del Comune di Coldrerio, che ha promosso un concorso per progettare, in un sito al centro dell’abitato, un complesso di attività – casa anziani, asilo nido, aule scolastiche, spazi commerciali, abitazioni e biblioteca – con l’obiettivo esplicito di realizzare un quartiere intergenerazionale.