«Nel pa­e­sag­gio cer­co la strut­tu­ra»

Intervista a Hélène Binet

Hélène Binet nasce nel 1959 a Sorengo, studia fotografia all’Istituto Europeo di Design di Roma e si interessa presto di architettura. Fotografa le opere di Raoul Bunschoten, Zaha Hadid, Daniel Libeskind, Peter Zumthor e molti altri. Tra i maestri del passato si dedica ad Alvar Aalto, Le Corbusier, John Hejduk, Andrea Palladio. Recentemente ha trasposto il metodo sviluppato con la fotografia di architettura a quella di paesaggio. Mostre e pubblicazioni internazionali hanno permesso la diffusione del suo lavoro trentennale, volto a rappresentare lo spazio nel senso più ampio del termine attraverso la fotografia analogica.

Publikationsdatum
09-04-2018
Revision
09-04-2018

Quali sono i fattori che più hanno contribuito alla sua formazione?

Sono cresciuta a Roma con un’educazione molto libera, all’aperto, esposta alla luce e al mondo visivo. Ho incontrato molto presto degli architetti meravigliosi, da mio marito Raoul Bunschoten a John Hejduk a Daniel Libeskind. Inoltre ho sempre voluto «pensare con le mani», avere un rapporto con il fare. Anche la musica è stata molto presente nella mia formazione: mio nonno era compositore, mio padre flautista, ho un fratello e una sorella musicisti. La musica unisce le diverse generazioni della mia famiglia.

Come interpreta il concetto di Baukultur?

Quello che mi interessa è l’idea che ha generato il progetto, la visione che si colloca all’inizio, prima che entrino in gioco i problemi concreti della costruzione, le diverse discipline e i saperi nozionistici.

Il patrimonio è costituito sia dall’ambiente naturale che da quello costruito e lei ha fotografato entrambi: che differenze riscontra?

Nel paesaggio cerco la struttura, dunque tra i due mondi ci sono punti in comune. Nel paesaggio però c’è grande libertà e, anche se non sono religiosa, un senso del divino, un sistema di forze non del tutto comprensibile, mentre in architettura, a parte le rare opere di un genio, è facile capire il processo progettuale.

Poi c’è il tempo: se fotografo una colata di lava formatasi migliaia di anni fa, questa possiede un senso del tempo meraviglioso, sovrumano, mentre il tempo di un’architettura è abbastanza evidente.

Quale ruolo ha la fotografia nell’interpretazione del valore del patrimonio?

Non pretendo di illustrare nulla con le mie fotografie, perché l’unica vera forma di conoscenza è la visita, che coinvolge tutti i sensi. Due dimensioni sono per me importanti: lo spazio mentale che si ricrea con il pensiero e il collegamento che esso sviluppa con i sogni e le esperienze passate. Guardando un oggetto comune, ad esempio una panchina, la associ a tutte le panchine della tua vita, a come ti sei seduto e a quello che hai fatto mentre eri lì; Bachelard dice che la memoria è «ancorata nello spazio» e che «non registra la durata concreta». Con una fotografia si possono stimolare queste stratificazioni di memorie ed è quello che cerco di fare con la luce e utilizzando una sorta di iperrealismo che apre a dimensioni private e letture personali.

Nel suo Quarantotto pagine (Mendrisio, 2015), Juhani Pallasmaa sottolinea il valore materico della sua fotografia: crede che queste immagini a forte «reazione poetica» contribuiscano a creare una nuova sensibilità? Le immagini possono agire, oltre che nel passato, anche nel futuro?

Spero di sì! Con la fotografia scegli un momento unico, perché la luce cambia, dunque scopri dimensioni che non hai l’abitudine o l’occasione di conoscere. Abbiamo un’educazione visiva abbastanza superficiale e spero che queste foto permettano di conoscere uno sguardo diverso e più profondo, di capire che ci sono tanti modi di osservare. Uno strumento che uso è quello di isolare un dettaglio e ingrandirlo, creando una nuova realtà.

A proposito dell’educazione visiva: come si può stimolare un modo di guardare più consapevole, che per un architetto diventa strumento di azione, in quanto va a nutrire il progetto?

Il mondo visivo dei ragazzi è oggi inquinato dai social network, che propongono in pochi secondi migliaia di piccole immagini, come un rumore di fondo che non permette di dedicarsi a una musica. Non si può cambiare il mondo, ma bisogna capire che ci sono diversi modi di guardare e alcuni di questi sono una forma di partecipazione, perché richiedono di imparare a entrare dentro l’immagine. Nell’educazione artistica si ripetono delle formule didattiche legate agli stili e alle date e si dimentica di «far sentire» l’opera d’arte. Davanti all’opera bisognerebbe raccontare quello che si sente, valorizzando questo lavoro nei ragazzi, che per i troppi stimoli si sono costruiti una barriera di protezione naturale.

Vent’anni fa tenevo dei workshop all’Architectural Association e in tante altre scuole di architettura, mentre ora sono rari, a differenza delle molte conferenze, perché con il digitale le università non danno più agli architetti una formazione fotografica concettuale. I workshop permettono di apprendere una tecnica e di pensare: lo studente affronta le stesse problematiche del progetto, ma in una disciplina in cui non deve per forza primeggiare, è più libero e scopre di più.

La fotografia permette di costruire dei Dialoghi, come recitava il titolo della sua mostra all’Accademia di Mendrisio, cioè di mettere in relazione oggetti lontani: che influenza ha questo sul modo di pensare il patrimonio?

Permette una nuova lettura: un edificio nel suo contesto è avvolto da una coltre nozionistica di apparati validi ma poco stimolanti, mentre la comparazione di oggetti che hanno un legame più poetico permette di avvicinarsi alle cose e di appropriarsene attraverso associazioni libere e personali. Così il patrimonio entra a far parte di ciascuno, del modo in cui guarda, pensa, attribuisce dei valori.

In che modo la fotografia può costruire un’identità locale? Molte città sono cartoline: Venezia è l’immagine di se stessa già dai tempi di Canaletto…

La fotografia è uno strumento pericoloso, perché può creare dei rapporti falsati con l’oggetto che rappresenta. La cartolina della piazza del paese costruisce un rapporto statico con il patrimonio, un’immagine fissa da cui non ci si stacca. Usando l’interpretazione, però, la fotografia può rivisitare i luoghi e far affiorare ricordi personali grazie a nuove immagini. La mia interpretazione passa spesso attraverso il dettaglio, ma ci sono tante tecniche, come la sfocatura o l’iperrealismo.

Come si può diffondere una cultura del progetto che integri la partecipazione?

Prima dell’informazione, bisogna stimolare le persone a partecipare attivamente, in modo cha la relazione non sia passiva; riappropriarsi dei luoghi, produrre una danza o una musica in uno spazio pubblico in modo da sentirlo più vicino. Immaginare come reinventare in maniera collettiva un luogo è il modo più interattivo per scoprire la profondità del progetto, che è il motore di questa riappropriazione. L’azione collettiva, prodotta da scuole o associazioni, servirebbe a capire perché le cose sono lì, al di là di descrizioni storiche o teoriche che spesso mascherano la dimensione più profonda del nostro legame con il patrimonio.

Per approfondire l'attività di Hélène Binet, si consiglia la lettura dell'articolo "Impressioni dalla mostra «Dialoghi» di Hélène Binet", esposizione concepita dalla stessa fotografa che ha messo in mostra 81 stampe di diversi formati, per lo più in bianco e nero.

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