Il pe­so del «ren­der» nel con­fron­to tra pro­get­ti

Il fotorender ha oggi un ruolo rilevante nei concorsi d’architettura. Prende spazi importanti nelle tavole ed è lo strumento prediletto dai media per presentare i progetti vincitori; tuttavia, la sua immediatezza ineguagliabile pone degli interrogativi, che non riguardano solo il grande pubblico, ma anche l’occhio esperto dei critici giurati. Ne parliamo con l’architetto Lorenzo Fraccaroli, partner dello studio dueA architetti, già vincitore di concorsi e membro di diverse giurie: un appello ad ampliare il dibattito.

Data di pubblicazione
29-06-2023

Pablo Valsangiacomo: Elaborare un concorso necessita di molto tempo e lavoro. A corredo del progetto, nel bando si richiedono immagini, dettagli costruttivi, calcoli SIA, il modello volumetrico, ecc. Un grande impegno per i progettisti...

Lorenzo Fraccaroli: Da lungo tempo ormai viviamo il dibattito sull’investimento sempre maggiore richiesto all’architetto nei concorsi. Il divario si fa sempre più profondo tra committenze che, allo scopo di tutelarsi, esigono gradi di approfondimento delle proposte molto elevati, e progettisti che ritengono sproporzionato l’investimento aziendale preteso rispetto al fine ultimo del concorso, ossia la scelta, attraverso la miglior idea presentata, del professionista con cui collaborare nella realizzazione dell’opera prospettata.

PV: Secondo lei nell’ambito dei concorsi il render è uno strumento che facilita il compito richiesto o è un ulteriore impegno?

LF: Non vi è una risposta univoca. Gli strumenti a disposizione dell’architetto per comunicare la propria idea sono rimasti immutati per secoli: il disegno, lo schizzo, il modello. Il primo, un linguaggio vettoriale e bidimensionale le cui implicazioni spaziali rimanevano misteriose ai più. Il secondo, attraverso poche linee restituiva un’ombra volumetrica ai glifi bidimensionali. Il terzo poteva dare concretezza con volumi, superfici, luci. Si trattava di mezzi propri dell’architetto, il quale li padroneggiava allo scopo di rappresentare la propria idea. D’altro canto chi era chiamato a giudicare un progetto lo faceva sulla base di linguaggi che gli consentivano di muoversi saldamente nel campo della razionalità. La modellazione tridimensionale si pone in un ambito intermedio tra schizzo e modello, un passaggio delicato perché a essere protagoniste non sono più le informazioni spaziali, formali o volumetriche, bensì l’atmosfera. Si passa dal piano razionale a quello emotivo. Da funzionale rappresentazione di facile comprensione a un’opera vera e propria, che risponde oggi più alle regole delle arti visive, come la fotografia e la pittura, e che come esse, penetra in profondità nel fruitore, andando a colpire direttamente la sfera emozionale.

PV: Il render non come strumento razionale, bensì espressivo…

LF: In un mondo sempre più governato dall’immagine e dall’effimero l’architettura rimane, per sua natura intrinseca, il baluardo della concretezza. Eppure stiamo permettendo che si imponga tra i principali veicoli di rappresentazione della prospettata opera architettonica, un’opera a sé stante la cui sincerità è quanto meno discutibile e la cui produzione esula ormai dai mezzi propri di uno studio di architettura di piccole o medie dimensioni, che si vede quindi costretto a commissionare a terzi la rappresentazione «atmosferica» della propria idea a colpi di pennello digitale.

PV: Eppure esso può aiutare a leggere l’opera immaginata dall’architetto.

Se nel privato, nel rapporto architetto-cliente questo modus operandi può essere assimilato ad altre strategie di marketing legittime, nei concorsi dove si cerca un confronto paritario, motivato e razionale di diversi progetti, l’inclusione di questo elemento di comunicazione merita forse qualche riflessione. Il render introduce nel gioco un fattore soggettivo che non ha nulla a che vedere con il lavoro del team di progetto. La potenza delle immagini è universalmente riconosciuta come lo sono la bravura e la raffinatezza di molti renderisti professionisti. Ma si sta veramente fornendo un’informazione utile alla giuria? O si sta mostrando qualcosa di fuorviante? Nella migliore delle ipotesi, si può sperare che i giurati resistano alla fascinazione della  sofisticata rappresentazione digitale e che riescano a giudicare un progetto per ciò che è, senza lasciarsi coinvolgere da immagini che poco hanno a che fare con il risultato finale. L’impressione è che non vi sia né una consapevolezza né delle opinioni univoche sulle implicazioni sull’utilizzo dei render. Sarebbe opportuno approfondire l’argomento e riflettere su quanto spazio fisico e figurato destinare a questo strumento.

I risultati dei concorsi su competitions.espazium.ch/it