Giar­di­ni pe­ri­fe­ri­ci?

Parks in Stadtrandgebieten? Dall'utilizzo della parola giardino alle tipologie di giardini/aree verdi presenti su suolo urbano.

Data di pubblicazione
10-04-2013
Revision
19-10-2015

Giardini?

L’uso della parola giardino all’inizio di questo testo potrebbe confondere il lettore sul suo significato, visto che di fatto parlerò degli spazi pubblici urbani delle nostre città e, in particolare, di quelli che si trovano in situazione periferica. La parola periferia ci avvicina a un luogo lontano dal centro, con finiture povere e scarsa manutenzione. La periferia è la zona che circonda una determinata area geografica considerata come centro o nucleo; è marginale, senza carattere, senza limiti, una zona urbana penalizzata e abbandonata. Il giardino è bello e quasi sempre consigliato. Il giardino si associava, nella mente dei nostri primi antenati, all’idea del paradiso perduto. Paradiso – pairidaeza in persiano – significa giardino, inteso come una parte di natura addomesticata che ci suggerisce un luogo privato, intimo, limitato, piacevole, ben curato e pieno di possibilità sensoriali.

È abituale utilizzare espressioni come spazio urbano o parco pubblico per definire la maggior parte degli spazi non costruiti delle nostre città. Ciò che non può essere classificato in queste due espressioni e non abbia un uso ben definito è considerato terra di nessuno – terrain vague –, luoghi che hanno perso la loro funzione originaria, spazi che si intravedono come vuoti urbani in attesa di una nuova destinazione. Territori che classifichiamo come «vuoti», e che intendiamo trasformare in città utilizzando le regole dell’urbanistica tradizionale; tuttavia, se siamo capaci di analizzarli con uno sguardo più intenzionale, scopriamo che si tratta di luoghi «pieni» di significati, dai testardi accidenti geografici che ancora conservano alcune delle loro caratteristiche primitive, ai resti di spazi agricoli in via di abbandono, dai piccoli corsi d’acqua contaminati ai dintorni industriali obsoleti.

Quando stavo finendo di scrivere la mia tesi dottorale sugli spazi liberi per una città sostenibile, ho deciso di recuperare la parola giardino nel titolo principale, mettendola assieme alla parola metropoli. Recuperare questa parola serviva per riconciliarmi con il mio passato, ma anche per associare le diverse dimensioni del giardino con la risoluzione dei vari problemi delle nostre città. Se in ogni momento storico le differenti società hanno tentato di esprimere la propria idea di paradiso nel modello di giardino che hanno sviluppato – gli arabi sublimarono l’oasi e gli anglosassoni la radura nel bosco – forse era arrivato il momento di pensare quale era il modello di giardino – paradiso – che richiedevano le nostre metropoli.

Il giardino della metropoli sarebbe stata l’espressione che mi avrebbe permesso di raggruppare tutti gli spazi aperti della città, dalle strade e piazze dei nostri centri urbani alle nuove aree che avremmo potuto recuperare nelle nostre periferie. Il giardino della metropoli sarebbe il prodotto dell’accumulazione di ogni spazio libero possibile, dai parchi naturali ai parchi urbani, dai fiumi alle spiagge, dai corridoi verdi alle nuove agricolture urbane, dai boschi metropolitani alle zone degradate che siamo in grado di recuperare, dai dintorni verdi delle infrastrutture che ci invadono agli spazi necessari per risolvere i problemi ambientali delle nostre città.

Centrali o periferici?

I parchi urbani sono nati nel XIX secolo quando diventa evidente la necessità di reintrodurre la natura all’interno delle città, le quali erano cresciute in modo eccessivo separandosi dal paesaggio naturale, prima rintracciabile nell’immediata periferia. Dai parchi reali di Londra trasformati in parchi pubblici al Central Park di New York, ogni città voleva il proprio parco, come Barcellona con il parco Ciudadela progettato da Josep Fontseré nel 1873 o Amsterdam con il Voldelpark del 1896.

Tradizionalmente esistevano due modelli nel rapporto tra natura e città: l’introduzione di elementi naturali nel cuore dell’abitato o gli interventi per uso pubblico al di fuori dell’agglomerato urbano. Il primo, come erede della tradizione anglosassone di creare parchi urbani per risolvere i conflitti generati dalla crescita eccessiva delle città; il secondo, teso a soddisfare l’esigenza del cittadino di appropriarsi dei paesaggi circostanti che sono diventati il luogo dove sviluppare tutte quelle attività per il tempo libero che non trovano posto nel centro della città. Ma come si può parlare oggi di centro o di interno in un momento in cui quasi tutto è città? I limiti della città sono indefiniti, la dispersione è il fenomeno urbano più attuale, le nostre città dispongono di diversi centri, i resti geografici che perdurano negli interstizi della nostra metropoli sono il migliore territorio del progetto e la natura dei dintorni si è incorporata al mondo urbano grazie alla facilità di comunicazione.

Anche se oggi molti sarebbero d’accordo nell’affermare che l’idea di parco centrale è obsoleta, il fatto è che la volontà di ottenere un grande parco pubblico all’interno della città sopravvive ancora nell’immaginario di molte città che perseguono questo mito di centralità verde così brillantemente rappresentato nel cuore di Manhattan. Il mondo è pieno di parchi centrali che seguono la scia del Central Park di Frederick Law Olmsted, come il nostro progetto per la vallata a Sant Cugat del Vallés (foto), che pur essendo concepito come un parco lineare che conserva un piccolo fiume e collega il centro città con il paesaggio circostante, ha ricevuto il fantasioso appellativo di Parc Central. In città frammentate e dominate da infrastrutture che segmentano il territorio, ogni luogo di opportunità progettuale può trasformarsi può trasformarsi in limite, bordo o articolazione.

Tra la città e il paesaggio, tra ciò che si occupa e ciò che si conserva, tra gli usi abituali del mondo urbano e i processi agricoli o naturali che forse possono anche essere parte del’immaginario cittadino, inclusi i presunti luoghi centrali possono, attraverso una visione più ampia, avere la possibilità di collegarsi a processi più generali che li trasformeranno in parte di un sistema maggiore. Lo spazio pubblico nelle nostre città è tradizionalmente composto da strade, piazze e parchi. Nuove situazioni metropolitane hanno ampliato le categorie possibili di spazi urbani generando luoghi pubblici prima inimmaginabili in un territorio che si estende dal cuore della città fino al suo paesaggio più distante. Tutti i nuovi spazi pubblici possono avere la qualità che prima si associava al parco urbano, da una via pedonale a un edificio che offra una molteplicità di spazi all’aperto, da un paesaggio degradato che viene recuperato a una geografia vicina che si incorpora all’uso cittadino.

La maggior parte delle città per anni hanno maltrattato il proprio spazio pubblico consegnandolo all’uso indiscriminato dei veicoli privati. Durante l’ultimo ventennio del XX secolo, la riforma dello spazio pubblico della città è diventata la novità più importante ne campo del paesaggismo. Il modello «Barcellona» è stato costruito a partire dal criterio di riforma qualitativa degli spazi urbani, dalle strade ai viali, dalle piazze ai nuovi parchi, ma si è anche nutrito di un’idea potente e globale: recuperare l’elemento geografico che aveva motivato la nascita della città stessa, il mare.

Se Barcellona recuperò il suo rapporto con il mare, Londra si riprese il suo fiume, Bilbao il suo estuario, e ancora oggi si può vedere come Amburgo stia trasformando il suo rapporto con il porto fluviale tramite il progetto Hafencity o come New York stia modificando il perimetro di Manhattan con l’obiettivo di ottenere un waterfront verde. In questo processo di riforma, le città hanno constatato la difficoltà di superare le infrastrutture che esse stesse avevano creato e l’incapacità di trovare nuovi spazi in cui collocare gli usi che non hanno posto nelle loro strutture urbane.

Molti progetti degli ultimi anni hanno cercato di integrare le infrastrutture nel tessuto urbano, correggendo l’impatto ambientale, eliminando le barriere create, favorendo la continuità urbana tagliata e tentando che il solito paesaggio della periferia che esse stesse contribuiscono a creare diventi un nuovo paesaggio in grado di sfruttare le risorse della propria infrastruttura, ma riuscendo a recuperare quelle qualità urbane che si associano agli spazi centrali. Il nostro parco per il nodo della Trinidad di Barcellona (foto) è un esempio di come un banale e periferico incrocio di autostrade urbane possa diventare il centro di un quartiere utilizzando strategie provenienti dall’agricoltura e dal giardino.

Ecologici?

Negli ultimi anni del secolo scorso è cominciato a essere evidente che i problemi del paesaggio non solo si trovavano nel cuore delle nostre antiche città, ma anche in tutto il territorio, in un intero Paese che è già città quasi nella sua totalità. L’influenza delle preoccupazioni ambientali e lo sviluppo di un nuovo sguardo sui dintorni metropolitani ha comportato un diverso tipo di progetti per i quali la questione non era più la riforma esclusiva della strada, piantare un parco o avvicinarsi alla natura. Ora si trattava di superare le infrastrutture che spezzano il territorio, di recuperare i luoghi degradati che invadono i nostri paesaggi, di dare accessibilità alle agricolture semiabbandonate o di incorporare i resti degli elementi geografici che ancora persistono nelle nostre metropoli.

Questo nuovo approccio è attento all’ecologia, ma anche alla tradizionale sensibilità del paesaggismo. Si tratta di progetti che affrontano problematiche più complesse e programmi più variegati, ma che sempre conservano la condizione di luogo pubblico. I nuovi luoghi sono costruiti con i soliti materiali – la terra, l’acqua e la vegetazione –, possono essere sviluppati nel rispetto dei processi naturali che possiamo conservare o reinventare, e con venerazione per l’agricoltura come l’attività che ha modellato la maggior parte dei paesaggi che conosciamo. Un tipo di intervento che non richiede l’eliminazione dell’esistente per costruire qualcosa di nuovo, ma che sfrutta le caratteristiche essenziali di ciò che mantiene per dare origine a un nuovo fenomeno paesaggistico che evidenzia il preesistente, lo potenzia tramite la natura che lo invade e lo trasforma in una parte dei nuovi percorsi verdi. Il parco di Duisburg Nord di Peter Latz nell’insieme di interventi dell’Emscher Park o la recente riconversione in spazio pubblico della High Line di New York di Diller Scofidio e James Corner illustrano molto bene questo nuovo modello di parchi pubblici. Il nostro parco per la Vaguada de las Llamas a Santander (foto) è anche un esempio di come zone umide preesistenti che erano da eliminare possano diventare il tema principale di un nuovo spazio pubblico.

La capacità di creare nuove nature appare come una condizione meravigliosa della nostra professione che, superando le strategie abituali legate al mondo tradizionale del giardino o gli atteggiamenti statici del movimento ambientalista che promuove solo la conservazione dei paesaggi di maggiore valore, ci permette di inventare un nuovo bosco o nuove zone umide come fa Michael Corajoud nel parco di Sausset alla periferia di Parigi, o come nel nostro progetto per il risanamento della vecchia discarica di Barcellona nel Garraf (foto), in cui si utilizzò la riproduzione di un sistema agricolo per restaurare un sito degradato come passo intermedio per il recupero delle condizioni naturali perdute.

Continui?

I percorsi verdi possono diventare il principale spazio pubblico delle nostre città. Sia all’interno del conglomerato urbano che in tutta l’estensione del territorio, i cittadini apprezzano i tragitti lenti che li mettono in contatto con la natura. Dalle passeggiate in città alle strade di lunga distanza, le nostre metropoli offron infinite possibilità che spesso sono impedite, avendo tagliato le vie che conducevano fuori, permettendo così il degrado dell’ambiente cirscostante. In un parco urbano i cittadini usufruiscono di tutto quello che i sentieri offrono. I parchi che favoriscono i tratti lineari senza ostacoli incitano gli utenti a camminare, come accade nel nostro progetto per gli spazi pubblici localizzati nell’alveo del fiume di Sant Climent a Viladecans (foto).

Alcuni critici americani come Margaret Crawford in Narratives of lossannunciano che gli unici spazi liberi possibili nel futuro saranno quelli privati – centri commerciali, università, ozio, turismo – o gli spazi liberi collegati alla mobilità – autostrade, stazioni, porti, aeroporti. In questo contesto di privatizzazione l’unico spazio pubblico desiderato dai cittadini sono i sentieri verdi – greenways – come bene ha spiegato Arturo Soria: una versione moderna dei parkways di Olmsted, un nuovo tipo di parchi lineari che sono costruiti sui binari ferroviari dismessi, sulle rive dei fiumi o sulle vecchie strade e sono utilizzati sia per il tempo libero, sia per lasciare la città a piedi, a cavallo o in bicicletta, cioè senza utilizzare la macchina.

I giardini periferici sono la conseguenza di una strategia costruita dal paesaggio, sono il risultato dell’atto di imparare a fabbricare paesaggi, un approccio che riguarda la conoscenza del territorio in tutte le scale di lavoro, da quella geografica a quella individuale, dalla dimensione satellitare alla lente di ingrandimento. Michael Corajoud parla del passaggio tra scale come una delle caratteristiche essenziali del lavoro del paesaggista, il fenomeno che ci permette di capire simultaneamente il tutto e il dettaglio, il vicino e il lontano. I giardini periferici contribuiscono a consolidare la continuità dei sistemi verdi a partire dal tracciato dei diversi sentieri lenti che possono aiutare a cucire l’abitualmente disarticolato territorio metropolitano.

Richard Forman sviluppò da Landscape Ecology il sistema – matrix, corridor, patches – in cui identificava alcuni punti strategici – military points – come i principali luoghi di progetto. Il luogo che poteva consentire a tutto il sistema di essere comprensibile. Molte volte i percorsi lenti che tentano di consolidare la continuità tra le parti trovano degli ostacoli che richiedono soluzioni più complesse. I ponti e le gallerie sono spesso il metodo più efficace per superare questi ostacoli. Si tratta di elementi che connettono le discontinuità e diventano punti strategici del nuovo sistema urbano. I nostri ponti del Llobregat (foto) permettono ai cittadini di Sant Boi de Llobregat di accedere ai sentieri laterali del fiume proponendo dei percorsi prima impensabili. Riformare la città per promuovere i percorsi lenti e recuperare la continuità perduta tra il centro e le aree naturali dei dintorni è forse la nostra migliore opzione per il futuro. Un buon argomento per i parchi pubblici del XXI secolo.

Utili?

La natura nella città, di solito rappresentata dai parchi, costituisce la più chiara espressione dello spirito popolare che associa l’immagine dei paesaggi desiderati allo spazio pubblico. Sono ormai passati molti anni da quando Joseph Rykwert, nel suo articolo Il giardino del futuro, tra estetica e tecnologia3, ci rivolse l’invito a risolvere una delle rivendicazioni più chiare del nostro tempo: «Portare la natura alla città e renderla utile al cittadino».

Gli spazi liberi periferici possono contribuire al buon funzionamento delle nostre città, fornendo utilità ecologica, urbana, agricola. Trovare nuovi significati per gli spazi liberi metropolitani ci può permettere di sviluppare il progetto della città a partire da un nuovo modello di continuità. Non sarebbe più la città compatta tradizionale – con le sue strade, viali, piazze e parchi – ma si tratterebbe invece di una nuova lettura della città dispersa, in cui questo nuovo spazio libero può consentire la coesione, aiutare a rendere comprensibile, essere la nuova strategia che definisce la forma della metropoli.

In questo nuovo rapporto tra città e territorio, dove la città è metropoli e lo spazio libero costituisce uno degli strati principali che la compongono, sarà necessario rispettare le norme ambientali, reinventare alternative ecologiche intelligenti, cercare nuove strade per il mondo agro-forestale e, ovviamente, sapere come integrare queste operazioni nei progetti urbani e territoriali di cui abitualmente fanno parte. La gestione delle risorse idriche a tutti i livelli, la produzione di energie alternative, gli orti urbani, la produzione agricola più vicina e il ripristino di aree degradate sono solo alcuni dei nuovi usi che questi spazi periferici sono in grado di risolvere.

Il nostro progetto per una nuova area urbana situata al confine della città di Barcellona è attualmente paralizzato dalla crisi economica. Il parco pubblico è stato progettato come un corridoio ecologico collegato agli spazi naturali dei dintorni, permettendo agli abitanti di accedere alle montagne vicine. Il viale centrale è stato piantato con trifoglio diventando involontariamente una corsia verde che fa si che le poche mandrie che ancora esistono in periferia entrino in città (foto). Un sistema di mantenimento economico che dà luogo a delle immagini inconsuete nei nostri ambienti urbani. Movimenti di cittadini quali l’Incredible Edible, guidato da Pam Warhurst, sono riusciti a riempire i marciapiedi di oltre trentatré città del nord dell’Inghilterra di pomodori e alberi da frutto, gestiti da volontari e al servizio dell’intera comunità.

Gli spazi liberi periferici possono essere giardini; essi dovrebbero contribuire al recupero della centralità sognata, possono essere disegnati a partire dalle nuove preoccupazioni ecologiche, promuovere la continuità perduta, tentando di essere utili, senza rinunciare alla loro ineludibile condizione pubblica.

L'autore è architetto paesaggista, dottorato all’ETSAB nel 2002 con la tesi «El jardín de la Metrópoli» (ed. Gustavo Gili, Barcelona 2011). Professore di Urbanismo y Ordenación del Territorio presso la Escola Tècnica Superior d’Arquitectura del Vallès (ETSAV). Dal 1981 è associato a Joan Roig nello studio Batlle i Roig Arquitectes con sede a Esplugues de Llobregat (Barcellona).

Note (N.d.r.)

  1.  M. Crawford, Contesting the public realm: struggles over public space in Los Angeles, «Journal of Architectural Education», 1995, vol. 2, n.1, settembre, Southern California Institute of Architecture.
  2. R. Forman, M. Godron, Landscape Ecology, New York - Chichester 1986.
  3. J. Rykwert, Il giardino del futuro, tra estetica e tecnologia, «Rassegna», 1981, n. 8, pp. 5-12.
Magazine

Articoli correlati