Ti­pi di con­cor­si

Riflessioni e confronti

Data di pubblicazione
15-10-2021
Silvia Barrera Meili
Arch., membro della Commissione Concorsi della SIA e dell’Osservatorio delle Commesse Pubbliche della CAT

La lettura dell’articolo pubblicato su Archi e su Espazium il 12 maggio 2021, scritto da Domenico Iacobucci dal titolo Concorsi e campus: tre esperienze a confronto ha scaturito diverse riflessioni in noi, che riporto qui di seguito. L’articolo nasce da un interessante confronto delle procedure di messa in concorrenza differenti per la realizzazione dei tre campus universitari della SUPSI. L’autore ripercorre e analizza i tre casi dal punto di vista della committenza.

Ed è proprio per questo che sento di cogliere l’occasione per creare un dialogo tra visione del committente, e visione del progettista, in questo caso di nuova generazione, sperando che mettendo sul tavolo le diverse esigenze e, perché no?, le diverse paure, si possa finalmente trovare un campo comune di lavoro e impegno sicuri che l’obiettivo dell’una e dell’altra parte sia lo stesso e cioè trovare nella procedura di concorso l’apertura intellettuale alla progettazione e nel risultato competenza e professionalità.

La prima tipologia di concorso analizzata è stata quella per il campus di Lugano Viganello a due fasi, procedura libera. La volontà qui era permettere la partecipazione a tutti gli architetti con un titolo equipollente al REG, prescindendo dall’esperienza maturata sul campo. Con un certo rammarico l’articolo sembra attribuire a questa apertura verso i giovani architetti «la scarsa partecipazione di alcuni importanti studi».

Ora, sappiamo tutti che la partecipazione a un concorso di progettazione è un investimento di energie anche economiche molto importante, e spesso ogni progettista con una buona dose di modestia teme il gran numero di concorrenti perché, anche solo per un calcolo logico-matematico, si vede diminuire le chances di ottenere considerazione.

Trovo a ogni modo fuorviante ritenere che questo dipenda dalle giovani leve, anzi ritengo che, in tutti i casi, la partecipazione eterogenea di generazioni di architetti formati, porti il concorso stesso al successo, in quanto è proprio dal confronto tra diversità di impostazione che sarà possibile individuare la migliore proposta possibile tenute conto le esigenze del committente. Proprio questo concorso, purtroppo, rende reale e comprensibile la paura di committenti e politici, i problemi avuti (che l’autore non ha ritenuto di riportare in modo dettagliato, sottraendo però così, al lettore, una possibilità di interpretazione personale) sono stati attribuiti all’inesperienza del giovane architetto vincitore, ma bisogna ricordare che ci sono molti esempi di progettisti freschi di studi che hanno saputo garantire competenza ed eccellenza anche nelle realizzazioni dei concorsi vinti. E, in ogni caso, il progettista subentrante, che ha portato l’opera a compimento, può essere definito a pieno titolo «giovane architetto».

Il secondo esempio analizzato è il mandato di studio in parallelo per il Campus Lugano Stazione. Vale la pena sottolineare che generalmente (qualora il committente non godesse di condizioni particolari come le FFS) questa procedura di messa in concorrenza non dovrebbe sostituire una procedura di concorso. Essa nasce come studio preliminare qualora il committente non avesse ancora le idee chiare sui bisogni reali sia a livello di contenuti che a livello territoriale, e dovrebbe avere l’intento di approfondire i temi che chiariscano i reali obiettivi di un progetto, sviscerarne le diverse soluzioni possibili e arrivare a un grado di approfondimento paragonabile a uno studio di fattibilità che ponga le basi per un concorso di progettazione. In questo caso, come prevede la procedura stessa, sono stati scelti, attraverso una prequalifica, i quattro gruppi che si sarebbero impegnati nel processo progettuale. Questa tipologia è ben diversa da un concorso di progettazione in forma anonima, e ha obiettivi molto diversi.

È importante non far passare il messaggio che questo modo di procedere sia quello corretto per conseguire progetti più approfonditi o più «centrati sull’obiettivo» rispetto al concorso di progettazione vero e proprio. Inoltre nel caso specifico analizzato, ricordiamo che la committenza era rappresentata dalle FFS che ha procedure proprie e non sottostà alla Legge sugli appalti cantonale, per cui è di per sé un caso eccezionale, per questi motivi poco estendibile a casi normali.

Dobbiamo ammettere che se un concorso di progettazione a procedura libera non raggiunge gli scopi che si prefigge, forse la motivazione è da ricercare nella stesura del bando, nel coordinamento o nel mancato approfondimento preliminare delle esigenze reali degli enti banditori. Proprio a quest’ultimo punto serve il mandato di studio in parallelo, esso dovrebbe analizzare necessità e dati del problema preliminarmente in modo da gettare le basi per un buon programma di concorso.

Ovviamente l’MSP permette il dialogo aperto tra i progettisti e i committenti, ma questo dialogo dovrebbe portare alla comprensione del luogo e delle necessità reali del committente e alla stesura di desiderata consapevoli e non un approfondimento progettuale vero e proprio che resta obiettivo del concorso di progettazione.

Il terzo esempio, relativo al campus di Mendrisio, è quello di una prequalifica selettiva non anonima. La prima riflessione in relazione a questa prassi è proprio se sia giusto o meno selezionare un numero di partecipanti per nome ed esperienza sapendo che la messa in concorrenza progettuale sarà sì anonima, ma comunque limitata a una rosa di concorrenti scelti in modo trasparente. Nello specifico i criteri di idoneità della selezione per il campus di Mendrisio, non erano estremamente selettivi e hanno permesso a molti studi di candidarsi, con anche la possibilità di scelta di architetti capofila sotto ai 40 anni anche se privi di esperienza professionale personale. A ogni modo l’argomento permette di analizzare l’iter selettivo in sé: mi chiedo se sia corretto che un progettista formato, con ancora poche o nessuna referenze appetibili, spesso non abbia nessuna chance in questo genere di procedimento, non abbia quindi la possibilità di esprimere la propria idea, come se non fosse interesse del committente conoscere la sua visione di architetto e metterla a confronto con le altre.

L’obiettivo di tutti dovrebbe essere quello di trovare un modo di mantenere l’apertura e la libertà di partecipazione globale garantendo qualità ed efficacia. Il rischio nel chiudere il sistema in selezioni restrittive è quello di formare caste di architetti meritevoli che resteranno gli unici ad avere le referenze di partecipazione. Questa mancanza di investimento nelle nuove leve, che rischiano di maturare senza mai avere l’occasione di partecipazione, ha la conseguenza nefasta di ridurre al minimo il dialogo e il confronto che nutrono i concorsi stessi. Negli ultimi anni in Ticino siamo testimoni di molto impegno sul tema concorsi di progettazione, l’argomento è molto sentito da tutte le parti coinvolte. La partecipazione è sempre massiva e i risultati offrono sempre progetti di notevole livello. Le associazioni di categoria come la CAT cercano di migliorare le procedure codificando il più possibile i programmi di concorso, in modo da stilare dei documenti base che possano agevolare il lavoro di coordinatori e committenti, in modo da rendere chiari ai progettisti i punti base, fermo restando che ogni concorso va approfondito in modo particolare e specifico.

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