Fram­men­ti di Sviz­ze­ra in Afri­ca

archi 2020 2

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06-04-2020

Già dall'Ottocento si riscontrano tracce della presenza di progettisti svizzeri nel continente africano. Da allora, e in particolare a seguito del processo di decolonizzazione, le collaborazioni non hanno fatto che intensificarsi, sulla scia di mandati istituzionali, cooperazione allo sviluppo, progetti di ricerca accademici e iniziative di singoli studi. Si tratta di progetti che nascono da relazioni «asimmetriche e spesso puntuali, squilibrate e talvolta marginali», come scrivono i curatori del numero Tomà Berlanda e Gabriele Neri. Proprio per questo, però, riflettono diversi aspetti del rapporto tra le due terre: mostrano quale immagine di sé la Svizzera veicoli in Africa tramite i suoi edifici-simbolo (le ambasciate) e illustrano come i progettisti elvetici si confrontino con i materiali e le caratteristiche dell'architettura del luogo, traendone forme nuove e ibride; raccontano inoltre una storia di scambio attivo con la popolazione locale, dai progetti di urbanistica partecipata alle collaborazioni accademiche tra università elvetiche ed africane. Il numero apre pure una finestra sul Ticino, con un saggio dedicato alla breve «avventura africana» di Tita Carloni.

Ne emerge, come scrive Mercedes Daguerre, «una mappatura provvisoria, delineata da un osservatore situato al di qua del Mediterraneo, che cerca nel rapporto asimmetrico tra la Svizzera e lo sfaccettato continente africano un filo che organizzi il discorso. Un filo fragile e ambiguo ma denso di possibilità».

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