«Si ri­sco­pri­ran­no gli spa­zi a ca­val­lo tra in­ter­no ed ester­no»

Paolo Canevascini, architetto co-titolare dello studio canevascini&corecco e docente all'Accademia di architettura di Mendrisio, ci parla di una fase di sospensione che preoccupa ma forza anche a sperimentare nuovi ritmi di lavoro; e poi di atelier di progettazione virtuali, case che diventano uffici, modellini di carta e balconi da riscoprire.

Data di pubblicazione
01-04-2020

Espazium – Paolo Canevascini, lei e Stefano Corecco siete titolari di uno studio di architettura a Lugano. Come state gestendo il lavoro in questi giorni?
Paolo Canevascini – Da una decina di giorni lavoriamo tutti a casa e ci teniamo in contatto via Skype o e-mail. Facciamo videoconferenze di gruppo per parlare della situazione con i collaboratori e dare delle informazioni generali, ad esempio sul tema della disoccupazione parziale. Poi se c'è un progetto seguito da un particolare collaboratore ci rivolgiamo soltanto a lui.
Certo, ci manca il contatto, sedersi ad un tavolo, ci sono attività che normalmente svolgiamo ma che ora sono difficili da attuare, come costruire un modellino… ma per un periodo che dovrebbe essere (speriamo!) breve si riesce comunque ad andare avanti. Ci sono anche dei vantaggi: c'è più tranquillità.
Il lavoro quotidiano potenzialmente funziona, ma in questi giorni, con i cantieri fermi, iniziamo a sentire il problema di come occupare le persone. Non ci riusciremo a lungo… Ne abbiamo già parlato con i collaboratori, affrontando anche la questione dell'indennità di salario. A preoccuparci è anche quel che può succedere con i progetti che avevamo in previsione. Di recente abbiamo vinto dei concorsi e si riteneva che dopo le imminenti elezioni comunali si sarebbe passati alla fase di progettazione; ora le elezioni non ci sono più, e inoltre ci chiediamo: a emergenza conclusa i comuni avranno la forza morale e finanziaria per avviare questi mandati? Ci auguriamo che non saranno abbandonati, ma immaginiamo posticipazioni di diversi mesi, e questo per un mestiere come il nostro è micidiale.

Cosa possono fare la SIA o le associazioni per aiutare gli studi?
Tutti noi del settore siamo in grandi difficoltà; non si tratta tanto del cantiere che si ferma o del progetto sospeso, quelli sappiamo che riprenderanno; il vero problema sono i lavori che dovevano partire. Credo che Cantone, Confederazione e Comuni dovrebbero avere la forza di portare avanti gli investimenti che prevedevano di fare e i concorsi nel cassetto. Il Cantone oltre agli aiuti all’emergenza che ha già disposto dovrà cercare di non abbandonare i progetti futuri, perché altrimenti per noi verrà a mancare il lavoro per anni, non solo mesi. E se il settore pubblico non fa da traino, diventerà ancora più dura.
La SIA deve allora difendere il lavoro futuro, chiedendo che i progetti pubblici non vengano rimandati; dovrebbe impegnarsi per limitare le sospensioni a questa fase di emergenza, badando che la situazione non si protragga per mesi dopo che la situazione si sarà calmata. In questo periodo le procedure di concorso sono state sospese per ovvi motivi: non si può consegnare, la giuria non si può riunire, è difficile reperire i materiali richiesti entro i termini… Ma farebbe comodo che appena possibile i concorsi vadano avanti, ora c’è il tempo per lavorarci.

Su cosa si sta concentrando il suo studio in questa fase di rallentamento forzato?
Stiamo anticipando dei lavori: ad esempio dovevamo iniziare una casa e non possiamo farlo, allora stiamo disegnando quelle cose di cui normalmente ti occupi durante il cantiere. Di solito noi inseguiamo il lavoro, siamo sempre un attimo in ritardo; adesso si può anticipare e questo è un aspetto positivo. Insomma, è il momento per smaltire quei famosi plichi di carta sul tavolo…

Approfittate di questa decelerazione anche per dedicarvi di più alla ricerca?
Idealmente potremmo farlo, però per noi la ricerca sono i concorsi, e quelli sono fermi… Non siamo abituati a fare il progetto senza luogo, senza committente, senza scopo: la nostra ricerca è rispondere a un'esigenza concreta. Quindi ora sì, c'è più calma, c’è tempo, ma ci sono anche meno occasioni.

Come si è organizzato per lavorare a casa? Ha dovuto allestire uno spazio lavorativo ad hoc?
Fortunatamente ho una casa grande. Di solito lavoravo col portatile sul tavolo da cucina, ma adesso che la cosa non è saltuaria mi sono installato in un locale. Per molti però il telelavoro è difficile, penso ad esempio a famiglie che condividono un appartamento: in generale le case di oggi sono troppo piccole per una situazione come questa.

poi le nostre abitazioni sono concepite partendo dal presupposto che uno in ogni momento possa uscire per cercare negli spazi pubblici quell'apertura e quella generosità che manca negli spazi domestici. In che modo allora, secondo lei, la situazione attuale cambia la percezione dell'abitare?
Sicuramente è una situazione che avrà ripercussioni pesanti sul nostro modo di vivere. Finita l'emergenza ci sarà un'onda piuttosto lunga sulla nostra maniera di rapportarci con gli altri; anche solo la famosa distanza sociale non credo che sparirà in un attimo. E forse ci accorgeremo dell'importanza dei piccoli spazi esterni – spesso troppo piccoli – che abbiamo attorno alle nostre case. Vediamo in tv le immagini delle grandi città, di questi balconi da cui la gente si saluta: forse si potrà dare più importanza a questi spazi esterni-interni, luoghi che magari prima erano depositi di rifiuti e che potranno diventare qualcosa d'altro o semplicemente tornare ad esserlo. Poi si capirà anche meglio cosa implica lavorare in casa: ci si accorgerà che ogni tanto è possibile (e magari più produttivo), e forse si predisporranno spazi per farlo in modo più regolare. Non credo che possa diventare la norma, anche perché rappresenterebbe un impoverimento delle relazioni, ma potrebbe essere una sorta di intermezzo occasionale.

Lei insegna anche all'Accademia, nell'atelier di progettazione del primo anno. Come si svolgono i lavori lì?
Mentre per chi dà lezioni frontali i problemi che si pongono sono soprattutto tecnici, un atelier deve affrontare altre difficoltà. Noi siamo abituati a insegnare disegnando a partire dagli schizzi o dai modelli degli studenti. Gli studenti a scuola hanno spazi e materiali per disegnare e costruire; ora invece devono arrangiarsi con quel che trovano a casa loro. Probabilmente questo semestre riusciranno a realizzare solo disegni o schizzi e d’altro canto non sono ancora in grado di elaborare immagini 3D. È anche vero che abbiamo visto studenti che riescono a fare cose fantastiche con semplici pezzi di carta, quindi ci faremo sorprendere.
I colloqui individuali avvengono via Skype: ci inviano degli schizzi e dei disegni, noi li stampiamo e poi ci filmiamo mentre disegniamo sui loro elaborati: facciamo insomma quel che faremmo normalmente, a qualche chilometro di distanza. Ogni due settimane vorremmo introdurre un collegamento con tutti, come a scuola, dove regolarmente c'è un colloquio o una critica dove si può valutare il lavoro degli altri.
Da questa situazione si sviluppa comunque qualcosa di diverso, e credo che, anche se in maniera più tortuosa rispetto alle lezioni frontali, anche noi degli atelier di progettazione stiamo riuscendo, nonostante tutto, a insegnare. D'altra parte gli studenti hanno tempo, sono concentrati e hanno voglia di fare. Penso che questa situazione faccia maturare questi ragazzi: un po' sono impauriti, ma sono consapevoli che lo studio li aiuta a superare il momento. Abbiamo visto un impegno anche maggiore del solito; sarà un percorso che li aiuterà per tutta la vita.

Intervista realizzata il 25 marzo

canevascini&corecco

 

  • Sede: Lugano
  • Numero di collaboratori: 2 titolari + 3 collaboratori fissi + 1 stagista
  • Numero dei cantieri in corso prima della chiusura: 4
  • Progetti importanti realizzati o in corso: Scuola dell’infanzia di Gordola, Centro regionale dei servizi di Roveredo, abitazioni in Piazzetta Fontana a Bellinzona, Scuola cantonale di commercio di Bellinzona, Stabile patriziale e piazza comunale di Lodrino

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