Ca­se al­te (me­die, bas­se)?

Le case alte segnano la vicenda della ricostruzione di Milano nel secondo dopoguerra. Meili e i suoi collaboratori riprendono il filo laddove la città di torri che si traguardano di Luigi Moretti si era temporaneamente interrotta.

Data di pubblicazione
03-08-2015
Revision
22-10-2015

Una ricerca di Achi (archi 3/2011) ne aveva documentato l’esperienza e commentato gli esiti sulla base di materiali poco noti. Abbiamo scelto di continuare la riflessione sulle case alte a Milano estendendola ad altri casi studio, come per esempio la vicenda del Centro Svizzero.

Ritorniamo sulla forma della città di Milano parlando di Meili e della sua torre che si tiene un poco ritrosa rispetto a piazza Cavour. Nei giorni dell’Expo trionfante potrà forse apparire patetico che ci si ostini a ragionare sulla forma della città di Milano, cioè su una questione non legata al momento, ma a una durata di molti secoli. E potrà anche apparire esercizio accademico il tentativo di ritrovare i gesti coerenti che han contribuito – nel tempo – al disegno, per quanto incompiuto, della città di Milano.

Città che sale

Dagli anni della ricostruzione, un veloce succedersi di stagioni - da Moretti a Meili fino alla Torre Velasca e al grattacielo Pirelli.

Rocco e i suoi fratelli (…) che trovan casa temporanea nello scantinato dei prismi paralleli di Albini in viale Argonne, ma anche una città orgogliosa: la macchina da presa scende lungo la facciata del grattacielo e scopre la città, avvicinandosi: Michelangelo Antonioni la fissa nei titoli di testa de La notte (1959).

E di lì a poco la città di La vita agra di Bianciardi (1962). Side B dell’opulenza e dei suoi contrasti, di quella centrale elettrica immaginaria e operosa che Giorgio Bocca sentiva nel sottosuolo quando camminava sulle pietre di piazza del Duomo in quegli anni. Un percorso che trova forse il suo epilogo nei fotogrammi di Romanzo popolare (1974) di Monicelli, Vincenzina davanti alla fabbrica cantata da Enzo Jannacci e impersonata da Claudia Mori fin troppo giovane moglie del sindacalista Ugo Tognazzi.

Al termine di questa stagione, dalla metà degli Anni Settanta, un brusco processo di dismissione con l’avvio di una trasformazione a tratti veloce, a tratti più lenta. La memoria dell’antica fabbrica, il suo ordine – la sua contradditoria nostalgia, talvolta – informa la Bicocca dello studio Gregotti.

Una articolata gerarchia di spazi pubblici, collettivi, privati. Ordinati, riconoscibili.

Al Portello, sui resti dell’Alfa Romeo, si tenta la ricomposizione di uno spazio inedito, riflettendo su che cosa sia una piazza oggi e che cosa sia casa.

Questi modi della trasformazione stanno ancora dentro l’esperienza nel tempo della città? Che specchio si è rotto dopo?

A fianco della città consolidata, son cresciuti grappoli di città impaurita, cluster videosorvegliati e blindati. La porta chiusa, la tele accesa.1

Per enclave, per isole, per microcosmi autosufficienti – che i più arditi, incuranti della propria mancanza di ignoranza, chiamano attrattori – si costruisce un’altra città fatta di luoghi che a ciascun consumatore di riferimento si fan credere esclusivi, ma non al punto di diventare totalmente intransitabili. Forse è questa la città della cattura dei valori?

Cioè a dire di quei luoghi ambìti da tutti coloro che ne sono appunto esclusi, ma che comunque devono avere come orizzonte la possibilità di accedervi. È lo status della categoria Premium.

Città nelle città, a suo modo perfettamente autosufficienti, egoiste, in grado di scambiare zero con il resto intorno. Non lontana la logica di quella che fu la green zone di Bagdad, il compound, il presidio, l’enclave.

Chi sapeva ben suonare il piffero per la rivoluzione, e oggi appare su altre sponde, potrebbe spiegarci che la città dei consumi pare aver avuto il sopravvento sulla città dei bisogni (un riequilibrio mai raggiunto, per vero dire?).

Dall’etica della produzione all’estetica del consumo, qualcun altro ha detto.

Sul piano della forma, questo passaggio segna il prevalere di oggetti a forte contenuto iconico in buona misura indifferenti alla planimetria della città e delle sue reliquate parti compiute, oggetti che ambiscono a essere indipendenti dalla pianta e considerati per il loro essere dunque puro involucro.

Ben altro era l’insegnamento che potremmo cogliere da alcune case alte della Milano degli Anni Cinquanta. Un basamento capace di marcare stretto il perimetro dell’isolato e una casa alta nel punto in cui la città (e non il mercato) la voleva. La casa alta di Piero Bottoni in corso Buenos Aires sorge da uno zoccolo alto che coincide con l’isolato preesistente; lo stesso fanno Meili e Romano a piazza Cavour, dove il basamento segue rigorosamente l’andamento dell’isolato al contempo ricavando una corte racchiusa sotto alla torre.

La torre Velasca rappresenta una monumentale eccezione, capace tuttavia di costruire quella piazza che le nuove nuovissime moderne–a–tutti–i–costi torri non san più fare oggi.

Sopravvivono ancora tempi diversi nella trasformazione della città.

Anticipazioni veloci a fianco di più lente permanenze. Le ragioni di queste ultime sarebbero forse da sostenere e se riuscissimo a tracciare una carta della città che sapesse dar conto di stagioni diverse e di frammenti di piani, ritroveremmo il disegno incompiuto di Milano. Già abbiamo scritto in archi 3/2011 che per frammenti di piani si costruisce la città.2

Il piano del Movimento Moderno per la città di Milano viveva in alcuni straordinari frammenti coerenti, parti di un sistema che aveva ambizione di comporre un più generale scenario. Un piano mai tracciato, ma ancora un’idea capace di lunga inerzia.

Case alte medie basse, ancora come la Milano Verde di Albini e Gardella (1938), tra gli altri.

Un’idea di città futura e altra che viveva in una casa alta di Piero Bottoni, la cui dimensione conforme nel disegno ci piace ripetere fino ad attestarsi verso piazzale Loreto.

E ci piacerebbe che questo disegno mai tracciato per Milano avesse sullo sfondo le montagne disegnate da Leonardo, quando mentre studia i contrafforti del Duomo, si lascia distrarre dalle montagne sull’orizzonte e comincia a disegnarle su un piccolo foglio.

E su quella grande pianta che vien così componendosi, sotto alla chioma delle montagne, potremmo tracciare – fuori scala, a dar conto del loro effettivo significato per questa città – l’Adda a oriente e il Ticino a occidente, con quel suo trefolo di acque che Leonardo fa ricongiungere in un accoppiamento giudizioso inanellato attorno alla città interna, studiando accuratamente le curve di livello di quel piano inclinato che dal piede dei monti arriva elle risorgive.

Ma forse tutto questo sigillo, mai esperito per intero, resta il testo nascosto della città che emerge – a tratti – nei disegni solo di chi ha saputo ascoltarla?

Note

  1. «Archi», n.3/2011.
  2. Lorenzo Jovanotti, Safari.
  3. F. Collotti, Sdoganamento, per frammenti belli e impossibili, «Archi», n.3/2011.