In­ter­scam­bi asim­me­tri­ci

Una cartografia degli scambi tra Svizzera e Africa in ambito architettonico, dall'Ottocento alla contemporaneità: il co-curatore di «Archi» 2/2020 Tomà Berlanda s'inoltra nell'indagine sui «Frammenti» che i progettisti elvetici hanno lasciato nel continente – e viceversa.

Data di pubblicazione
01-04-2020
Tomà Berlanda
Architetto USI, professore all’Università di Città del Capo

Una mappatura, anche sommaria, della presenza e dell’attività degli architetti svizzeri in Africa restituisce immagini diverse a seconda dell’arco temporale che si prende in considerazione e degli attori su cui si concentra l’indagine. Per questo i risultati della ricognizione vengono presentati da punti di vista distinti ma complementari, che rispettivamente si soffermano sui progettisti più significativi da un punto di vista storico, sulle tendenze più rilevanti della situazione attuale e sul tipo di accoglienza che viene riservata agli architetti africani in Svizzera.

Dalla fine dell’Ottocento alla fine del Novecento, cent’anni di architettura svizzera in Africa

Osservando il fenomeno nel lungo periodo è possibile rintracciare una serie di architetti che, in diversi momenti e contesti, hanno operato in Africa con risultati rimarchevoli. Una delle figure più interessanti è Alfred Ilg (Fig. 1), uno dei primi laureati in ingegneria all’ETH di Zurigo, che, assunto nel 1879 da una ditta con sede a Aden, divenne poi consigliere di Menelik, l’imperatore d’Etiopia, che volle associarlo ai suoi programmi di modernizzazione del paese. Ilg partecipò alla costruzione della nuova capitale Addis Abeba, fondata nel 1886, e costruì ponti, strade e la ferrovia tra Addis e Djibouti (Fig. 2) di cui ottenne anche la concessione. Ilg rimase in Etiopia per quasi trent’anni, maturando una profonda conoscenza del territorio e dei suoi abitanti. Per questo è tuttora ricordato più come amico del paese che come consulente di passaggio e gli è stata dedicata una apposita sala nel museo di Addis Abeba.

Un secolo dopo, nel periodo immediatamente successivo alla conquista dell’indipendenza da parte dei paesi africani, il numero dei progettisti a vario titolo operanti in Africa, probabilmente favoriti dal fatto che la Svizzera appariva come un paese neutrale e senza un passato coloniale, è più ampio. Seppure coinvolti in operazioni di natura e dimensione diversa, una caratteristica che li accomuna è l’evidente tentativo di approfittare della relativa libertà di intervento per condurre esperimenti, sia in termini di linguaggio formale, come nel caso delle chiese e dei santuari cattolici costruiti in Uganda negli anni Settanta e Ottanta da Justus Dahinden, che di tecnica costruttiva.

L’intenzione di sperimentare sul terreno prototipi in grado di innovare pratiche edificatorie e modalità di impiego di materiali tradizionali caratterizza l’approccio di Pierre Bussat che, per conto di Unesco Breda, partecipò alla realizzazione di una serie di edifici scolastici, tra i quali il centro di formazione agricola di Nianing in Senegal (Fig. 4), che ottenne il premio Aga Khan nel 1980; e dei membri di ADAUA, l’Association pour le Développement de l’Architecture et l’Urbanisme Africaine, che costruirono numerosi edifici in diversi paesi africani. Ampiamente pubblicizzate, le loro opere sono state decisive nel divulgare e imporre i canoni della cosiddetta architettura africana contemporanea, dall’uso della terra alle coperture a volta.

In quel periodo, un ruolo importante fu svolto dalla Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC), i cui accordi bilaterali con i paesi africani prevedevano spesso una componente territoriale e architettonica. Nel 1991, ad esempio, la DSC sostenne il programma del governo del Burkina Faso per le città di media grandezza, che prevedeva la costruzione di infrastrutture commerciali in una serie di centri urbani, e architetti svizzeri progettarono mercati, stazioni per autobus e mattatoi. Il progetto di Pierre Jéquier per il Grand Market di Ouahigouya, completato nel 1996, fu selezionato per la seconda fase del Premio Aga Khan del 2004 e lo stesso premio è stato conferito, nel 2007, al progetto di Laurent Séchaud per il Central Market di Koudougou (Fig. 4).

La indubbia qualità delle costruzioni realizzate, la cui fama è stata sancita da importanti pubblicazioni e riviste di architettura internazionali, ha contribuito a veicolare e consolidare un’immagine della Svizzera come di un partner ricco, oltre che di denaro, di sofisticate competenze tecniche e professionali.

Il ruolo delle università

Focalizzando l’attenzione sulla situazione odierna, si nota la compresenza sul territorio africano di molte e diverse figure professionali: dagli studi di architettura indipendenti ai consulenti di grandi imprese commerciali, dai collaboratori di associazioni umanitarie e fondazioni culturali ai funzionari di pubbliche istituzioni.

Ma, più che la diffusa penetrazione di tecnici svizzeri in quello che appare un mercato ancora poco sfruttato, un aspetto particolarmente significativo per avviare una riflessione sulle relazioni, attuali e future, tra Svizzera e Africa, o per meglio dire tra architetti svizzeri e africani, è il ruolo delle università nel determinare gli indirizzi di ricerca e di intervento. Negli anni più recenti, infatti, il sempre più massiccio e sistematico interesse delle scuole di architettura svizzere per l’Africa si è tradotto in molte iniziative.

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