Ana­to­my of Mi­ni­mum

John Pawson al Teatro dell’architettura di Mendrisio

«Il compito più importante di un architetto è pensare e creare case in cui le persone vivono. Nella serie di conferenze “La casa da vivere” gli architetti parlano di come pensano e progettano spazi da vivere».
Valerio Olgiati invita John Pawson.

Data di pubblicazione
07-12-2019
Francesca Belloni
Architetto e professore, ricercatrice in Composizione architettonica e urbana presso il Dipartimento ABC del Politecnico di Milano

John Pawson, ospite giovedì 7 novembre al Teatro dell’architettura in occasione del ciclo di conferenze «La casa da vivere», ha parlato di come pensa e progetta e dei temi all’origine dei suoi lavori. 

Qui è pubblicato il video della conferenza

Prima di lui, in primavera, erano stati invitati gli architetti spagnoli Antón García-Abril e Alberto Campo Baeza. Indubbiamente la scelta dei relatori dà prova dell’interesse di Valerio Olgiati, ideatore di questa iniziativa, per l’esperienza spaziale e la sua costruzione; non a caso Pawson, come peraltro i precedenti ospiti, aveva aderito all’invito dello stesso Olgiati in occasione dell’installazione Pictographs – Statements of contemporary architects, presentata alla 13a Biennale di architettura di Venezia nel 2012. «Ho chiesto agli architetti di inviarmi immagini importanti che mostrino i fondamenti del loro lavoro. Immagini che sono nella loro testa quando pensano. Immagini che mostrano l’origine della loro architettura».

Sembra essere del medesimo genere l’interesse che muove Olgiati nella scelta dei suoi ospiti, qui al Teatro dell’architettura: interesse per il processo di creazione dell’architettura, associato all’intenzione di svelare i meccanismi della memoria individuale e rivelare le tecniche progettuali messe in atto da ciascuno. E se, in occasione dell’installazione veneziana, tali questioni trovarono forma compiuta nel libro The images of architects: 44 collections by unique architects, pare che con queste conferenze Olgiati voglia far parlare, attraverso il commento autobiografico delle opere, alcuni di quei 44 «musées imaginaires».

In questo senso assume particolare rilievo l’invito rivolto a Pawson, che, per sua stessa ammissione, «ha trascorso oltre trent’anni realizzando un’architettura rigorosamente semplice che parla dei fondamenti, ma ha un carattere modesto», come peraltro rimarcato dal titolo dell'ultimo libro dedicatogli, recentemente edito per i tipi di Phaidon, Anatomy of Minimum.

Dopo gli studi a Eton e all’AA School of Architecture, Pawson lavora per qualche anno da Shiro Kuramata a Tokyo per poi aprire il suo studio a Londra nel 1981, iniziando a esplorare nella pratica quell’idea di simplicity in architecture per cui è oggi noto a livello internazionale.

Durante la serata Pawson ha mostrato i suoi lavori insistendo, per ciascuno di essi, sull’associazione tra immagini evocative e parole chiave. L’equilibrio tra bellezza e utilità nella definizione di spazi “semplici”, che mostrino cos'è l’architettura e non cosa si voglia dire tramite essa, è il fil rouge di un’esperienza di eccezionale coerenza. Certamente l’adesione alla cultura giapponese, appresa attraverso l’insegnamento "poetico" di Shiro Kuramata, ha rivestito un ruolo fondamentale nell’educazione architettonica di Pawson, rispetto alla quale non mancano tuttavia echi del minimalismo americano di Donald Judd o di alcuni dei maestri del Novecento. In tal senso la contenuta volontà espressiva che caratterizza ogni suo lavoro non è un obiettivo quanto piuttosto l’esito della rigorosa ricerca di regole capaci di dar corpo a un generale senso di armonia: bellezza, austerità, eleganza sono vie spirituali attraverso le quali l’architetto pensa e dunque costruisce “spazi da vivere”.

Le parole chiave con cui Pawson ha presentato i suoi lavori, per altro già codificate fin dalla pubblicazione di Minimum nel 1996, sono attributi del pensiero, capaci di cogliere l’essenza di un ambiente e allo stesso tempo di esplicitarne le ragioni: mass, light, structure, ritual, landscape, order, containment, repetition, volume, essence, expression. Alcuni di questi termini sono stati più volte impiegati durante la conferenza, altri omessi, ma erano tutti senza dubbio presenti nel racconto di Pawson (svolto esclusivamente a mezzo di immagini), che è stato un saggio del suo personale Visual Inventory. L’impiego delle immagini costituisce un modo di vedere e pensare lo spazio; è uno strumento di prefigurazione che nella sedimentazione retinica degli oggetti e della loro materia definisce la prospettiva del processo creativo. Le immagini inoltre fissano il risultato ottenuto, ne mostrano il carattere, svelano le relazioni tra gli oggetti, gli accordi del pensiero e il pacificato equilibrio della forma.

Probabilmente per i numerosi studenti presenti sarebbe stato utile mostrare in modo più diretto, oltre a questo mondo di immagini, dotato di una corporeità quasi tattile, anche gli strumenti attraverso i quali si produce la narrazione, ascetica e al contempo assolutamente logica, del fare architettura – che affascina proprio perché lascia aperto il campo a verità non dette e segreti non svelati – a cui ogni architetto è chiamato a dare risposta.

In chiusura suggerisco di dare un’occhiata alla pagina Instagram johnpawson o al suo A Visual Inventory per rendersi conto di che ruolo abbia, nel lavoro di Pawson, questa attenzione minuziosa e costante per l’immagine visiva.

La conferenza pubblica di John Pawson si è svolta nell'ambito del ciclo “La casa da vivere”, a cura di Valerio Olgiati, giovedì 7 novembre 2019 alle 19.30 nell'Auditorio del Teatro dell’architettura di Mendrisio.

Maggiori informazioni sono pubblicate qui.

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