Lo­ren­zo Frac­ca­ro­li su Pie­tro Bo­schet­ti: tra­sfor­ma­zio­ne ru­sti­co Po­stiz­zi in Pa­squee

Nel nuovo appuntamento della rubrica "Le case degli altri", l'arch. Lorenzo Fraccaroli si avvicina a Vezio, villaggio di Pietro Boschetti trasformato attraverso cinque decenni di interventi in un vero e proprio laboratorio di una vita progettuale. 

 
Data di pubblicazione
20-01-2026

Nel sito web di Pietro Boschetti, nel canonico elenco di sottosezioni che raggruppano le opere dell’architetto (realizzazioni, progetti, concorsi) spicca una pagina intitolata “Vezio”.

Vezio, un piccolo e isolato villaggio dell’alto Malcantone, immerso in un bucolico ambiente prealpino dominato dalla catena Tamaro-Lema a nord-ovest e affacciato sulle degradanti colline che scendono verso la valle del Vedeggio a sud-est, è ancora ben riconoscibile nei suoi confini; uno dei molti che si attraversano percorrendo le serpeggianti strade alte di quel territorio, finora risparmiato dalla forte spinta edificatoria del resto del Luganese. 

Un’intera pagina dedicata a un singolo villaggio è un privilegio che pochi colleghi possono vantare. Il proprio villaggio, diventato un banco di sperimentazione architettonica in cui, come pietre miliari del suo percorso professionale, si innestano interventi che lo trasformano in un’antologia dell’evoluzione progettuale di un architetto e di riflesso della Scuola Ticinese, del suo rapporto con il costruito e dei mutamenti delle sensibilità collettive.

Così nel lungo arco temporale che copre cinque decenni, dal 1972 con il suo primo intervento sulla casa Paterna al 2022 con la ristrutturazione del rustico Postizzi, Vezio ha visto mutare il proprio nucleo tradizionale attraverso gli interventi di Boschetti. Le fotografie del “prima” rigorosamente presenti in tutte le raccolte dei diversi lavori, sono strumenti utilissimi nel comprendere l’evoluzione degli approcci progettuali.

Piazza Pasquee può essere considerata la summa di questa raccolta antologica: il piccolo vuoto al centro del villaggio che svela nel proprio nome la sua funzione originaria di luogo di monticazione, è circondato su tre lati da opere di Pietro Boschetti: a nord-ovest il rustico Mantegazza-Boschetti, a sud-est casa Toffoletto in Pasquee, a sud-ovest il Rustico Postizzi.

Un arco temporale di trent’anni affacciato su pochi metri quadri di vuoto in cui si esprime un’iperbole di maturazione e consapevolezza progettuale. Salta all’occhio la cosciente e precisa differenza di approccio progettuale tra un edificio residenziale e un rustico: Boschetti fin dal principio dimostra un’intima conoscenza e la piena padronanza nel controllo dei dettagli costruttivi che contraddistinguono le due tipologie funzionali. Casa Toffoletto del 2016, che è parte di un fronte residenziale, è caratterizzata da murature intonacate, davanzali in pietra sporgenti e aperture contenute fatta eccezione per l’ultimo livello che, in passato, era spesso utilizzato come essicatoio, quindi dotato di grandi aperture. Le finiture sono semplici ma curate, coerentemente con gli edifici tradizionali destinati all’abitazione.

Il confronto più interessante però, vista la similarità della “materia prima” è quello tra i due rustici: il Mantegazza-Boschetti del 1988 e il Postizzi del 2022. Il primo, pur preciso nella cura delle diverse parti, risulta nella sua impostazione generale fortemente influenzato e sottomesso a un bisogno di ordine compositivo dettato da un rigore espressivo influenzato dalla forza di una scuola ticinese all’apice della sua evoluzione. L’eliminazione del pilastro di sostegno del colmo in muratura, tipico dei rustici delle nostre latitudini e l’introduzione del timpano a capriata, portano il rustico verso una tipologia più alpina che sottocenerina che non ci si aspetterebbe di trovare a queste latitudini.

Trent’anni dopo, con il piccolo rustico Postizzi, il risultato parla di tutt’altro approccio: una relazione di osservazione, di dialogo e di profondo rispetto verso l’oggetto dell’intervento. Boschetti adotta l’atteggiamento di chi, raggiunta la piena maturità progettuale, sa che è sufficiente sussurrare per trasformare, con pochi colpi di pennello, un antico rustico in un’abitazione, mantenendone nel contempo il carattere e il ruolo specifico all’interno del “sistema nucleo”, la cui impronta storica è data dalla proporzione e dalle relazioni tra edifici rurali e residenziali.

All’interno, sorprendentemente luminoso, i pochi metri quadri disponibili sono stati minuziosamente utilizzati. L’affiatamento tra un padre architetto e un figlio falegname, ha generato una moltitudine di armadiature a scomparsa e piccoli anfratti ingegnosamente sfruttati. Nemmeno un centimentro è lasciato al caso.

La camera, poco più grande del letto che vi è contenuto e l’unico servizio, dal quale si accede al minuscolo locale tecnico, occupano interamente il pianterreno. La zona giorno e il soppalco il primo e il secondo piano. Una piccola abitazione con tutto il necessario e nulla di superfluo.

Se il generoso affaccio dello spazio principale su piazza Pasquee, ricorda l’originaria relazione funzionale tra l’edificio e le sue adiacenze, il tronco biforcato utilizzato quale terzera del tetto, rimane a discreta testimonianza di quella civiltà contadina che anteponeva il senso pratico a quello estetico.

 

Qui si possono leggere tutti i testi del dossier «Le case degli altri», e qui l'editoriale. Questo scritto fa parte della nuova fase della rubrica, inaugurata con il numero Case da vivere | Homes to live with 

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