L'es­sen­za del­l'a­bi­ta­re

Oggi l’architettura è pensabile anche in un più ampio contesto, svincolato dagli aspetti funzionali? Questa la riflessione di fondo su cui verte il Padiglione svizzero allestito a Venezia in occasione della Biennale Architettura 2018. Eccone un assaggio con SIA e Pro Helvetia.

Data di pubblicazione
09-04-2018
Revision
09-04-2018

Ciò che Alessandro Bosshard, Li Tavor e Matthew van der Ploeg hanno in programma per questa 16. Mostra Internazionale di Architettura ci appare nel contempo lontano e vicino. Il team di architetti che allestisce il Padiglione svizzero dedica infatti la propria realizzazione, intitolata Svizzera 240, a interni abitativi più o meno standardizzati.

Il numero 240 si riallaccia all’altezza minima che di norma devono avere i locali, nella maggior parte delle regioni del nostro Paese. Il giovane team focalizza la propria attenzione su quel momento particolare in cui un alloggio è terminato, ma non ancora abitato, aprendo un dialogo innovativo sulle peculiarità di un’unità abitativa.

«Striptease dell’essenza»

L’approccio proposto è effettivamente uno spunto di discussione e lo dimostra la presentazione itinerante, organizzata per la prima volta dalla SIA e da Pro Helvetia, per illustrare il progetto pensato per la Biennale. A Basilea, durante l’inaugurazione del roadshow, il direttore del Museo svizzero di architettura Andreas Ruby ha parlato di «militante vuoto» e «striptease dell’essenza». L’architettura funziona infatti soltanto attraverso un atto di appropriazione sociale. L’architetto Anna Jessen ha menzionato al proposito come, durante i propri studi, sarebbe stato impensabile un complesso residenziale senza arredamento. La Jessen ha proposto di immaginare il Padiglione in un’ottica che ammettesse molteplici varianti. Grande successo ha suscitato l’idea di realizzare un’installazione percorribile, che invitasse a riflettere sul concetto di rappresentazione architettonica. Bosshard, Tavor e van der Ploeg si allontanano dal predominante ruolo rivestito dalla pianta di un edificio, che riduce lo spazio tridimensionale a una superficie bidimensionale, offrendo invece la possibilità di fare un vero e proprio tour delle abitazioni. Dalla percezione orizzontale lo sguardo si sposta così a una dimensione verticale, a portata d’occhio, agevolando le esperienze corporee e la percezione di suoni, odori e luci. Il risultato? Una rappresentazione architettonica plurisensoriale.

Sfere abitative disabitate

Uno dei principali input alla base dell’idea creata per il Padiglione consiste in una serie di fotografie di appartamenti finiti ma non ancora abitati, tratti dai siti web di alcuni architetti svizzeri. Riunite in un catalogo, le immagini mostrano da un lato il «fascino che emana dall’architettura convenzionale», così Bosshard, e dall’altro una «sottile differenziazione degli interni» quale fenomeno tipicamente svizzero, così Tavor. Durante una discussione nata in merito all’idea di «Freespace», tema all’insegna del quale si terrà la Biennale 2018, e alla scelta di delimitare l’altezza dei locali a 240 centimetri, si è resa chiara l’ambizione espressa dal team di progettisti. L’obiettivo posto è quello di riuscire a sondare i potenziali di qualità architettonica, anche in uno spazio ristretto. Alessandro Bosshard racconta che le curatrici gli avevano consigliato di realizzare un’installazione alta sei metri.

Il team però ci teneva a mostrare «tutto ciò che è possibile fare con un’altezza di 2,40 metri». Con il roadshow che anticipa la 16. Mostra Internazionale di Architettura, Pro Helvetia e la SIA invitano a riflettere sull’idea proposta per il Padiglione svizzero, il cui progetto per la prima volta è stato selezionato attraverso un concorso a procedura libera.

 


Informazioni
Qui i video della presentazione e della discussione a Basilea.


 

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